Si alza il sipario sui sentimenti: dall’amicizia profonda che diventa complicità, all’amore impossibile, malinconico e capace di fare paura. Ospitata e prodotta dall’Off-Off Theatre diretto da Silvano Spada, la pièce Alberto e Silvana – C’era una volta il cinema, scritta da Marco Risi con Giammarco Spineo, va in scena dal 3 all’8 novembre. Su palco Lucia Rossi, nel ruolo di Silvana Mangano, Marco Giustini in quello di Alberto Sordi ed Andrea De Rosa nei panni di Dino De Laurentiis.

Questo è il suo debutto a teatro?
In verità, ho avuto una prima esperienza con il teatro molti anni fa, nel 1985, in occasione del Festival di Spoleto, quando curai la regia dell’adattamento del monologo Il sassofono di Patrick Süskind con Maurizio Micheli. Silvano Spada ha creduto immediatamente in questo progetto teatrale. La pièce non è il mero racconto della preparazione di un film iconico – La mia signora (n.d.r. film del 1964 diretto da Mauro Bolognini, Luigi Comencini e Tinto Brass) – ma di un sentimento fra i protagonisti che va oltre amicizia e rapporto di lavoro. Sullo sfondo, un periodo importantissimo del cinema italiano, quello degli anni ’60, di grande fermento, carico di inventiva e di cambiamenti. Sul palco si intrecciano tenerezza ed attrazione, e tutto ciò che non può essere detto apertamente.

Cosa stava cambiando nel cinema di quel periodo?
Rispecchiava il rinnovamento. Dopo ogni guerra c’è sempre una ripresa. Ecco, anche nel cinema è accaduto così. Gli anni ’60 – e parte del decennio successivo – rappresentano una rinascita in tanti settori, anche quello della cinematografia. Sono gli anni che hanno visto nascere capolavori come La dolce vita di Federico Fellini o Il boom di Vittorio De Sica, Una vita difficile, Il sorpasso ed I mostri, diretti da Dino Risi. Ho vissuto l’atmosfera di quel periodo di rinascita, un’epoca straordinaria durata diversi anni. Con questo progetto per il teatro, voglio ricordare Alberto Sordi e Silvana Mangano, non solo come grandi attori. Proprio con Sordi, ho lavorato quando ero molto giovane come assistente alla regia per Polvere di Stelle e Finche c’è guerra c’è speranza (n.d.r. rispettivamente nel 1971 e 1973).

Lei è cresciuto nel cinema. Ha conosciuto grandi maestri, a cominciare da suo padre, Dino Risi. Ricorda qualche insegnamento o consiglio che ha ricevuto?
Ho sempre osservato con attenzione il lavoro di registi come Stanley Kubrick e Billy Wilder, così come quello di Federico Fellini, che osservavo camminare sul set di Amarcord a Cinecittà, quando ero aiuto regista nel film La Colonna infame di mio zio Nelo (n.d.r. Nelo Risi, regista, sceneggiatore e poeta, fratello di Dino). Sono cresciuto con il cinema d’indagine di Elio Petri e con quello d’inchiesta di Francesco Rosi, da cui ho preso molto. Proprio mio zio, dopo la proiezione privata di Fortapàsc, mi disse: “Tu sei figlio di Rosi, non di Risi”. A proposito del mio lavoro, mio padre, non si sbilanciava mai. Solo dopo aver visto Mery per sempre, finalmente, ha cominciato a guardarmi in altro modo. Nella vita privata, non era molto attento alla sfera dei sentimenti ed aveva quasi una paura fisica nell’abbraccio. Una volta, gli chiesi un consiglio riguardo ad un taglio importante da fare per il mio film Soldati – 365 giorni all’alba. Disse solo poche semplici parole: “taglia da qui, a qui”. Ed aveva ragione. Tra i commenti che mi sono rimasti impressi, quelli di mio zio riguardo a tutti i miei primi film: diceva che erano il ritratto di un uomo solo. Una volta, invece, Ettore Scola mi chiese se avessi avuto un primo piano di Jerry Calà che sarebbe tornato utile ad un certo punto del mio film Colpo di fulmine .

Nella sua vasta filmografia, Lei ha toccato le varie sfaccettature del cinema, da quello leggero a quello cosiddetto impegnato, come “Mery per Sempre”, “Ragazzi fuori” o “Fortapàsc”, film diventati cult e manifesto per intere generazioni
Mi piace raccontare storie, al di là del tono. Non sono il primo ad aver spaziato tra generi. Tanti registi cinematografici del neorealismo sono passati da un genere all’altro. Mi viene in mente il film Sciuscià di Vittorio De Sica. Il caso di Mery per sempre e Ragazzi Fuori – ma anche Il branco e Fortapàsc – rientra nel normale percorso di un regista: sono film che raccontano la verità. Da parte mia, l’impegno è quello di creare, prima di tutto, un buon film. Il cinema è verità, ma lo è anche il cinema di finzione, forse ancora di più, perché rappresenta, comunque, una verità. In qualsiasi tipo di film è necessario un conflitto esprimibile sotto forme diverse: un conflitto di sentimenti, un conflitto nell’ambito lavorativo o sociale … Quando uscì nelle sale Mery per sempre, confesso che ero molto preoccupato perché il film arrivò al cinema a metà maggio. Eppure, ebbe una grande fortuna. Il vero scoglio superato dal film fu quello della Commissione Censura: fu la presidente della commissione di allora a motivare – per la prima volta – che il film doveva essere per tutti, senza restrizioni. Fino a quel momento le motivazioni di censura riportavano il perché un film venisse vietato a questa o quella fascia di età.

La pièce teatrale è anche un’opportunità di ridare luce ad un’attrice non abbastanza ricordata?
Questa è una bella domanda. Ne sarei felice. In effetti, un mito come Silvana Mangano meriterebbe di essere ricordato di più, allo stesso modo come continuano ad essere ricordate Anna Magnani o Monica Vitti. E’ probabile che il suo carattere schivo, distaccato, introverso – ed il suo modo spesso austero e irraggiungibile – così come la decisione di allontanarsi dalla vita sociale, abbiano contribuito. E’ stata una grandissima attrice che ha saputo dar vita a personaggi diversi tra loro, partendo dai ruoli di popolana – come in Riso Amaro di Giuseppe De Santis – a quelli di donne sofisticate e aristocratiche, come in Morte a Venezia di Luchino Visconti, dove era elegantissima con i magnifici abiti creati da Piero Tosi.

Ma scattò davvero l’amore tra Sordi e Mangano?
In questa commedia sentimentale – un’ora e cinque minuti – il confine tra amicizia e amore è molto sottile. Alberto Sordi e Silvana Magnano – interpretata da Lucia Rossi, attrice molto brava e particolarmente somigliante alla Mangano – si trovano a ripassare il copione del film ad episodi – Eritrea e L’automobile – interrogandosi sulla natura dei sentimenti e sulla possibilità di amare senza possedere. L’incontro di lavoro si trasforma in un confronto di ricordi, provocazioni e confidenze. Alberto subisce, inevitabilmente, il fascino di Silvana, mentre lei ritrova leggerezza che, per alcune ore, l’aiuta a dimenticare le proprie inquietudini. Si ha paura ad entrare nel profondo di un sentimento che non può compiersi. Alberto si innamorò di Silvana, questo è indiscutibile, ma l’amore rimase una grande amicizia. Probabilmente, se Silvana non fosse stata sposata con Dino De Laurentiis e non avesse avuto quattro figli …

Si avverte anche il sentimento di gelosia
Senza dubbio. E’ un equilibrio di emozioni. A fare da contrappunto alla relazione tra i protagonisti c’è il produttore Dino De Laurentiis, marito di Silvana, particolarmente geloso della moglie. E’ un sentimento che ha radici lontane. Quando Silvana era giovanissima ebbe una storia d’amore con Marcello Mastroianni. Un amore adolescenziale, ma intenso – lei aveva 16 anni, lui una ventina – che procurò molta gelosia in De Laurentiis. Il marito si oppose per evitare che la moglie si trovasse a recitare accanto a Mastroianni nel film La dolce vita; quel ruolo di Maddalena – che Fellini aveva pensato per Silvana – venne affidato ad Anouk Aimée. Silvana era magnetica, lo disse, tra gli altri, Terence Stamp – che recitò al suo fianco nel film Teorema di Pier Paolo Pasolini: “Silvana fa innamorare”. In questo progetto per il teatro si racconta, anche, la paura dei sentimenti. Sì, perché i sentimenti possono far male.

Cosa è cambiato nel fare cinema?
Nel film Il sospetto, Hitchcock fece inserire una piccola lampadina nascosta dentro il bicchiere di latte. Un trucco visivo per fare in modo che il pubblico non potesse fare a meno di fissare quel bicchiere. Ecco, penso che basti l’idea. Proprio l’altro giorno, un caro amico mi ha mandato una foto ambientata in un bellissimo paesaggio innevato; un’immagine perfetta, piena di dettagli che, però, era stata realizzata con l’ausilio dell’Intelligenza Artificiale. Il cinema di oggi si fa anche con la tecnologia. E si può fare tutto. L’importante è che le storie raccontate siano coinvolgenti e conservino magia e mistero. Ed ovviamente, il conflitto. Una volta ci si sorprendeva. Oggi non ci si sorprende più. Il fatto che si possa fare tutto, forse, toglie magia.

Affari Alert
Aggiornamenti e contenuti editoriali dedicati, via email.
Dal 1 Gennaio 2027: 0,99€/mese o 9,99€/anno


