Per la prima volta un romanzo, ma diverso da quelli in circolazione. Sì perché il pop filosofo Simone Regazzoni anche nel suo nuovo lavoro, Abyss (Longanesi), non rinuncia alla pop-filosofia, al suo amore per le serie tv americane e, in generale, all’idea che arte e letteraura debbano cambiare, adattandosi ai tempi che corrono e che inevitabilmente modificano esigenze, passioni ed estetica delle cose.
Nasce così, con questa storia intrecciata destinata a un sequel, un nuovo genere letterario, il philo-thriller che unisce avventura, azione, scienza e filosofia e, proprio come Lost aveva fatto nel panorama dei telefilm, inaugura un filone in cui suspence e coinvolgimento no sono in antitesi con riflessione storico-filosofica.
Come mai hai deciso di scrivere un romanzo?
Da quando ho proposto l’idea di una pop filosofia come contaminazione e montaggio di filosofia e cultura di massa avevo in mente di riprendere in mano, per aggiornarlo allo spirito dei tempi, il romanzo filosofico. Il modello era Il nome della rosa di Eco, che aveva saputo unire giallo e filosofia costruendo un romanzo attorno alla seconda parte della Poetica di Aristotele andata perduta. Ma occorreva fare un passo innanzi, sia dal punto di vista della forma che del contenuto. Dal punto di vista della forma, ho preso come riferimento un genere poco frequentato in Italia, l’action-thriller letterario, iniettandovi forti dosi di Blockbuster hollywoodiani e serie tv. Dal punto di vista del contenuto, ho montato insieme questioni filosofiche che vanno dalla “dottrine non scritte” o “dottrine segrete” di Platone al Corpus Hermeticum con temi presenti nella cultura di massa contemporanea, dagli anime giapponesi (Neon Genesis Evangelion è stata una delle fonti del mio romanzo) alla musica pop e alle auto sportive.
Dici di averlo concepito e scritto come una serie tv americana, in che senso?
Penso che la serialità americana rappresenti il vertice della narrativa contemporanea. Le serie riescono a unire insieme quattro elementi: capacità di costruire trame articolate e complesse, capacità di costruire mondi, capacità di elaborare pensieri, capacità di produrre godimento nello spettatore. Restando nell’ambito della filosofia: pensiamo a cosa è stato Lost. Ecco, volevo provare a scrivere un romanzo focalizzandomi su quegli stessi elementi, un romanzo che fosse, al contempo, complesso e popolare, che affrontasse questioni filosofiche e tenesse il lettore incollato alla pagina. Inoltre ho costruito un mondo dettagliato e ampio, cosicché se “Abyss” andrà bene, proprio come accade per le serie tv, sono pronto a scrivere la seconda stagione.
Quindi inauguri un nuovo linguaggio narrativo?
Più che un nuovo linguaggio, la cui ossessione è la vera sciagura di tanta letteratura italiana pretenziosa e noiosissima, inauguro un nuovo genere: dopo il techno-thriller che non è altro che un action-thriller che unisce avventura, azione e scienza, direi che inauguro il philo-thriller, vale a dire un action-thriller filosofico. Non a caso il protagonista del mio romanzo è un giovane professore di filosofia, che ama le auto sportive, e insegna all’Università della California, Los Angeles.
Credi che il panorama letterario vada rinnovato in questo senso?
Quel che è certo è che va interamente rinnovato. In particolar modo occorre farla finita con una certa letteratura in stile Narratori degli Anni Zero, per citare la famigerata antologia di Cortellessa. Nel 2014 della scrittura à la Vasta (cose del tipo: “alla sua fronte e agli altri lineamenti succede qualcosa a forma di dubbio, di rimprovero”) o dei libri di Lagioia, Policastro, Raimo, davvero non sappiamo che farcene. Dobbiamo tornare a scrivere romanzi con una trama, fare lavoro di plotting, guardando a ciò che fanno le serie tv, i romanzi di genere o gli scrittori di fumetti come Ed Brubaker. Ha ragione Peter Brooks quando nel suo libro Trame scrive: “Bisognerebbe ammettere che la trama possiede una priorità rispetto ai motivi preferiti dalla maggior parte della critica: è la vera e propria linea base, il filo conduttore intorno al quale si organizza il racconto e lo rende possibile in quanto comprensibile e finito in se stesso”. Abyss non ha messaggi, ma se ne avesse uno sarebbe: Tolleranza Zero per i narratori degli Anni Zero.
Ci sono delle serie tv che ti hanno ispirato particolarmente o dei personaggi?
Le fonti e i materiali incorporati sono talmente tanti che è difficile menzionarli. Non a caso Abyss è disseminato, proprio come le serie tv, di easter eggs, di sorprese nascoste di cui il lettore può andare a caccia, e che una volta scoperte aprono un nuovo orizzonte di lettura. Ci sono sicuramente Lost e Fringe: uno dei personaggi femminili, non a caso, si chiama Olivia come la protagonista di Fringe. Ma sono evocate anche serie anni Ottanta come i Chips. Non ci sono però solo serie tv. Abyss (il titolo è già la citazione di un film di Cameron, e di un romanzo di Lincoln Child) inizia con alcune righe che citano l’incipit di Un mercoledì da Leoni di Milius. Per quanto riguarda i personaggi, Beatrix Blade tiene insieme la Beatrice dantesca, la Beatrix di Kill Bill di Tarantino e Jessica Biel che nel film Blade: Trinity interpreta Abigail Whistler.
Abyss ha generato qualche critica o è il tuo primo lavoro che non genera dibattito?
Per il momento nessuna critica. Ma credo che non tarderanno ad arrivare.
Prossimi progetti e sorprese?
Se Abyss andrà bene, sono pronto per un secondo volume concepito come una sorta di seconda stagione. Per il resto, diciamo che mi piacerebbe lavorare a una serie tv o a un film.
Virginia Perini
