Vaticano, Promotore giustizia: “Becciu indagato anche per associazione a delinquere”
Il cardinale Angelo Becciu, imputato per lo scandalo finanziario legato alla compravendita del Palazzo londinese di Sloane Avenue, è indagato anche per associazione a delinquere. Lo ha fatto sapere il Promotore di Giustizia del Vaticano Alessandro Diddi nel corso della 37esima udienza davanti al Tribunale nell’ambito del processo sullo scandalo finanziario, che ha registrato nuovi colpi di scena. “C’è una ipotesi di associazione a delinquere che parte dal Vaticano – ha spiegato Diddi in Aula -. Si tratta di un filone parallelo all’attuale processo”. Riguardo a chi sia coinvolto in questo nuovo filone, Diddi ha detto “sicuramente il cardinale Becciu”, senza precisare gli altri imputati.
Il tutto è da ricollegarsi ad una serie di conversazioni via chat sequestrate dalla Gdf di Oristano, definite “particolarmente rilevanti” da Diddi, di cui sono protagonisti Becciu, Maria Luisa Zambrano, amica di famiglia, e il fratello del cardinale Antonino Becciu, a capo della Cooperativa Spes.
Per quanto riguarda il conto destinato alla Spes, Diddi ha riferito che dall’inchiesta della Gdf “risultano 927 bolle di consegna per il trasporto del pane, falsificate” e che, sempre a detta di Diddi, sarebbero servite “a giustificare i soldi erogati alla Cooperativa Spes”.
La Gdf, ha riferito sempre Diddi, “è andata parrocchia per parrocchia a verificare e nessuna ha riconosciuto le proprie firme sulla documentazione di trasporto. Ci sono tracce di pesanti ingerenze della Curia romana sulla diocesi di Ozieri”, ha aggiunto Diddi al quale risulta che mons. Sergio Pintor, allora vescovo di Ozieri, “non fosse a conoscenza del cosiddetto ‘conto promiscuo’ dove transitavano anche i soldi della Santa Sede”.
Il Cardinale Becciu registra la telefonata con Papa Francesco a sua insaputa
Il Cardinale Becciu ha registrato una telefonata con Papa Francesco, a sua insaputa, il 24 luglio 2021. La registrazione è stata rintracciata dalla Gdf, nell’ambito di un’inchiesta della procura di Sassari sulla Caritas di Ozieri, su due telefoni e un tablet appartenenti a una degli indagati, Maria Luisa Zambrano, amica di famiglia dei Becciu.
La voce della Zambrano, che, secondo quanto si legge avrebbe svolto “un ruolo attivo nella realizzazione delle operazioni di registrazione”, si sente anche sulla traccia, pochi minuti prima dell’inizio della conversazione tra il Papa, chiaramente sofferente per i postumi dell’intervento, e Becciu, avvenuta probabilmente tra due telefoni di rete fissa. Nella registrazione a un certo punto si sente anche una voce maschile in sottofondo, che sembra dire “Mi faccia sentire”, ma non è chiaro a quale dei due interlocutori sia vicino il quarto partecipante.
La telefonata risale al 24 luglio 2021 alle ore 14.25, a venti giorni dal delicato intervento che Bergoglio subì al Policlinico Gemelli. La notizia è stata riferita dal Promotore di giustizia del Vaticano Alessandro Diddi nel corso della 37esima udienza del processo per lo scandalo finanziario legato alla compravendita del Palazzo londinese di Sloane Avenue. Prima che l’audio della telefonata registrata fosse reso noto, è stato fatto uscire dall’Aula il pubblico.
Nonostante ciò, il pm Vaticano ha dato una sua interpretazione di quella telefonata avvenuta nell’appartamento del cardinale Angelo Becciu all’interno del Palazzo dell’ex Sant’Uffizio alla presenza dello stesso cardinale, imputato nel processo, di Maria Luisa Zambrano, nipote del cardinale, e di una terza persona non identificata. Secondo quanto riferito da Diddi, la telefonata sarebbe stata registrata dal telefonino della Zambrano e Becciu avrebbe detto al Pontefice: “Lei mi ha già condannato, è inutile che si faccia il processo”. Sempre a detta di Diddi, Becciu avrebbe chiesto al Papa di confermargli di averlo autorizzato al pagamento per il riscatto della suora colombiana rapita in Mali.
“Anche nelle sue dichiarazioni spontanee al processo – ha ricordato Diddi – il cardinale Becciu ha sempre detto che il Papa era al corrente , invece dalla telefonata il Papa sembrerebbe perplesso. Del resto era passato poco tempo dalle dimissioni dal Gemelli dopo il delicato intervento ed era affaticato”.
Da una chat del 23 giugno 2021, ha riferito sempre Diddi, emergerebbe l’attesa del cardinale Becciu per una telefonata, o un gesto distensivo del Papa, che però non arriva. In una chat del 13 luglio, ha riferito sempre Diddi, accade qualcosa di diverso: Giovanni Palma, amico della nipote del cardinale dice: “Bisognerebbe dare un colpo in testa al Santo Padre”. Il 24 luglio, da casa Becciu, arriva la telefonata registrata col Papa che dura alcuni minuti.
Il presidente del Tribunale Vaticano Giuseppe Pignatone ha dichiarato ammissibile la richiesta di ascoltare in un secondo tempo in Aula la telefonata, concedendo tempo alle difese fino al 30 novembre per imbastire una strategia difensiva.
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Mario Becciu, “niente di ciò che fu scritto da Espresso corrisponde a verità fattuale”
“Ciò che sta emergendo in modo incontrovertibile dal processo penale, contrasta totalmente con la sentenza del tribunale civile di Sassari. Niente di ciò che fu scritto dall’Espresso corrisponde alla verità fattuale! Le partite non terminano al primo tempo. Se necessario, dopo i tempi supplementari”. Lo scrive su facebook Mario Becciu, in relazione alla sentenza di respingimento della richiesta di risarcimento milionaria avanzata dal cardinale Giovanni Angelo Becciu al gruppo Gedi Espresso.
Marogna, “Zulema non sono io”, la lettera citata da Perlasca sia mostrata in aula
“Cecilia Marogna chiede venga mostrata e acquista agli atti processuali – e non solo narrata – la lettera che a dire di Monsignor Perlasca è al protocollo della Segreteria di Stato in cui si farebbe espresso riferimento a una operazione di intelligence su suolo nazionale libico che si vorrebbe attribuire a lei, Cecilia Marogna, nel mentre tale missiva arrecherebbe la firma di non meglio identificata signora ‘Zulema’”. Lo dice Riccardo Sindoca, procuratore in atti di Cecilia Marogna, al termine dell’udienza del processo vaticano in cui la manager cagliaritana è imputata insieme al cardinale Angelo Becciu.
“I legali di Cecilia Marogna – prosegue Sindoca – esigono senza eccezione alcuna che vi sia l’acquisizione di tale missiva agli atti del dibattimento, che si esperisca perizia grafologica e che si presenti a riferire in aula colui o colei che avrebbe ricevuto tale missiva ‘brevi manu’ presso la Segreteria di Stato”, “disconoscendo Cecilia Marogna tale cognome o pseudonimo o persona sui generis” e negando “di essersi mai occupata di operatività atta alla prevenzione e liberazione di ostaggi in territorio libico. Tale non meglio identificata signora Zulema – sostiene Sindoca- venne riferito fosse organica al Dis italiano già al tempo della inchiesta di cui al corrente processo”.
Monsignor Perlasca, “su Palazzo Londra dissi subito che era una truffa”
“Appena l’ho saputo ho detto: questa è una truffa. Chiunque la fa, è un truffatore”. Lo ha detto mons. Alberto Perlasca, teste chiave nel processo in Vaticano legato allo scandalo finanziario per la compravendita del Palazzo londinese di Sloane Avenue, nel corso dell’interrogatorio davanti al Tribunale. “Quando io dissi a Pena Parra che bisognava denunciare Torzi – ha aggiunto – sono stato messo da parte. Ne fui felicissimo e da allora non me ne sono più occupato”.
Perlasca ha osservato ancora: “Quando ho saputo che Torzi aveva preso soldi due volte, quando aveva cioè acquisito le mille azioni con diritto di voto e quando queste erano state riacquistate dalla Segreteria di Stato, ho pensato: ‘Spero che li spenda tutti in farmacia”. Interpellato dal promotore di giustizia Alessandro Diddi sul proprio ruolo nel processo in corso, Perlasca ha osservato: “Quale grande accusatore! Le cose le sapevano già tutti. Anche i media”.
Riguardo ai finanziamenti versati alla Cooperativa Spes, Perlasca ha detto che “al contrario di altri versamenti del genere, grazie ai quali i beneficiari ricevevano somme per un massimo di trentamila euro, i versamenti in questione erano totalmente fuori sacco”. Sempre a detta di Perlasca, Becciu, replicando alle perplessità avanzate da Tirabassi sulle modalità del finanziamento alla Cooperativa Spes, che ammontava a 100 mila euro e doveva essere erogato in una unica soluzione, avrebbe proposto di fare un versamento tramite lo Ior come contributo per la carità del Papa, ma, ha dichiarato Perlasca, “Becciu non disse mai che aveva l’autorizzazione del Papa”.

