L’Aula semideserta durante l’intervento di Giorgetti riapre una questione che va oltre l’assenteismo: la libertà del mandato parlamentare è una garanzia della democrazia, non un’esenzione dalla responsabilità.
Il 13 ottobre, mentre il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti illustrava alla Camera il Documento programmatico di finanza pubblica, i banchi di Montecitorio apparivano quasi vuoti. Le cronache riferiscono di meno di venti deputati presenti; l’affluenza è cresciuta al momento delle votazioni. Sarebbe scorretto dedurne, senza altri elementi, un giudizio sui singoli assenti.
La questione, tuttavia, non si esaurisce nella fotografia dell’Aula. Si discutevano indirizzi destinati a incidere su imposte, servizi e risorse future. È un’occasione per interrogarsi non soltanto sui poteri delle Camere, ma sulla responsabilità di esercitarli.
La libertà del mandato e il dovere della funzione
L’articolo 67 della Costituzione stabilisce che ogni parlamentare rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato. Non è un privilegio accordato a chi occupa un seggio: è una garanzia dell’istituzione. Sottraendolo a vincoli giuridici di obbedienza verso partiti ed elettori, protegge l’autonomia del giudizio e il confronto democratico.
A questa disposizione se ne affianca un’altra, spesso trascurata. L’articolo 54 richiede ai cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche di adempierle «con disciplina ed onore». Le norme si completano: l’una protegge l’indipendenza del giudizio, l’altra richiama la serietà della funzione. La disciplina costituzionale, evidentemente, non coincide con quella di partito.
Da queste premesse non discende un obbligo generalizzato di presenza a ogni seduta. L’attività parlamentare si svolge anche nelle commissioni, nell’esame degli atti e nelle funzioni di controllo; le eventuali conseguenze delle assenze dipendono dalle specifiche regole delle Camere. Una fotografia non prova una violazione costituzionale. Ma non tutto ciò che è insanzionabile è istituzionalmente irrilevante.
Le prerogative che non si esercitano
Da tempo si denuncia l’indebolimento del Parlamento a fronte del crescente peso dell’esecutivo, del ricorso ai decreti-legge e delle questioni di fiducia. Ma la centralità delle Camere dipende anche dall’uso effettivo degli strumenti di indirizzo e controllo di cui già dispongono.
La presenza fisica, da sola, non misura la qualità del lavoro parlamentare. Eppure, quando il Governo presenta le proprie scelte economiche, la partecipazione al confronto assume anche un valore istituzionale. Non per ragioni di immagine, ma perché il controllo democratico richiede attenzione, preparazione e confronto.
Vi è qui una distinzione che il giurista deve preservare: la responsabilità giuridica si accerta sulla base di obblighi e presupposti determinati; quella politica e istituzionale investe anche la credibilità con cui una funzione viene esercitata. Non ogni condotta criticabile è illecita. Non ogni comportamento lecito è, per ciò solo, all’altezza dell’incarico.
La dignità della rappresentanza
La scena di Montecitorio non autorizza processi sommari ai deputati assenti, né suggerisce di introdurre nuove sanzioni. Invita piuttosto a riflettere su un rischio meno appariscente: che il Parlamento, mentre rivendica giustamente le proprie prerogative, finisca per indebolirne l’autorevolezza quando non ne valorizza pienamente l’esercizio.
La Costituzione ha voluto rappresentanti liberi perché potessero decidere nell’interesse della Nazione, non perché la libertà del mandato attenuasse la responsabilità della funzione. L’indipendenza è la condizione della rappresentanza democratica; la serietà con cui viene esercitata è la condizione della sua autorevolezza.
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