Dalai Lama e il bacio al bimbo, la pedofilia anche tra i monaci buddisti

“Il sistema buddista è malato”, né più né meno della Chiesa. Lo scivolone del Dalai Lama fa riemergere un substrato di casi non raccontati

di Antonio Amorosi
Cronache

Scandalo pedofilia e violenze sessuali anche tra i monaci buddisti. Coinvolto anche il monaco star autore del best seller mondiale “Il libro tibetano del vivere e del morire”

“Le notizie sulla cattiva condotta sessuale dei monaci sono diventate così frequenti da non scioccare più”, scriveva nell’ottobre del 2019 Sanitsuda Ekachai, editorialista del prestigioso quotidiano tailandese Bangkok Post “ma l'ultimo scandalo che coinvolge uno stupratore, monaco pedofilo, mi fa ribollire il sangue”. Segue resoconto di un caso brutale di violenza sessuale nei confronti di un ragazzino, con tanto di sequestro per 5 giorni e minacce di morte in caso spifferi l’accaduto.

“Digita ‘i monaci stuprano i novizi’ in un motore di ricerca”, suggerisce Ekachai, “e la brutta realtà ti colpirà in faccia. Il sistema è malato. Gravemente malato. Eppure il clero continua a chiudere un occhio su questi crimini...”

In queste ore ha destato scalpore, al punto da diventare virale un video in cui il Dalai Lama chiede a un ragazzino indiano di succhiargli la lingua. La leggerezza dell’atto ha fatto riemergere un portato non sempre così netto nei confronti del fenomeno. L’episodio, avvenuto nel febbraio in un tempio dell’India durante un incontro tra il Dalai Lama e gli studenti, ha colpito l’opinione pubblica mondiale. In seguito le scuse per l’episodio, da considerarsi un fraintendimento: “Il Dalai Lama si scusa col bambino e la sua famiglia, e gli amici in giro per il mondo, per il dolore causato dalle sue parole. Sua Santità ama punzecchiare le persone che incontra in modi giocosi e innocenti, anche in pubblico e di fronte alle telecamere. Prova dispiacere per l’incidente”.

Qualcuno, senza grande successo, ha anche tentato di giustificare l’accaduto con l'antica tradizione tibetana di tirar fuori la lingua, un modo di salutare che nella terra di Lhasa risale al IX secolo, prova di non essere la reincarnazione dell’Imperatore Langdarma persecutore dei buddisti (si narra avesse la lingua nera). Malinteso, scivolone o meno, sorprende anche il gesto in sé liceità o opportunità o meno. Oltretutto la vicenda accade in un momento in cui Pechino sta aumentando la sua aggressività in campo mondiale e Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama, rappresenta per il mondo una bandiera per l’indipendenza degli Stati confinanti (il Tibet nel caso specifico) dalla Cina.

Soprattuto i giornali e il web asiatici sono pieni di casi denunciati dalle famiglie di ragazzi e ragazze che raccontano di aver subito violenze dai monaci. Difficile quantificare la portata del fenomeno. Sempre il quotidiano tailandese Bangkok Post racconta la pratica, dei vertici buddisti, di evitare il clamore intorno alle denunce o anche invitando direttamente i seguaci a non farle. Qualche anno fa ne è nato un hashtag, non molto conosciuto in Italia, #MeTooGuru.

Furono feroci le accuse di violenza sessuale nei confronti di una vera e propria star, Sogyal Rinpoche, fondatore di un'importante organizzazione buddista (è apparso nel film Piccolo Buddha interpretato dall’attore Keanu Reeves) e autore del best seller mondiale “Il libro tibetano del vivere e del morire”. Travolto da accuse, sulla sua vicenda è stato pubblicato un libro. La co-autrice Mary Finnigan, che ha contribuito a lanciarne la carriera negli anni '70, spiegò al quotidiano The Daily Beast il perché secondo lei nessuno all'interno del culto al tempo ne avesse contestato il comportamento. L’autrice ha persino fatto appello al Dalai Lama che non si è mosso immediatamente per fermare Sogyal. "Hanno ancora il loro codice mafioso di omertà in veste rossa", ha spiegato la donna. Sogyal Rinpoche è deceduto per un cancro al colon nel 2019 e il caso finì nel nulla.

Spostando latitudine fece scalpore la reazione che sempre il Dalai Lama ebbe nel 2018 quando 4 studenti gli si rivolsero in un incontro a Rotterdam, raccontando le violenze subite da alcuni monaci: “Quelle cose le sapevo già, niente di nuovo”. Condannando poi le azioni che avrebbero messo i carnefici di fronte alla propria vergogna.

Resta il fatto che il problema della violenza sessuale nei culti è un pratica molto sottovalutata e di difficile gestione.

C’è da chiedersi se non sia la stessa strutturazione, con l’obbligatorietà del celibato dei sacerdoti, il voto di castità, il potere legato al ruolo in un contesto chiuso e poco trasparente a facilitarne la diffusione. Come negli altri cleri sono nati gruppi di monaci che hanno dato priorità alla lotta alla pedofilia e alla violenza sessuale ma è una storia vecchia quanto il mondo, problematica da maneggiare anche per vertici dei vari cleri dalle storie secolari, in caso di integrità degli stessi.

Poi in alcuni territori asiatici il culto si innesta in tessuti sociali dove la popolazione è davvero povera. Nella Thailandia contadina gli abusi degli anziani monaci sui novizi si sovrappongono a un contesto di sopravvivenza. La carriera monastica consente anche agli strati più disagiati un'istruzione gratuita, un sostegno finanziario e un alloggio. Molti di coloro che subiscono violenza sono poveri, non scolarizzati e facili prede.

Secondo la legge nazionale, il sesso con minori di 15 anni, indipendentemente dal consenso, è classificato come stupro con una pena detentiva massima di 20 anni e/o una multa massima di 400.000 baht (10.000 euro). Un motorino si compra con circa 1000 euro. La pena può può essere aumentata di un terzo se lo stupratore aggredisce un minore che gli è stato affidato. Potrebbero anche affrontare l'ergastolo se il bambino ha meno di 13 anni. “Eppure”, racconta sempre il Bangkok Post “la maggior parte dei monaci pedofili sfuggono alla legge perché sono protetti da una cultura di paura, segretezza e impunità nei templi”.

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