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“Nulla, solo la notte”, il primo romanzo dell’autore di “Stoner”: ecco un capitolo

“Nulla, solo la notte”, il primo romanzo dell’autore di “Stoner”: ecco un capitolo
Stoner Fazi
Il merito della riscoperta (non solo in Italia) di “Stoner”, il romanzo ormai cult di John Williams (scomparso nel ’94), si deve alla Fazi, che ora porta nelle librerie anche il primo libro dello scrittore americano, “Nulla, solo la notte”, scritto a soli 20 anni, negli anni ’40. Racconta le giornata di un giovane borghese californiano… – Scopri i dettagli e leggi un capitolo
“Nulla, solo la notte”, il primo romanzo dell’autore di “Stoner”: ecco un capitolo
“Nulla, solo la notte”, il primo romanzo dell’autore di “Stoner”: ecco un capitolo

Nei due anni e mezzo di guerra che John Williams trascorse tra India e Birmania, tra il 1942 e il 1945, scrisse il suo primo romanzo, Nothing but the night (ora portato nelle librerie italiane da Fazi, editore del romanzo cult “Stoner”). A soli vent’anni il giovanissimo scrittore raccontò la giornata di un giovane borghese della California, scrivendo forsennatamente nelle lunghe ore vuote che caratterizzavano la vita di certe zone periferiche al conflitto mondiale. Al suo rientro negli Stati Uniti Williams riuscì, un anno prima di laurearsi, a far stampare il suo primo romanzo. Vicino al mondo descritto da John Fante (anche lui di Denver) con un tono trasognato e a volte ironico, Arthur Maxley ci ricorda l’Arturo Bandini che vaga per le strade di Los Angeles incontrando i personaggi più disparati.

Ancora riconoscimenti per “Stoner”, il capolavoro di John Williams


Dopo aver ricevuto lo scorso luglio il Mix Prize dai librai della catena Feltrinelli come romanzo più consigliato dell’anno, “Stoner” ha infatti ottenuto un riconoscimento equivalente anche nel Regno Unito: è infatti il romanzo dell’anno per la principale catena libraria inglese, Waterstones

LA TRAMA – Qui Arthur è un dandy che seguiamo in una giornata scandita da incontri significativi (un amico con il sogno di acquistare una macchina tipogrfica e stampare poesie, il padre distante e una donna bella, ma disperata) Rappresentati all’interno di un diner, di un hotel di lusso o di un night, gli interlocutori di Arthur sono dei compagni di viaggio con forti personalità, ognuno di loro una musa ispiratrice per cercare di comprendere la solitudine umana.

John E. Williams
 

L’AUTORE – John Edward Williams nato nel 1922 in una famiglia di modeste condizioni economiche del Texas, si iscrisse all’Università di Denver solo dopo la fine della seconda guerra mondiale, durante la quale fu di stanza in India e in Birmania dal 1942 al 1945. In quegli anni scrisse il suo romanzo d’esordio, Nulla, solo la notte, che venne poi pubblicato nel 1948, quando Williams non aveva ancora conseguito la sua laurea in letteratura. Uomo riservato e legato alla scrittura da una passione inarrestabile, fumatore accanito e forte bevitore, marito per quattro volte, Williams rimase per tutta la vita a Denver, dove insegnò letteratura inglese presso l’Università e dove morì nel 1994. Prima della sua riscoperta internazionale, Williams è stato oggetto di grande ammirazione da parte di una piccola nicchia di suoi accoliti, ex colleghi dell’Università ed ex studenti del corso di scrittura creativa in cui insegnò e a cui conferì un prestigio nazionale mai avuto prima. Poeta e narratore, pubblicò nel 1960 il romanzo Butcher’s Crossing (Fazi Editore, 2013) e nel 1965 Stoner (Fazi Editore, 2012), il suo capolavoro. Nel 1973 gli fu assegnato il National Book Award per il suo quarto e ultimo romanzo, Augustus.

LEGGI SU AFFARI ITALIANI IL QUARTO CAPITOLO
(per gentile concessione dell’editore)

Addensandosi ai margini della sua coscienza, l’immagine acquistò forma e definizione, come un ammasso di nuvole che s’addensa e si contorce in un cielo chiaro fino a rievocare un volto familiare, lontano nel tempo e mai dimenticato.

Doveva essersi addormentato, perché il pensiero di quell’immagine lo colpì all’improvviso, con una violenza quasi fisica, e si alzò dal letto di soprassalto, raggiungendo il centro della stanza quasi senza accorgersene.

Poi capì che era stato un sogno. Erano molti mesi, ormai, che non pensava alla fotografia; era stato bravissimo a evitare anche il minimo dettaglio che potesse ricordargliela.

Ma ora il ricordo lo inondava come un fiume in piena che, essendo stato arginato e trattenuto troppo a lungo, aveva maturato una forza e un impeto

terribili. Ora quella lettera di suo padre, come una chiave gigantesca, aveva aperto la diga, ed egli si ritrovava inghiottito in quel furioso turbinio.

Barcollando raggiunse il bagno. Si sciacquò più volte il viso con l’acqua fredda, sperando che il consueto rituale riuscisse a scacciare lo sgradevole ricordo del sogno.

Quando rientrò in camera da letto, badò accuratamente a non far cadere lo sguardo sul cassettone in cui sapeva di aver nascosto la foto, avvolta nella seta, al sicuro dai suoi occhi, nel cassetto in basso. Era un’indifferenza simulata, questo fatto di non guardare il cassettone, e gli risultava molto più difficile che in passato. Se restava fermo in un angolo, gli sembrava che il cassettone diventasse sempre più grande, fin quasi a spingerlo fuori dalla stanza. Se camminava su e giù lungo il pavimento, con gli occhi fissi sul tappeto, riusciva comunque a scorgere con la coda dell’occhio la sagoma rettangolare di quel demone di quercia.

Trascinò una sedia dal centro della stanza e si sedette davanti alla finestra, ma anche quello fu inutile; perché, se si metteva a fissare un ramo, il ramo si gonfiava e cambiava colore, assumendo la forma e la sostanza di quell’immagine che egli cercava di ignorare. E se chiudeva gli occhi su quella scena ingannevole, il buio indotto si popolava di piccole tracce di luce informe, e le tracce finivano con l’addensarsi in una massa, e la massa diventava una forma ben definita in cui, suo malgrado, riconosceva la sagoma del cassettone.

Alla fine, sospirò. Si alzò dalla sedia e, sconfitto, attraversò la stanza. Come in adorazione davanti a un altare, s’inginocchiò sul pavimento e aprì il cassetto in basso.

 Infilò una mano al suo interno, scostò le pile di vestiti e rovistò con le dita fino a incontrare la superficie dura e rotonda del ritratto avvolto nella seta. Lo liberò con delicatezza dagli oggetti che aveva intorno e lo portò alla luce. Attraversò la stanza incespicando, fino a sbattere con le ginocchia contro una sedia. Esitante, come se avesse paura di quello che poteva scoprire, tolse l’involucro di seta. La fotografia rimase capovolta sulle sue ginocchia. Ripiegò con cura la sciarpa di seta e la posò sul tavolo che aveva accanto.

Notò che sul retro della cornice d’avorio cominciava a disegnarsi una ragnatela di spaccature. Con mani tremanti, alzò la fotografia e la girò; e il volto che vi era raffigurato incontrò il suo.

Partendo dalla punta delle dita, una familiare sensazione di formicolio gli corse su per le braccia fino a raggiungergli ogni parte del corpo, andando e venendo con rapide ondate irregolari. Si accorse che stava trattenendo il fiato. Lasciò uscire l’aria dai polmoni e respirò lentamente, deliberatamente, nel modo più calmo possibile.

Era un volto di donna, quello che teneva tra le mani. I capelli, raccolti con delicatezza, le velavano il capo come un’aureola. Era di bell’aspetto, e il fotografo (forse senza volerlo) aveva catturato sul suo viso un’espressione insolita e sfuggente, che faticava a definire. Quegli occhi tormentati lo fissavano dalla fragile carta; occhi intensi, eppure gentili, che lo guardavano in modo penetrante e indecifrabile. Il naso era aquilino e delicato, con le narici appena allargate su un labbro superiore generoso. Gli angoli dell’ampia bocca erano leggermente arricciati in un sottile, tenero sorriso di scherno.

Per un lungo istante non poté far altro che fissare l’immagine, senza sentire nulla, senza ricordare nulla.

Poi, molto dopo, quando i pensieri si riaffacciarono nella sua mente, alzò gli occhi e guardò fuori dalla finestra. Mentre guardava, il bagliore violento della strada scomparve. Non c’era più l’orrenda schiera di case davanti a lui, ogni protuberanza del paesaggio urbano era svanita. I suoi occhi si fissarono al di là di tutte quelle cose, nella foschia azzurra del tempo perduto. Mentre sedeva immobile, le sue dita agili vivevano un’esistenza parallela, avvolgendosi intorno alla foto, esplorandone i dettagli più delicati, accarezzandola dolcemente.

Con la mente e la memoria, riusciva a tornare indietro nel tempo; lì dove il tempo era perduto, ora poteva indugiare – solo per un istante, ma un istante rubato per miracolo al presente. Dove nel tempo? C’era un momento che riusciva a ricordare. Certe volte, nel sonno, quel momento ritornava pian piano, affiorando dal buio con passi silenziosi e furtivi, e ritornando oscurava l’altra parte di lui. E in quest’altra parte, quella addormentata, irrompeva un’onda di calore dorata, trasportandolo in un sogno che, nell’irrealtà di quella condizione, gli sembrava verissimo.

“Ecco qual è il momento più bello della vita”, pensò, “il tempo perduto. Il tempo dell’estate, quando le foglie degli alberi s’intrecciano nella luce iridescente del sole”. Pensava sempre alla sua infanzia come a una lunga estate ininterrotta, in cui una pigra felicità gli intorpidiva e gli deliziava il cervello e le membra. L’estate, le corse nell’erba alta. Il sole che gli inondava le braccia e le gambe, brune come la terra, e lui che senza accorgersene si sentiva perfetto, e ogni pomeriggio era così: la casa bianca e alta e lontana sulla collina, e il viale di ghiaia che sembrava un nastro di ciottoli gettato sul prato, il viale lungo il quale correva con accanto il giardino, su cui si rotolava schiacciando i fiori profumati. E ancora più lontano, ma non troppo, il suono tranquillo del torrente. Intorno ci cresceva l’erba e in un certo punto, un punto nascosto e segreto, le foglie erano tutte schiacciate, in una linea lunga e stretta – non come una fossa però, non così stretta da dovercisi sdraiare da soli. E insieme, in quel lunghissimo giorno d’estate che era stata la sua infanzia, stupiti e silenziosi, avevano ascoltato il mormorio dell’acqua fresca, e s’erano crogiolati al sole, lui con la testa scarmigliata poggiata sul seno di lei, col corpicino inquieto cinto dal suo braccio madido. Avevano respirato insieme con calma, con rispetto, entrambi consapevoli del respiro della terra. E voltandosi assonnato sulla terra tiepida, aveva domandato a voce bassa: «Mamma, dove corre l’acqua?». E il miracolo della sua voce gli aveva risposto: «A valle, verso il mare…».

Perfino adesso, seppur stordito dal presente, riusciva a sentire quella voce, che con la sua cadenza aggraziata solcava come un ponte fantasma l’abisso degli anni. Il suono era debole e remoto, ma nonostante questo ancora vivo vibrante e chiaro, come in quel pomeriggio d’estate ormai lontano nel tempo.

Ricordava il fresco accogliente della casa bianca dopo le capriole nel caldo d’estate. Riusciva quasi a percepire la comoda carezza del divano su cui riposava, piacevolmente spossato, e a vedere e a sentire sua madre che sedeva al piano e cantava per lui, come faceva ogni sera prima che andasse a letto. Ricordava le sere soffocanti in cui giaceva nel letto, guardando dalla finestra il cielo cosparso di stelle, e aspettava e contava ogni momento, ogni singolo, estatico momento di quell’attesa. Sentiva i sottili rintocchi dell’orologio al piano di sotto, li sentiva riecheggiare oltre la volta del buio, e sapeva – con lo stupore e l’emozione del bambino – che venivano da quella stanza sotto la sua, piena di luce e inaccessibile. E con il suono di quei rintocchi cominciavano anche i primi, squisiti palpiti di struggimento.

traduzione di Stefano Tummolini

(continua in libreria)