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Cognati uccisi a Sant’Antimo, la sub cultura della prevaricazione a ogni costo

A parte la motivazione del suocero il problema di fondo è quella ricorrente sub cultura che insegna a riparare i torti, veri o presunti, con la violenza

Cognati uccisi a Sant’Antimo, la sub cultura della prevaricazione a ogni costo
Luigi Cammisa e Maria Brigida Pesacane

I cognati uccisi dal suocero e il delitto di Senago, due casi che hanno in comune un egoismo accecante 

Nel giorno in cui a Sant’Antimo, il paese in provincia di Napoli terra d’origine di Giulia Tramontano, si teneva la fiaccolata in suo ricordo con migliaia di persone che sfilavano in silenzio, si è consumato un terrificante duplice omicidio: un uomo avrebbe prima ucciso la nuora a colpi di pistola davanti ai suoi figli di due e quattro anni, e poi avrebbe ammazzato anche il genero sparandogli ben sette volte.

Subito dopo si è costituito alle forze dell’ordine, confessando il primo delitto, mentre sul secondo dice di non ricordarsi nulla. Ma il movente lo ricorda benissimo: li avrebbe uccisi perché, secondo lui, avevano in relazione clandestina. Non si sa quali siano gli elementi che lo abbiano indotto a tale convincimento, ma lui è sicuro di questa liaison tra i cognati che avrebbe sfregiato non solo la reputazione della famiglia, bensì anche quella dei suoi due figli. 

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A parte la motivazione in ogni caso assurda e priva di senso (per chi è dotato di un minimo di alfabetizzazione emotiva), il problema di fondo è quella ricorrente e radicata sub cultura che insegna a riparare i torti, veri o presunti, con la violenza. Non esiste, per chi è indottrinato a quella mentalità, il dialogo, il confronto, la possibilità di essersi sbagliati e di cambiare idea. Esiste solo il proprio convincimento e in base a quello ci si sente autorizzati a prevaricare, verbalmente o fisicamente, addirittura a uccidere.

E non conta neanche se quel convincimento ha basi fondate e prove certe, ma ha importanza esclusivamente il se stesso messo al centro di tutto, con le proprie ragioni che soverchiano qualsiasi altra opinione e, soprattutto, qualsiasi altro diritto. Compreso quello di vivere. E compreso lo strascico di sofferenza che i sopravvissuti si porteranno dietro per tutta la vita. Lo stesso egoismo accecante che ha caratterizzato un altro duplice omicidio, quello di Giulia e del suo bambino, che, seppure qualificato come singolo, in realtà ha due vittime, poiché un feto di sette mesi, se partorito, è perfettamente in grado di sopravvivere.

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Importanza relativa ha il fatto che, in entrambi i casi, i presunti assassini resteranno in carcere per il resto della vita o per buona parte di essa. Importanza massima ha, invece, l’ergastolo del dolore causato alle vittime: ai genitori e ai fratelli di Giulia, a quattro nipoti privati della mamma o del papà, e a un marito e una moglie rimasti improvvisamente vedovi per mano del proprio padre. E questo è un fatto che difficilmente troverà soluzione. E riparazione. 

*Presidente dell’Osservatorio Nazionale Sostegno Vittime