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Migrantour dall’Esquilino, una città già multiculturale si racconta nella “Giornata Mondiale del Rifugiato”

Uno sguardo per andare oltre le etichette e la retorica, entrando in contatto con una realtà ben più variegata di quel che si crede

Migrantour dall’Esquilino, una città già multiculturale si racconta nella “Giornata Mondiale del Rifugiato”
rifugiati

La passeggiata in programma offre un’opportunità spazio per raccontare una Roma multiculturale attraverso dati, quartieri e quotidianità, andando oltre la retorica dell’accoglienza

Alle volte ci si ostina a voler raccontare una realtà ancora “in trasformazione”, senza accorgersi che magari quei cambiamenti di cui si parla si sono già verificati da tempo. Che si tratti di una città o addirittura di un intero Paese, il pluralismo e il multiculturalismo vengono descritti come fossero dei processi in corso, ma, in verità, corrispondono a condizioni ormai già stabili, radicate, quotidiane e visibili a chiunque. Roma non ne è esente e i numeri ne forniscono una chiara dimostrazione. Stando ai dati dell’ISTAT e del Ministero dell’Interno aggiornati al 2026, nel Comune vivono all’incirca 500 mila cittadini stranieri, circa un residente su dieci, benché la sensazione sia che le proporzioni reali vadano ben oltre.

Basti pensare all’Esquilino, per citare un esempio, ad oggi non più identificabile come un “quartiere multiculturale” nel senso semplificato del termine, poiché si tratta di una porzione della Capitale in cui la pluralità è diventata normale. Lo si può osservare non solo nella popolazione che vi abita, ma anche e soprattutto nelle attività commerciali, nei percorsi scolastici, nei rapporti di vicinato. Un quadro complesso, dunque, ma che il Migrantour previsto in zona per oggi, sabato 20 giugno, nell’ambito della Refugee Week 2026, sposa alla perfezione.

Una realtà già presente, al di là di stereotipi e semplificazioni

L’iniziativa mira ad offrire a chi vi prenderà parte un cambio di prospettiva attraverso camminate guidate da persone di origine migrante, le quali racconteranno il quartiere a partire dalla propria esperienza. In altre parole, Roma viene descritta non da chi la osserva da fuori, bensì da chi la vive ogni giorno, dall’interno, pur avendola raggiunta da altrove. E se progetti del genere suscitano interesse, è perché intercettano un contesto in sintonia con il tessuto urbano delle grandi metropoli europee. Le migrazioni continuano spesso a essere rappresentate come un fenomeno straordinario, quasi eccezionale, quando in realtà sono una delle cifre più evidenti del nostro tempo. Non riguardano soltanto chi parte o chi arriva, ma persino le comunità che accolgono e che, nel farlo, cambiano volto, abitudini e prospettive.

In questa cornice si inserisce la Giornata Mondiale del Rifugiato, istituita nel 2001 dalle Nazioni Unite e celebrata ogni anno proprio il 20 giugno. Si tratta di una ricorrenza che nasce per richiamare l’attenzione sulle persone costrette a lasciare il proprio Paese a causa di guerre, persecuzioni e violazioni dei diritti umani, e che nel tempo è diventata un’occasione per riflettere sul rapporto tra mobilità umana, accoglienza e convivenza nelle società contemporanee. A tal proposito, l’UNHCR stima oggi 120 milioni di persone nel mondo in condizione di migrazione forzata, una cifra che restituisce la dimensione di un fenomeno globale ma che, proprio per la sua enormità, rischia talvolta di perdere il contatto con la realtà concreta delle singole vite.

Dietro quei numeri ci sono infatti persone che hanno dovuto abbandonare case, affetti, lavoro e prospettive future per cercare protezione altrove. È probabilmente questo il significato più profondo della ricorrenza, ossia ricordare che prima di qualsiasi statistica esistono ci sono esseri umani e che la migrazione forzata non è esclusivamente una questione geopolitica o umanitaria, ma una condizione umana a cui in troppi non riescono a sfuggire. Pertanto, iniziative come quelle promosse a Roma dalla Refugee Week non offriranno soluzioni a problemi complessi, ma perlomeno provano a ridurre la distanza tra fenomeni solitamente percepiti come lontani e la quotidianità delle nostre città. Una distanza che, in fondo, è principalmente culturale: quella tra l’immagine astratta del rifugiato e le persone che ogni giorno vivono, lavorano e costruiscono relazioni in quegli stessi quartieri che abitiamo o attraversiamo abitualmente.

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