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Rocca sbrocca
Vaccini, scendano in campo i laboratori privati. Al via il progetto in Liguria
Il presidio per la somministrazione dei vaccini anti-covid all'ospedale militare di Baggio (Foto Mianews)

Ce la possiamo fare. Non è il solito slogan urlato dai balconi ma una considerazione nata sullo slancio della notizia che la campagna di vaccinazione anti Covid si avvarrà, a partire da questa settimana, del primo progetto nazionale di sinergia tra sanità pubblica e privata.

Il piano vaccinale anti Covid ad Aprile, secondo quanto affermato dal governo, infatti, entrerà nel vivo, con l'obiettivo di somministrare 500 mila vaccini al giorno. Sembrava difficile, a sentirlo dire, poter mettere a regime un tal numero di vaccinazioni giornaliere, considerate tutte le criticità logistiche che sono venute a galla per il reclutamento del vaccino e il forte divario organizzativo tra le varie regioni del Paese nel gestire gli appuntamenti  ma avere a fianco della sanità pubblica anche la forza e l'organizzazione del privato  potrebbe veramente voler dire riuscire a somministrare tale numero di vaccini che, tradotto in numeri, significherebbe  immunizzare 15 milioni di persone al mese e  raggiungere entro la fine dell'estate l'obiettivo dell'immunità di gregge.

 In Liguria, il governatore Giovanni Toti ha annunciato, che proprio questo lunedì di fine marzo, e sembra quasi una coincidenza l'obiettivo del governo di aprile e l'annuncio del protocollo d'intesa sanità pubblica-privata di questi giorni), parte il  primo progetto nazionale che mette in sinergia la sanità privata con quella pubblica gestita dalla Regione.

 All'interno del padiglione dell'ex Fiera di Genova,  è stato creato un progetto ambizioso ( perché potrebbe essere il primo di altri) che servirà come nuovo hub per le vaccinazioni attraverso un protocollo dove le strutture private si impegnano «a mettere a disposizione il personale medico, infermieristico, amministrativo e organizzativo per la somministrazione dei vaccini Covid-19 che saranno messi a disposizione dal Servizio sanitario regionale, nonché ad effettuare sul sistema informativo la registrazione dei pazienti vaccinati».   Nel protocollo si stabilisce sia il compenso forfettario dei privati che l'incarico nello specifico. Si parla di 24,5 euro totale a persona per ogni doppio ciclo vaccinale  diviso tra 17,5 euro per l'inoculazione più 7 euro per l'attività logistica dove i privati somministreranno il vaccino Pfizer e gli addetti alla sanità pubblica quello di Astrazeneca.

Il piano vaccinale anti Covid divulgato dall'ufficio del Commissario Straordinario per l'attuazione ed il coordinamento delle misure sanitarie contro l'emergenza epidemiologica prevede, infatti “che tutto il Sistema Paese contribuisca a pieno titolo alla campagna vaccinale” e la sanità privata con in testa Artemisia Lab di Stella Giorlandino  che ha già presentato una proposta con un Piano specifico e dettagliato per supportare soprattutto la linea operativa che prevede la “capillarizzazione delle somministrazioni” sono pronti per dare il loro contributo. Secondo alcune testimonianze alcuni vaccini raggiungono si  e no il 60 % dell'immunizzazione con due inoculazioni e quindi, il tempo in cui vaccini la popolazione diventa fondamentale per non  creare nuove varianti. Quindi fondamentale è aprire ai laboratori privati e, a mio avviso, avere anche la possibilità di scegliere quale vaccino fare  a secondo delle patologie e di quello che consiglia il proprio medico. Come sono finite le file per i tamponi forse ora con il privato si può evitare anche quello che chiamo “lo stress da vaccino”. Sarebbe utile, inoltre, programmare all'interno del protocollo vaccinale, il test sierologico da fare prima del vaccino per vedere chi, magari senza saperlo da asintomatico o perché ha già avuto il Covid, possiede gli anticorpi.

Importante è mantenere la sicurezza  laddove rimane il rischio di assembramenti ma senza esagerare e andare oltre il fenomeno, che esiste, dove sicurezza significhi privazione della propria libertà. A tal proposito, mi è stato fatto presente un fatto avvenuto all'aeroporto di Roma a Fiumicino, il migliore in Europa negli ultimi anni secondo stimate classifiche, da una donna italiana vaccinata negli USA e di ritorno a Roma.

 Ebbene, chi arriva dagli Stai Uniti con il vaccino fatto e con tanto di certificato credo che non abbia bisogno necessariamente di sottoporsi a tampone rapido. Ma qualora lo dovesse fare come regola che bisogno c'è di trattenere il passaporto, se per lo più la persona in questione è italiana? Questo è quello che è successo qualche giorno fa. Secondo il racconto, oltre l'increscioso episodio del ritiro del passaporto, neanche fossimo in uno Stato di Polizia, una volta scese dall'aereo tutte le persone  sono rimaste  raggruppate, per non dire ammassate, in attesa del responso del tampone finché hanno iniziato a chiamare per numero. Ad un certo punto, si sente urlare: “numero 150”. Scusate, risponde una delle persone trattenute, riuscendo a districarsi dalla folla di gente in attesa:  io ho il numero 120 ma non mi avete chiamato. “Ah sì - risponde con pressapochismo l'addetto  -  c'è un problema, lei è positivo al tampone”.

Morale della favola, tutte le persone sbarcate sono state trattenute in attesa del tampone e lasciate ad aspettare. Sì, tutte insieme.  Chi ha fatto il vaccino insieme a chi è risultato positivo al Covid,  dopo il tampone, e a tutti quelli che non erano positivi ma che con questa messinscena di superficialità, travestita da finta sicurezza, forse lo saranno diventati.  Non un bell'esempio di gestione e organizzazione dell'emergenza Covid, mi dispiace dirlo,  né una bella esperienza da  vivere per chi si è ritrovato in questa situazione ma forse, proprio per questo, un fatto da raccontare su cui riflettere.

 

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