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Mondiali 2026, allo stadio Azteca tutto diventa leggenda: Italia-Germania, la Mano de Dios di Maradona e il volo di Pelé

Messico-Sudafrica apre il Mondiale 2026 nello stadio di Italia-Germania 4-3, del Brasile di Pelé e della Mano de Dios di Maradona

Mondiali 2026, allo stadio Azteca tutto diventa leggenda: Italia-Germania, la Mano de Dios di Maradona e il volo di Pelé
Targa commemorativa della “Partita del Secolo” nello stadio Azteca di Città del Messico (Foto da wikipedia di Hellner)

Il Mondiale 2026 parte da Città del Messico, nello stadio che ha visto alcune delle scene del calcio diventate leggenda. All’Azteca si giocò “la partita del secolo” il 4-3 dell’Italia contro la Germania, l’ultimo capolavoro mondiale di Pelé e la doppia leggenda di Maradona contro l’Inghilterra: il gol del secolo e la Mano de Dios.

Messico-Sudafrica apre il torneo nello stadio delle finali 1970 e 1986

Il Mondiale 2026 comincia dallo stadio Azteca (qui tutti gli stadi dei Mondiali 2026), il palcoscenico che più di ogni altro ha visto passare la storia della Coppa del Mondo. L’11 giugno, a Città del Messico, la gara inaugurale tra Messico e Sudafrica riporta il torneo in un impianto che non ha bisogno di presentazioni. Con il 2026 l’Azteca diventa il primo stadio a ospitare per tre volte una gara inaugurale del Mondiale, dopo il 1970 e il 1986. E c’è anche un dettaglio tecnico che rende tutto più epico: Città del Messico è a oltre 2.200 metri di altitudine. Meno ossigeno, ritmo diverso, pallone che viaggia in modo diverso. Anche per questo giocare lì non è mai una partita normale (qui i convocati di tutte le Nazionali).

Qui si sono giocate partite che vanno oltre il risultato. L’Italia-Germania Ovest 4-3 del 17 giugno 1970, la finale vinta dal Brasile di Pelé quattro giorni dopo, la notte di Diego Armando Maradona contro l’Inghilterra nel 1986. Tre capitoli diversi, un solo stadio.

Italia – Germania 4-3: la partita del secolo

Fuori dall’Azteca, al secolo Mexico City stadium è appesa una targa che recita: “Lo stadio Azteca rende omaggio alle Nazionali di Italia (4) e Germania (3), protagoniste nel Mondiale del 1970 della Partita del Secolo. 17 giugno 1970″.

Quella targa è diventata quasi una seconda fotografia della partita. Non celebra una coppa, ma una semifinale. Segno raro, perché nel calcio di solito resta chi vince un torneo. All’Azteca, invece, è rimasto inciso anche il modo in cui una partita è stata giocata: sette gol, cinque nei supplementari, un’Italia stremata e una Germania rimasta in piedi fino all’ultimo
L’Italia passa in vantaggio con Roberto Boninsegna, poi prova a difendere il risultato fino all’82’, quando Karl-Heinz Schnellinger trova il pareggio per la Germania Ovest. Da lì la semifinale cambia completamente ritmo. Nei supplementari succede di tutto. Gerd Müller porta avanti i tedeschi, Tarcisio Burgnich pareggia, Gigi Riva firma il nuovo vantaggio azzurro. Müller segna ancora per il 3-3. Pochi secondi dopo Gianni Rivera, finito sotto accusa sull’azione precedente, si riscatta con il gol del 4-3 e manda l’Italia in finale. Resta anche l’immagine di Franz Beckenbauer, con il braccio fasciato al petto dopo la lussazione della clavicola destra al 70’. La Germania aveva già effettuato le due sostituzioni consentite. “Der Kayser” rimase in campo nonostante il dolore, per evitare di lasciare la squadra in dieci.

Il giorno in cui Pelè diventò “O Rei”

Il 21 giugno 1970, sempre all’Azteca, l’Italia ritorna in campo per la finale. Di fronte c’è il Brasile di Pelé, una squadra entrata nel mito per qualità, tecnica e libertà di gioco. Finisce 4-1 per la Seleção, contro un’Italia arrivata scarica dopo la battaglia con la Germania Ovest. In campo il Brasile schiera una concentrazione di talento quasi irreale: Gerson, Rivellino, Jairzinho, Tostão e Pelé. Il quarto gol, firmato da Carlos Alberto, nasce da una delle azioni collettive più famose della storia. Clodoaldo dribbla quattro italiani all’inizio della manovra, poi il pallone corre fino alla conclusione del capitano brasiliano. Quella finale non chiuse soltanto il Mondiale messicano. Chiuse anche l’epoca della Coppa Jules Rimet. Con il terzo titolo mondiale, dopo il 1958 e il 1962, il Brasile si guadagnò il diritto di tenerla per sempre.

Il momento che resta impresso nella storia di questo sport arriva al 18’. Pelé sale in aria, colpisce di testa e sblocca la finale davanti a 107.412 spettatori. È il suo ultimo Mondiale. Segna, serve due assist e conquista il terzo titolo dopo quelli del 1958 e del 1962. Alla fine viene portato in trionfo da una nazione intera. L’Azteca lo consegna alla leggenda. È lì che Edson Arantes do Nascimento divenne per sempre O Rei.

La mano de Dios e il gol del secolo: quando Diego Armando Maradona si trasformò da uomo in dio

Sedici anni dopo, lo stesso stadio diventa la casa del mito di Maradona. Il 22 giugno 1986, nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, il numero 10 argentino segna due gol in circa quattro minuti. Il primo con la mano, il secondo con un’azione personale rimasta nella memoria di tutti.

Al 51’, Maradona anticipa il portiere inglese Peter Shilton e colpisce il pallone con la mano sinistra. L’arbitro non vede. Dopo la partita, l’argentino dirà: “L’ho segnato un po’ con la testa di Maradona e un po’ con la mano di Dio”. Al 55’ arriva il capolavoro. Maradona parte dalla propria metà campo, salta cinque giocatori inglesi, compreso Shilton, e deposita il pallone in rete. È il gol del secolo. Alla radio, il giornalista argentino Victor Hugo Morales accompagna l’azione con un commento diventato parte della leggenda: “(…) Maradona! Genio! Genio! Genio! Ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta… Gooooool! Gooooool! Sto per piangere! Buon Dio, viva il calcio! Golaaazooo! Diegoooooool! Maradona! Maradona, in una corsa memorabile, nella giocata più bella di tutti i tempi… Aquilone cosmico! (…) Da quale pianeta vieni per lasciarti alle spalle così tanti inglesi? (…) Diegol, Diegol, Diego Armando Maradona! Grazie a Dio per il calcio… per Maradona… per queste lacrime… per questo Argentina 2, Inghilterra 0”.

Maradona segnerà poi due gol anche contro il Belgio in semifinale. In finale, contro la Germania Ovest, non va a segno, ma serve a Jorge Burruchaga il pallone del 3-2 che consegna il titolo all’Argentina. Sulla panchina tedesca c’è ancora Beckenbauer, questa volta da allenatore. Per lui l’Azteca diventa di nuovo uno stadio amaro.

Sulle pareti dello stadio non c’è solo il ricordo della Partita del Secolo tra Italia e Germania. C’è anche il richiamo al Gol del Secolo di Maradona. Due targhe, due modi opposti di entrare nella storia: una partita collettiva e una giocata individuale, undici contro undici da una parte, un uomo in missione, contro una nazione intera dall’altra.

Oggi si torna a giocare un Mondiale lì, allo Estadio Azteca, dove la Coppa del mondo ha lasciato pagine indelebili di storia e dove tutto diventa leggenda.

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