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L’elezione di Malagò è l’arte italiana di non farsi mai da parte

L’ex numero uno del Coni sale alla guida della Federcalcio dopo il crollo azzurro. Il ricambio resta fuori dalla stanza dei voti.

L’elezione di Malagò è l’arte italiana di non farsi mai da parte
Giovanni Malagò, Presidente FIGC (Foto Ipa)

Dopo il Coni, Malagò entra in Federcalcio con il 68,58% dei voti dell’assemblea federale

Nulla da dire su Giovanni Malagò, 67 anni, nuovo Presidente della Figc. Non è questa la sede per analizzare le sue doti e abilità. Non è nemmeno una questione personale, ma solo culturale. Se davvero nel calcio italiano si parlava di rinnovamento, affidarsi all’ennesimo splendido quasi settantenne non sembra esattamente la rivoluzione promessa.

Sembra piuttosto la solita Italia che confonde il cambiamento con il trasloco della stessa classe dirigente da una poltrona all’altra. La responsabilità, però, non è di chi propone ma di chi accetta. Perché arriva un momento in cui il contributo più prezioso che un dirigente possa dare non è occupare ancora una stanza, ma liberarla.

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Accompagnare un giovane, consigliarlo, sostenerlo. Lasciargli spazio. Invece no. Da noi il passaggio di consegne è vissuto come una sconfitta personale, quasi una resa. E così continuiamo a celebrare i giovani nei convegni, nei discorsi pubblici e nelle campagne elettorali, purché restino a debita distanza dai luoghi dove si decide davvero.

Non è un caso se le aziende più innovative del mondo siano spesso guidate da persone che hanno l’età dei figli dei nostri grandi manager e dei nostri grandi presidenti. L’innovazione richiede anche il coraggio di rischiare. E il rischio, per definizione, appartiene più a chi deve costruire il proprio futuro che a chi difende il proprio passato. Poi ci chiediamo perché il Paese fatichi a rinnovarsi, ma finché le burocrazie restano inchiodate ai soliti noti é difficile intravedere una traiettoria di innovazioni profonde.

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