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Toscana
Antiquariato, Gianfranco Luzzetti racconta la sua vita dedicata al bello

Gianfranco Luzzetti è diventato collezionista senza quasi accorgersene. Forse è stato per colpa di un quadretto, una deposizione di un pittore secondario del 600 milanese, non un pezzo di valore, non un capolavoro, ma un innamoramento a prima vista.

La prima opera d’arte comprata in gioventù non si scorda mai nella vita. Gianfranco Luzzetti la vide a Londra nelle visite che, insieme all'amica Giuseppina, faceva tra gli antiquari di Portobello Road nel tempo libero, dopo il corso di inglese per cui la British Petroleum lo aveva mandato nella capitale britannica. Chiese il prezzo al negoziante, non era elevato, ma comunque troppo per lui che era un ragazzo alle prime armi, e non aveva i soldi per prenderlo. Ma gli rimase il desiderio di averlo e, alla fine, tornando nel negozio, l'antiquario chiedendogli quanti soldi avesse in tasca, gli vendetta l’opera, che diventò la prima di una lunga serie. Con quella deposizione nasce una passione, poi diventata lavoro di successo, che ha portato Luzzetti a viaggiare in tutto il mondo e conoscere intellettuali, artisti, registi, personalità della cultura, del bel mondo. Gianfranco Luzzetti  raccoglie le sue memorie, i suoi pensieri di una vita di antiquario, ma anche le esperienze di vita, gli incontri i successi e gli insuccessi, le gioie e di dolori nel libro In volo coi gabbiani, memorie di un antiquario collezionista. Qui vengono raccontati gli anni della frequentazione di nuovi ambienti raffinati ed esclusivi, ricchi di cultura e popolati da personaggi straordinari: Eugenio Montale, Luchino Visconti, Sofia Loren, Ferruccio Parri, Carlo Ludovico Ragghianti, Paolo Grassi, Rodolfo Siviero, Camilla Cederna, Rudolf Nureyev, Renata Tebaldi, Maria Callas, Zubin Mehta e molti altri.

Che ricordo ha di Giuncarico, il suo paese natale ?

Giuncarico è un paese medievale della Maremma Toscana arroccato sulla collina con una splendida vista sulla pianura e sullo sfondo il mare. Tutto era dominato dal silenzio, rotto solo dalle incitazioni degli allevatori ed ai richiami dei contadini ricordo il vento tra le spighe del grano e gli odori della terra umida ricordo i paesi vivi disseminati sui crinali dei colli, i poderi come oasi riparati nella pianura assolata, i sentieri pietrosi e gli ulivi secolari. Giuncarico era un paese molto tranquillo e tutto si svolgeva nella calma delle consuetudini familiari. A Giuncarico coloro che non avevano trovato occupazione nelle miniere vicine lavoravano nei campi. La sussistenza del Paese dipendeva dalla ricchezza della produzione agricola. Nei momenti di difficoltà tutto si saldava in un rapporto di fratellanza, in un mutuo soccorso che creava legami saldi e duraturi Non c'era egoismo e individualismo, erano ancora lontani i tempi del consumismo sfrenato. L'umanità era raccolta intorno ai focolari ritemprata dai canti e dalle feste tradizionali legate indissolubilmente alla terra. Ogni tanto nel silenzio del Paese si sentivano risuonare per le strade solitarie delle voci ombrellaio! arrotino! stagnaro! cantastorie erano gli ambulanti che passando chiamavano i clienti che ormai conoscevano bene offrendo i loro servizi e la loro merce direttamente in strada

Che ricordi ha del fascismo?

Ricordo bene il fascismo. Ero piccolo e mi piaceva indossare la divisa da balilla, era come un gioco. Ma ricordo anche il resto. Il babbo, come i suoi genitori, era un socialista moderato e non prese mai la tessera del Fascio, anche perché il lavoro lo ebbe molto prima dell'avvento del regime. Ebbe comunque qualche problema perché non prese mai la tessera del partito, e non ci mandava volentieri alle adunate.  Non era raro che le camicie nere venissero a prendere mio padre che ritornava a casa dopo qualche ora e stava malissimo perché gli avevano fatto bere l'olio di ricino e gli occorrevano giorni prima di rimettersi in sesto. Sono ricordi dolorosi di cui non parlo spesso

Come furono gli anni del Dopoguerra?

Finita la guerra mi trasferì a Grosseto, una città che stava vivendo una fase di grande crescita ed espansione demografica. Decisi di trasferirmi li insieme ai miei fratelli per lavorare e guadagnare qualcosa e per contribuire al budget familiare. Eravamo una famiglia molto numerosa e Grosseto poteva garantirci maggiori prospettive di lavoro. Iniziai come cameriere in un famoso ristorante che si chiamava alla Buca di San Lorenzo. La moglie del proprietario era di Giuncarico, amica di mia madre, e grazie a lei ottenni quel lavoro che favorì un incontro che poi mi avrebbe cambiato la vita

E infatti da li a poco si trasferì a Roma

Infatti in quel ristorante conobbi una signora inglese che abitava a Roma e che ogni volta che passava da Grosseto veniva a mangiare alla Buca San Lorenzo. Probabilmente lei aveva una affettuosa simpatia nei miei riguardi e chiese notizie della mia famiglia e delle mie ambizioni. Un giorno mentre era a tavola mi disse: tu perdi solo tempo qui vieni a lavorare per me come mio segretario sarai una specie di factotum. Potevo finalmente uscire da una quotidianità che mi stava stretta e andare verso l'ignoto in un mondo nuovo e diverso. Avevo sempre sognato di volare via, non desideravo altro, sentivo che era un'occasione che non potevo lasciarmi sfuggire e andai a Roma con la signora inglese. La capitale all'epoca aveva ancora una dimensione umana, non caotica come oggi. Le strade erano quasi prive di traffico, le auto erano poche e anche l'aria era pulita. Penso di essere stato molto fortunato ad avere avuto un regalo così grande, la fortuna di aver incontrato una donna fantastica che mi trattava come un nipote. La signora mi insegnò anche il gusto per l'arte, per l'antiquariato. Mi portava spesso in via del Babuino per frequentare i negozi degli antiquari, mi insegnò a leggere l'arte, anche quella decorativa. A 19 anni fui chiamato ad assolvere gli obblighi di leva e dovetti lasciare Roma

Dopo Roma inizia l’avventura milanese

A Milano fui particolarmente fortunato perché non stavo in camerate affollate ma mi concessero il privilegio di condividere la stanza solo con altri due militari. Mangiavo alla mensa sottufficiali e dopo l'orario di lavoro avevo perfino la possibilità di uscire tutte le sere fino alle 23. Milano era straordinaria e vitale, sono stato il testimone di una fase meravigliosa, quella della ricostruzione post-bellica. La città era in preda a una frenesia di attività, un dinamismo incredibile, per me era il centro del mondo, così mi fermai consapevole che non avrei mai potuto tornare a vivere in Maremma. Una sera, nel foyer di un teatro milanese, si presentò un signore, accompagnato da una donna, che si chiamava Cino Del Duca, fondatore nel 1946 di Grand Hotel, un settimanale di grande successo, che mi chiese se fossi interessato a fare l'attore nei fotoromanzi. Mi fece un provino e appena qualche giorno dopo mi arrivò a casa il primo contratto della mia vita. Fu una sorpresa, una cifra per l'epoca incredibile e la possibilità di realizzare come protagonista, nel 1954, ben sei fotoromanzi che mi avrebbero consentito, poi con gli anni, di comprare casa ai miei genitori. Con i fotoromanzi divenni in breve tempo abbastanza celebre e conobbi anche Sofia Loren che all'epoca recitava con il nome di Sofia Lazzaro. Era giovane, bellissima, un po' ingenua ma ambiziosa e decisa a farsi strada nel mondo del cinema. Sapeva che il mondo dei fotoromanzi era solo una tappa per lei. Fu davvero simpatica, legammo e siamo rimasti sempre rimasti amici.

A Milano si  è anche occupato di politca

Ho sempre avuto una coscienza civile di impegno, anche se non mi sono mai occupato veramente attivamente di politica. Me lo hanno chiesto in più occasioni, sempre per il Partito Socialista. Gli amici mi dicevano potresti fare senza problemi il consigliere comunale ma un certo senso di riservatezza e pudore non mi ha permesso di dedicarmi a un'attività vera  e propria. Sono stato un testimone del Novecento, ho vissuto le privazioni della guerra, la fine del Fascismo, la nascita della democrazia, ho conosciuto i ceti umili e goduto dello straordinario esempio di onestà e legalità di mio padre, così maturai la mia ideologia di uomo appartenente a una sinistra moderata, molto critica nei confronti delle ingiustizie sociali, ma anche poco incline ai radicalismi alle rivoluzioni violente.

Come era la Milano del Dopoguerra?

La città era uno dei vertici del triangolo industriale, insieme a Torino e Genova, che trainavano la ripresa dell'Italia del Dopoguerra. Vennero costruiti i primi grattacieli, il Pirelli, la Torre Velasca, nuovi quartieri, le fabbriche si ingrandirono. Luchino Visconti mi propose anche di lavorare con lui, che proprio in quegli anni realizzò dei film su quel periodo storico come ad esempio Rocco e i suoi fratelli, il racconto di una famiglia Lucana che cerca fortuna al nord Italia. Milano era la capitale culturale e civile del paese, li nacque il movimento studentesco del 68 ma fu anche lo scenario di grandi sconvolgimenti sociali come la bomba di Piazza Fontana nel 69, le Brigate Rosse con la gambizzazione di Indro Montanelli. Mi ricordo anche molto bene la Milano da bere del Partito Socialista legato a Bettino Craxi, il rampantismo sociale ed economico che fece emergere nuove figure in città, una su tutte Silvio Berlusconi. A Milano capì veramente che cosa volevo fare della mia vita, volevo dedicarla all'arte in modo pragmatico e decisi di aprire un piccolo negozio di antiquariato. L'entusiasmo era tanto, ma i soldi pochi. Affittai un piccolo negozio in via Moroni, di fronte alla celebre casa di Alessandro Manzoni, e lo sistemai senza grandi investimenti economici e senza rivolgermi a operai specializzati. Dipinsi da solo le pareti e attrezzai un nuovo impianto elettrico. Comprai una vecchia Fiat 600 che mi serviva come furgone per trasportare la merce risparmiando così anche il costo del camionista.

Che personalità gravitavano all’epoca nel capoluogo lombardo?

Quelli che ricordo con maggiori piacere sono gli intellettuali, ed in particolar modo Eugenio Montale che abitava in via Bigli, vicino a me. Spesso ci si incontrava nel cortile e mi salutava chiamandomi toscanaccio poi mi prendeva sottobraccio mandando via la badante che lo accompagnava e iniziavamo le nostre lunghe passeggiate nel quartiere. Fu per me un incontro molto importante perché le conversazioni con il grande poeta mi stimolarono moltissimo e contribuirono ad allargare ancora di più i miei orizzonti culturali. Anche lui era arrivato a Milano nel Dopoguerra e negli anni dei nostri incontri era redattore del Corriere della Sera. Poi, sarebbe diventato senatore, e nel 1975 Premio Nobel per la letteratura. Mi ricordo anche Paolo Grassi, direttore del Piccolo Teatro di Milano, che in seguito sarebbe diventato sovrintendente della Scala e presidente della RAI, Camilla Cederna scrittrice e giornalista, che divenne celebre per le sue inchieste come quella sull’anarchico Pinelli e sul Presidente della Repubblica Giovanni Leone che anche a causa delle sue indagini giornalistiche si dovette dimettere. Questi incontri mi portarono a frequentare  con assiduità la classe dirigente milanese e mi permisero l'accesso a quel mondo politico e culturale che avevo sempre desiderato conoscere. La mia galleria diventò così un vero e proprio ritrovo, un cenacolo, un centro culturale che ospitava non solo clienti amici ma anche persone che non erano assolutamente interessate al mondo dell'antiquariato. Fu lì che decisi di prendere un fondo in via Montenapoleone, che a partire dagli anni Cinquanta si stava imponendo come una delle vie più importanti e lussuose del commercio mondiale. In via Montenapoleone passava la migliore società di Milano e fu il mio trampolino di lancio. Eravamo in pieno Boom industriale, gli imprenditori avevano tanti soldi e volevano salire nella scala sociale e culturale anche attraverso il gusto. Avevano bisogno di qualcuno che gli sistemasse l'arredamento e gli guidasse nella ristrutturazione delle case.  Ad esempio riuscì a conquistare la fiducia dei Rizzoli e dei Mondadori; frequentava la mia galleria anche l'industriale Pietro Barilla, un ottimo cliente, un grande collezionista che investiva molte risorse nell'arte contemporanea, amava decorare i suoi quadri moderni con bellissime cornici antiche.  Con il tempo il nostro rapporto di conoscenza si è trasformato fino a diventare una vera e propria amicizia.

Il successo spesso ha dei risvolti poco piacevoli, come l’invidia.

Il successo, insieme all'uso di metodi innovativi e lontani da quelli praticati dalla maggior parte degli antiquari dell'epoca, ebbe come naturale conseguenza l'invidia, la critica e la maldicenza. Cominciarono così gli attacchi, i dispetti, i boicottaggi e tanti altri tentativi di danneggiare il mio lavoro. Ne ero consapevole. Una volta, proprio Montale, mi avvertì con premura e spirito materno delle insidie che la popolarità ti può arrecare: vedi toscanaccio - mi disse - tu hai successo ma questo si paga a caro prezzo. Una volta aveva un avevo una cliente che si chiamava Rina Brion, fondatrice col marito della celebre Brionvega, industriali del design applicato all’elettronica. Era una donna di enorme intelligenza e intuito che comprava da me mobili e fondi oro Quando Rina Brion si rivolse a un altro antiquario lodando il mio buon gusto e la mia bravura facendo esplicitamente capire di aver comprato molti oggetti da me, tutto l'ambiente Milanese degli antiquari si sentì minacciato dalle imprese di quel giovane che cominciava a entrare nelle grazie dei clienti più facoltosi e così cominciarono gli attacchi diretti e indiretti

Che clima si respirava in quegli anni in via Montenapoleone?

Quando ho lasciato il mio negozio di via Moroni, via Montenapoleone era certamente una bella strada, ma ancora piena di macellai, fruttivendoli, salumieri, elettricisti. La stessa via Spiga, parallela di via Montenapoleone, era una via secondaria con un solo ristorante. Allora era impensabile immaginare che sarebbe diventata uno dei maggiori centri dello shopping dell'alta moda a livello mondiale. Milano stava cambiando e una vera e propria metamorfosi si verificò quando diventò la capitale della Moda Italiana, primato che prima spettava a Firenze per le sfilate della Sala Bianca di Palazzo Pitti

Cosa significa per lei essere collezionista?

Il collezionista seleziona, cerca sempre di migliorare la sua collezione perché è in uno stato di innamoramento continuo. Si innamora di un oggetto e sta male se non riesce ad averlo, ma è anche infedele a volte perché appena raggiunto il suo scopo pensa subito ad un altro pezzo. Una collezione è sempre in movimento, ma è anche unitaria ed unica, e per questo non ho mai venduto un pezzo della mia collezione di casa mia. Sono tutti miei figli e i figli non si vendono! possedere opere d'arte mi ha sempre dato una grande energia perché il rapporto con gli oggetti, diceva qualcuno, è più costante che con gli uomini. Gli oggetti non cambiano mai natura e non diventano mai noiosi

Perché decise di lasciare Milano per Firenze?

Il desiderio di tornare in Toscana era sempre vivo in me fin all'inizio. Non ero proprio sicuro di volerci vivere ma un primo passo fu compiuto quando acquistai Villa Medici Tornaquinci, situata sotto Monteloro, presso Fiesole, nel 1973.  Dovetti studiare molto per capire come riportarla all'antico splendore e cercai prima di tutto di recuperare la pianta originale dell'edificio. Erano i primi anni Ottanta quando decisi di lasciare definitivamente Milano. Per me è stata una sfida, un atto d'amore, perché ormai avevo consolidato tutta la mia attività di antiquario a Milano. Se Milano nel Dopoguerra è stata la città dinamica degli affari, Firenze è stata l'amore vero. Firenze ha ospitato la mia maturità professionale, anche perché mi indirizzai in un settore allora praticamente ignoto, il Seicento fiorentino con opere che all'asta si compravano con poco o nulla e che invece con il tempo si sono valorizzate moltissimo.

Ci parla del Museo Collezione di Grosseto che porta il suo nome?

Dopo anni di trattative con l'amministrazione comunale di Grosseto, ho portato a conclusione positivamente il nuovo museo che ha oltre 70 opere realizzate in un periodo che va dal Trecento all’Ottocento, firmate da artisti prestigiosi come Antonio Rossellino, Giambologna, Rutilio Manetti, Domenico Cresti detto Passignano, Corrado Giaquinto, Camillo Rusconi, Pier Dandini e Giovanni di Tano Fei. Devo ringraziare il sindaco di Grosseto Antonfrancesco Vivarelli Colonna per il suo grande impegno per la realizzazione del museo che si intitola Museo collezione Gianfranco Luzzetti ed è ubicato nell’ex convento delle Clarisse, nel centro storico cittadino, una degna conclusione della mia carriera, un contributo per illustrare la storia del collezionismo italiano ma anche l'occasione per rilanciare una terra che amo moltissimo e che ha bisogno di nuovi fermenti culturali e turistici. Sono felice che dopo questo terribile periodo del Coronavirus il museo, inaugurato a dicembre dello scorso anno, sia riaperto a gruppi di sei persone, accompagnati passo dopo passo dalla voce della Badessa di Santa Chiara in filodiffusione. Il museo è aperto al pubblico il venerdì, il sabato e la domenica dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 21, fino al 5 luglio. Dopo il 5 luglio, con il graduale ritorno alla normalità, si passerà alla consueta fruizione con un approccio standard alle opere.  L’ingresso è gratuito, ma è sempre consigliabile la prenotazione chiamando i numeri 0564 488066 / 488067 oppure scrivendo a collezioneluzzetti@gmail.com

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