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Finanza

La deflazione è, in macroeconomia, una diminuzione del livello generale dei prezzi, che porta in teoria vantaggi a consumatori e piccoli risparmiatori, perché il denaro in loro possesso permetterà via via di acquistare una quantità sempre un po’ maggiore di ciascun bene, ma in realtà provoca un lento ed inesorabile crollo dei rendimenti (particolarmente evidente sul mercato obbligazionario) e quindi spesso a decisioni di investimento più rischiose. Vediamo fra poco perché.

Ma prima ricordiamoci del fenomeno opposto, che si definisce inflazione, cui i risparmiatori italiani si sono abituati in decenni di crescita del debito pubblico: era triste vedersi erodere il potere d’acquisto dei propri risparmi ogni anno, ma era anche molto facile reagire acquistando titoli dello Stato italiano che coprivano abbastanza bene gli svantaggi dell’inflazione con rendimenti accettabili e talvolta quasi allettanti.

In fase di espansione economica della nostra nazione, inoltre, salvo il fenomeno dei “cigni neri”, cioè quelle situazioni negative improvvise, che fanno perdere tutto in poche ore, gli indici azionari si sono comportati mediamente molto bene, regalando soddisfazioni a chi accettava qualche rischio in più.

Bene, come gli italiani hanno dovuto imparare, non è più così. E allora i consulenti e i promotori finanziari si sono sbizzarriti nel suggerire investimenti alternativi, con le conseguenze talvolta tragiche note a tutti: basta pensare alle obbligazioni subordinate di pochi mesi fa.

Il prof. Beppe Scienza, autore del noto e indimenticabile manuale “Il risparmio tradito”, che da tempo cerca di mettere in guardia i risparmiatori sulle trappole del sistema finanziario, ha recentemente affrontato l’argomento da un’ottica anche in questo caso molto interessante. Se non vale più la pena investire in obbligazioni, per via di un rendimento vicino allo zero, se non addirittura negativo, vale allora la pena di rivolgersi al mercato azionario?

“Nell'ambito della finanza ci si imbatte spesso in argomentazioni speciose sui vantaggi dell'investimento azionario. Molti sono infatti i soggetti cui conviene, a fini leciti o truffaldini, spingere i risparmiatori in tale direzione” afferma Beppe Scienza.

E prosegue: “L'ultima trovata, insidiosa perché alquanto convincente, è che i bassi tassi d'interesse di titoli di Stato e obbligazioni siano un motivo valido per spostarsi dal reddito fisso alla Borsa. Anche questa è una frottola. Ma non solo perché con le azioni uno rischia comunque di rompersi l'osso del collo, se incappa in un pesante crac borsistico. È proprio falso che in concomitanza di un costo del denaro intorno allo zero ci si debba aspettare dall'investimento azionario buoni rendimenti”.

D’altra parte il Giappone ha iniziato a parlare di deflazione molti anni prima dell’Europa e certamente i risparmiatori giapponesi non hanno salvato i loro risparmi nei periodi di crisi giocando in borsa.

Nel periodo 1990-2015 il suo tasso di sconto è sceso in breve al 2%, poi sotto l'1% e anche i titoli decennali, che hanno sempre reso pochissimo rispetto a quelli europei e americani, ormai non rendono nulla o quasi.

“Ebbene, cos'ha combinato in questo quarto di secolo la Borsa di Tokio?” insiste il prof. Scienza “Pur conteggiando i dividendi, ha perso il 25,5% (indice Topix). Invece i titoli di Stato hanno prodotto un risultato positivo. Già questo basta a liquidare la teoria che i tassi bassi siano di per sé una ragione valida per spostarsi dalle obbligazioni alle azioni”.

Paolo Brambilla

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