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Salva-Roma: – 80 al caos. Marino, mano al bisturi

Lo scorso anno, di questi tempi, Ignazio Marino appendeva al chiodo il bisturi per iniziare a studiare la città. Al Consiglio comunale straordinario sul Salva Roma è apparso evidente che ci è voluto quasi un anno per capire la realtà romana: un città piegata su se stessa dalla crisi economica, financo a vedere il proprio sistema infrastrutturale ridotto ai minimi termini.
Per dovere di serietà, occorre anche ricordare che il “piano Marshall” per ricostruire strade, servizi di base e quant’altro costituisce l’ossatira di una metropoli, era stato già ipotizzato, quasi vaticinato, da Alfio Marchini che, nel suo programma elettorale aveva dedicato proprio un capitolo alla “ricostruzione di Roma”. Convinto che la  Capitale avesse bisogno di molto di più di una riverniciata, Marchini al ballottaggio aveva offerto anche il suo “miracolo elettorale” se solo il futuro sindaco avesse abbracciato la sua proposta di una “ristrutturazione generale”, partendo dalle strade per finire con l’edilizia: tutto senza nuovo cemento.
Del cambio di marcia del primo cittadino se n’è accorto anche l’attento Gianluigi De Palo che, con un educato post su Fb, ha evidenziato in diretta “che e sta usando un altro linguaggio ed un altro registro rispetto alla campagna elettorale. All’epoca si narrava di un posto nido per ogni bimbo di Roma, di assegni sociali per i giovani disoccupati, di riduzione dell’IMU e di tanto altro… Astrazione contro concretezza”.
Ecco, dopo tanta astrazione e progetti irrealizzabili, Marino ha messo i piedi per terra. E se per caso la punta della scarpa fosse ancora sospesa nel balletto delle chiacchiere, ad ancorarlo ci ha pensato il vicepresidente di Confindustria, Attilio Tranquilli, il quale ha chiarito una volta per tutte che Roma deve imboccare una sttada coraggiosa e cioé la fine del monopolio, sia pubblico che privato, per i due settori che divorano denaro: rifiuti e trasporti. E ha anche ricordati ai politci e ai sindacti che ancora dissertano sulle cose da fare e sulle logiche da seguire che alla scadenza imposta dal Governo non mancano 90 giorni: ne mancano 80. Dieci sono stati già bruciati in chiacchiere.