Questa tornata elettorale amministrativa provocherà certamente lunghi dibattiti per l’analisi del voto e per trarne alcune indicazioni anche a livello nazionale. In particolare, il risultato delle urne che ha sancito la vincita di Ignazio Marino, per quanto scontato fosse, non può non stimolare alcune riflessioni.
L’astensionismo. Mai Roma ha conosciuto una così alta percentuale di fuga dal voto. Questo dato sta a indicare l’alto senso di sfiducia verso i due candidati in lizza che negli ultimi giorni si erano violentemente delegittimati dinanzi all’opinione pubblica. Alemanno ha vistosamente perso, ma Marino ha vinto in rappresentanza di una minoranza di elettori. Ci auguriamo, per il bene della città, che ciò non sia di impedimento a quel coinvolgimento dei cittadini così necessario per tentare, quantomeno, di risolvere gli annosi problemi finora insoluti di questa città.
Il Pd. Questo partito, pur essendo uscito ovunque vincitore, deve aver presente un dato incontrovertibile: negli enti locali gli elettori di una sinistra radicale hanno il sopravvento con candidati di loro espressione, pur essendo minoranza a livello nazionale, perché approfittano dell’astensionismo che mina il consenso dello stesso Pd. Questo risultato renderà sempre più difficile il cammino di quanti, in quel partito, sono alla ricerca di un’identità nuova, più adeguata ai tempi, sempre meno legata a ideologie del passato, nella prospettiva di un percorso di stampo socialdemocratico europeo.
Il Pdl. Ancora una volta si dimostra che senza la discesa in campo diretta di Berlusconi non vince. Il Cavaliere, in effetti, è l’unico a possedere la capacità di intercettare e fare propri i sentimenti di quell’elettorato moderato che cerca un capo, salvo poi disattenderli, con altrettanta capacità, nel momento in cui si trova al Governo. Il problema è che questo capo non sarà eterno. A cosa serve dunque che la classe dirigente del Pdl viva chiusa in se stessa, senza una presenza organica territoriale che sia punto di riferimento permanente per gli elettori? Che senso ha ritenersi autosufficienti disdegnando qualsiasi ipotesi di allargamento dei propri confini con pari dignità ad altre realtà politiche che pur si muovono in quella parte di elettorato che rifiuta qualsiasi opzione di sinistra?
La destra, liberatasi cinicamente e ingiustamente del suo leader Gianfranco Fini, non è in grado di esprimere più nulla in termini politici e va via va scomparendo. La gestione del potere in misura squisitamente clientelare e fine a se stessa se da un lato ha accontentato i pochi amici degli amici, dall’altro ha lasciato l’amaro in bocca a quei molti che si vedono defraudati della possibilità di emergere per capacità professionali e per risultati meritocratici. L’esito è stato a dir poco disastroso.
Meglio nemmeno parlare delle liste civiche perché hanno provato l’assoluta inconsistenza della loro presenza e delle loro indicazioni di voto. Sono state esperienze lodevoli per il coraggio e l’entusiasmo dei protagonisti, ma durano il tempo che trovano senza lasciare traccia di sé. Lo stesso vale per il MoVimento 5 Stelle che continua, e questa occasione lo conferma, a perdere consenso.
Non resta dunque a noi tutti, moderati, riformisti, laici e cattolici, che meditare sull’opportunità di giungere quanto prima a scelte univoche e omogenee nell’unico nuovo contenitore che vada oltre il leaderismo che ha caratterizzato la vita politica di questi ultimi decenni. E’ un appello questo che lanciamo da tempo noi eurodeputati aderenti al PPE, ma ancora non abbiamo ricevuto risposte pubbliche adeguate salvo trovare riscontri positivi negli incontri individuali.
Queste elezioni amministrative dunque siano di monito per tutta la classe dirigente in generale se si vuole, nell’interesse dell’Italia, recuperare velocemente il tempo sin qui perduto.
Potito Salatto, eurodeputato Ppe
