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L’intelligenza può sbagliare. Ma chi ne risponde?

Possiamo affidare a un algoritmo una ricerca, un’analisi e persino una parte del processo decisionale. Ma quando quella decisione produce conseguenze sulla vita di una persona o sul patrimonio di un’impresa, il diritto continua a porre una domanda antica: chi se ne assume la responsabilità?

L’intelligenza può sbagliare. Ma chi ne risponde?

Un medico utilizza un sistema di intelligenza artificiale per interpretare un esame e il sistema sbaglia. Una banca affida a un algoritmo la valutazione di un cliente e gli nega un finanziamento. Un consiglio di amministrazione utilizza un modello predittivo per decidere un’acquisizione che si rivela disastrosa. Un avvocato deposita un atto nel quale compare una sentenza che, semplicemente, non esiste.

Sono situazioni molto diverse tra loro, ma hanno qualcosa in comune.

Prima o poi qualcuno dovrà rispondere a una domanda apparentemente elementare: chi ne risponde?

Per molto tempo abbiamo discusso dell’intelligenza artificiale chiedendoci che cosa fosse capace di fare. Era inevitabile. La velocità con cui questi strumenti sono entrati nella nostra vita professionale ha qualcosa che difficilmente trova precedenti nella storia recente.

Credo però che quella fase stia finendo.

La domanda interessante non è più soltanto che cosa possa fare l’intelligenza artificiale. È che cosa accada quando cominciamo ad affidarle attività dalle quali derivano conseguenze reali.

Perché il diritto può accettare che una macchina partecipi a una decisione.

Molto più difficile è accettare che, insieme alla decisione, scompaia anche il decisore.

Il diritto non ha paura delle macchine

Il diritto ha attraversato rivoluzioni industriali, trasformazioni economiche, innovazioni scientifiche e cambiamenti sociali infinitamente più profondi di quanto talvolta ricordiamo.

Non credo quindi che debba avere paura dell’intelligenza artificiale.

Deve preoccuparsi, semmai, di qualcosa che conosce molto bene: il potere senza responsabilità.

Ogni ordinamento giuridico moderno è costruito, in forme differenti, intorno a un principio abbastanza semplice. Chi esercita un potere deve, entro determinati limiti, rispondere del modo in cui lo esercita.

Vale per lo Stato.

Vale per l’amministratore di una società.

Vale per il medico.

Vale per il professionista.

Vale per chiunque assuma una decisione capace di incidere sui diritti o sugli interessi di qualcun altro.

L’intelligenza artificiale introduce però un elemento nuovo: tra l’uomo e la decisione compare un sistema che può essere straordinariamente complesso e del quale, spesso, lo stesso utilizzatore non conosce integralmente il funzionamento.

Ed è proprio in quello spazio che rischia di nascere il problema.

La macchina non può diventare un alibi

Immaginiamo un consiglio di amministrazione chiamato a valutare un investimento importante.

Un sistema di intelligenza artificiale analizza bilanci, contratti, dati finanziari, scenari macroeconomici, informazioni sui concorrenti e migliaia di documenti. Produce un report e suggerisce di procedere.

Gli amministratori seguono l’indicazione. L’investimento genera una perdita enorme.

Che cosa potranno dire?

Che lo aveva suggerito l’algoritmo?

Naturalmente ogni responsabilità dovrà essere valutata concretamente, considerando gli obblighi applicabili, le informazioni disponibili, l’affidabilità dello strumento e il comportamento di chi lo ha utilizzato.

Ma il punto giuridico viene prima.

Delegare un’attività non significa necessariamente delegare la responsabilità.

È una distinzione che conosciamo da sempre.

L’amministratore può avvalersi di consulenti. Il medico può utilizzare strumenti diagnostici. L’avvocato può affidare ricerche ai propri collaboratori. L’imprenditore può costruire organizzazioni estremamente complesse.

Nessuno di questi strumenti, tuttavia, diventa automaticamente un alibi.

Perché dovrebbe esserlo un algoritmo?

La Cassazione ha già incontrato il problema

Per noi avvocati questa discussione ha già smesso di essere teorica.

Nel 2026 la Corte di Cassazione si è trovata ad affrontare un caso nel quale erano stati richiamati in un atto precedenti giurisprudenziali inesistenti o alterati, riconducibili all’utilizzo dell’intelligenza artificiale.

Il principio che emerge è molto più importante del singolo episodio: l’utilizzo dell’intelligenza artificiale non libera il professionista dall’obbligo di verificare ciò che porta davanti al giudice.

Ed è difficile non essere d’accordo.

Posso utilizzare l’intelligenza artificiale per cercare una sentenza in pochi secondi invece di impiegare ore.

Posso chiederle di confrontare orientamenti giurisprudenziali, analizzare documenti, individuare contraddizioni o organizzare migliaia di pagine.

Sarebbe persino irragionevole rinunciare a strumenti capaci di rendere più efficiente il nostro lavoro.

Ma nel momento in cui quella sentenza entra in un atto che porta la mia firma, accade qualcosa di molto semplice.

Non è più l’intelligenza artificiale ad affermare che quella sentenza esiste.

Sono io.

E quindi sono io che devo averla verificata.

Può sembrare una distinzione banale. Non lo è.

Probabilmente sarà una delle distinzioni più importanti della professione nei prossimi anni.

Il problema non è qualndo l’intelligenza sbaglia

C’è un aspetto che considero ancora più delicato.

L’intelligenza artificiale sbaglierà.

Non dovrebbe scandalizzarci. Sbagliano i medici, gli avvocati, i magistrati, gli amministratori, gli economisti e gli ingegneri. Pretendere l’infallibilità da una macchina sarebbe singolare, considerando quanto siamo abituati a riconoscere la fallibilità degli uomini.

Il problema vero comincerà quando smetteremo di controllare la macchina perché avremo imparato a fidarci di lei.

Ed è un rischio meno evidente.

Una risposta palesemente sbagliata viene contestata.

Una risposta scritta male suscita diffidenza.

Ma una risposta articolata, elegante, apparentemente documentata e formulata con assoluta sicurezza produce un effetto completamente diverso: induce fiducia.

È una caratteristica dell’intelligenza artificiale generativa che merita, anche giuridicamente, molta attenzione.

L’errore umano spesso mostra la propria incertezza.

L’errore della macchina può avere l’aspetto della certezza.

Ed è questa capacità di rendere credibile anche ciò che non è vero che impone all’utilizzatore professionale un livello di attenzione probabilmente maggiore, non minore.

La responsabilità seguirà il controllo

Il legislatore europeo e quello italiano stanno cercando di costruire le prime risposte.

L’AI Act europeo ha adottato un sistema fondato sul rischio, imponendo obblighi differenti a seconda delle caratteristiche e degli utilizzi dei sistemi di intelligenza artificiale.

In Italia la legge n. 132 del 2025 e il successivo decreto legislativo n. 160 del 9 settembre 2026 stanno progressivamente definendo il quadro nazionale anche sul terreno della responsabilità.

Una delle questioni decisive sarà individuare il livello effettivo di controllo esercitato sul sistema.

È un criterio importante perché ci allontana da una rappresentazione troppo semplice del problema.

Davanti a un danno prodotto attraverso l’utilizzo dell’intelligenza artificiale potrebbero infatti esserci molti soggetti: chi ha sviluppato il sistema, chi lo ha commercializzato, chi lo ha configurato, chi lo ha integrato nell’organizzazione aziendale, chi aveva il compito di controllarlo e, infine, chi ha utilizzato concretamente il risultato.

La catena della responsabilità diventa più lunga.

Non per questo può diventare invisibile.

Altrimenti rischieremmo una situazione paradossale: più soggetti partecipano alla produzione di una decisione, più difficile diventa trovare qualcuno che ne risponda.

Lo sviluppatore indicherà il fornitore.

Il fornitore indicherà l’impresa.

L’impresa indicherà l’utilizzatore.

L’utilizzatore indicherà l’algoritmo.

E alla fine della catena potrebbe rimanere soltanto la persona che ha subito il danno.

Sarebbe esattamente il contrario della funzione del diritto.

Chi controlla il controllore?

Per questo credo che nelle imprese il tema dell’intelligenza artificiale diventerà presto anche un problema di governance.

Non sarà sufficiente acquistare il software migliore.

Bisognerà sapere dove viene utilizzato, per quali decisioni, con quali dati, secondo quali procedure e soprattutto sotto la responsabilità di chi.

La domanda apparentemente burocratica — chi deve controllare? — diventerà una domanda essenziale.

Perché esiste una differenza enorme tra utilizzare l’intelligenza artificiale per riassumere una relazione di cento pagine e utilizzarla per decidere se concedere un credito, assumere una persona, valutare un rischio sanitario o assumere una decisione societaria rilevante.

La tecnologia può essere la stessa.

Le conseguenze no.

E il diritto si occupa soprattutto delle conseguenze.

Non mi stupirebbe se nei prossimi anni, accanto alle tradizionali procedure di compliance, le aziende dovessero costruire vere e proprie catene di responsabilità per l’utilizzo dei sistemi di intelligenza artificiale.

Non per ostacolarne l’impiego.

Esattamente per il contrario: per poterli utilizzare seriamente.

Non servono meno macchine. Serve maggiore responsabilità.

La risposta più sbagliata sarebbe trasformare tutto questo in una battaglia contro l’innovazione.

Non avrebbe senso.

L’intelligenza artificiale cambierà profondamente molte professioni e renderà obsolete attività che oggi assorbono una parte enorme del nostro tempo.

Anche nella professione legale può rappresentare uno strumento straordinario.

Chi ha trascorso anni della propria vita professionale consultando repertori, confrontando documenti e cercando precedenti sa perfettamente quale salto rappresenti poter interrogare in pochi istanti quantità immense di informazioni.

Non rimpiango affatto il tempo impiegato per fare ciò che oggi una macchina può fare meglio e più velocemente.

Mi interessa, invece, capire che cosa dobbiamo continuare a fare noi.

E credo che la risposta sia proprio qui.

La macchina può elaborare. L’uomo deve giudicare.

Non perché l’uomo sia necessariamente più intelligente della macchina.

Ma perché soltanto all’uomo, almeno nel nostro ordinamento e nella nostra idea di società, possiamo chiedere di assumersi la responsabilità di una decisione.

Il valore di una firma

Forse l’intelligenza artificiale ci costringerà persino a riscoprire il significato di un gesto che abbiamo cominciato a considerare quasi burocratico.

La firma.

Ogni giorno firmiamo contratti, pareri, atti giudiziari, bilanci, delibere e documenti.

Ma una firma non dovrebbe significare semplicemente: questo documento proviene da me.

Dovrebbe significare qualcosa di più impegnativo:

l’ho letto, l’ho valutato, lo considero corretto e sono disposto ad assumermene la responsabilità.

In un mondo nel quale una macchina può produrre in pochi secondi cento pagine impeccabili nella forma, il valore della firma non diminuisce.

Aumenta.

Perché diventa il punto nel quale finisce la catena delle elaborazioni e comincia quella della responsabilità.

Possiamo affidare a una macchina una ricerca.

Possiamo affidarle un calcolo.

Possiamo chiederle una previsione, una diagnosi preliminare, un’analisi o un parere.

Possiamo certamente affidarle una parte sempre più grande del lavoro che precede una decisione.

Ma esiste una soglia che una società fondata sul diritto non dovrebbe permettere di oltrepassare.

Quella oltre la quale nessuno è più responsabile di ciò che è stato deciso.

Il diritto non ha mai avuto paura delle macchine. Ha sempre avuto paura del potere senza responsabilità.

L’intelligenza artificiale non cambia questo principio.

Semmai lo rende ancora più importante.

Perché quando una decisione produce conseguenze, alla fine della catena deve esserci ancora qualcuno disposto a dire due parole molto semplici: ne rispondo io.

Piergiorgio Galli – Avvocato Cassazionista