Salute mentale, 8 milioni di persone in sofferenza ma l’allarme è tra i giovani: tre disturbi su quattro iniziano entro i 24 anni
Dalla depressione ai disturbi alimentari, fino alle patologie psichiatriche più gravi: il disagio mentale è una delle grandi questioni sanitarie del Paese, e cresce soprattutto tra i giovani. Applicando all’Italia i dati di uno studio pubblicato su The Lancet, che stima 1,17 miliardi di casi nel mondo (quasi il doppio rispetto al 1990), si arriva a circa otto milioni di persone. La stima è di Massimo Cozza, direttore del Dipartimento di Salute mentale della Asl Roma 2.
Il problema è che molte di queste persone restano senza risposta, o si curano pagando di tasca propria. Nel 2024 i Dipartimenti di salute mentale hanno assistito quasi 850mila persone (845.516 adulti, secondo il ministero della Salute), erogando oltre 10 milioni di prestazioni, in media 13,6 interventi per utente. Il modello resta però molto centrato sulle strutture: l’81,7% delle prestazioni avviene nelle sedi dei Dsm e solo l’8,3% a domicilio. A pesare è anche la geografia. Secondo un rapporto della Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica, la spesa pro capite va dai 37 euro l’anno della Campania ai 115 di Bolzano, con una media nazionale di 75.
Anche la nuova rete di prossimità fatica a decollare. Il rapporto Agenas 2026, ripreso dalla Società Italiana di Psichiatria (Sip), conta 1.715 Case di Comunità programmate: 781 hanno almeno un servizio attivo, ma solo 334 (il 42,8%) offrono supporto per la salute mentale. Quelle pienamente operative secondo gli standard previsti sono appena 66.
Per la Sip la strada è un’integrazione più stretta tra Case di Comunità, Centri di salute mentale, cure primarie, consultori familiari e servizi sociali. Quando tutte le Case saranno attivate, ricorda la società scientifica, ci sarà un Csm ogni 1,4 Case di Comunità, un rapporto che renderebbe sostenibile collegare le strutture. Guido Di Sciascio, co-presidente della Sip e direttore del Dipartimento di Salute mentale dell’Asl di Bari, vede nelle Case un’occasione per intercettare precocemente il disagio e avvicinare la salute mentale ai luoghi in cui le persone incontrano il sistema sanitario, a patto che dialoghino con Dsm, Csm e medicina generale. Le speranze sono affidate anche al Piano nazionale 2025-2030, aggiornato dopo dieci anni, che stanzia 255 milioni per il primo triennio, oltre a fondi strutturali e risorse vincolate per il personale.
Giovani e tecnologia
Al centro della Giornata di quest’anno c’è il ruolo attivo delle persone con esperienza vissuta di disturbo mentale e delle loro famiglie. Antonio Vita, co-presidente Sip e professore di psichiatria all’Università di Brescia, sottolinea che significa superare un modello in cui il paziente è solo il destinatario delle cure. È anche la richiesta dell’Oms, che invita i Paesi a promuovere servizi basati sulla comunità e orientati ai diritti umani.
Sul fronte dei giovani, il 74% dei problemi di salute mentale insorge entro i 24 anni, per questo prevenzione e intervento precoce sono decisivi. Le stime sul numero di minori coinvolti variano: secondo l’Istituto superiore di sanità circa 2 milioni di bambini e adolescenti presentano disturbi neuropsichiatrici, uno su cinque, mentre un’altra analisi indica che tra i 10 e i 19 anni i ragazzi con segni di disturbo psichico sono quasi un milione.
Sotto osservazione il ruolo della tecnologia. Un altro studio su The Lancet associa più di due ore al giorno davanti agli schermi a una perdita di circa 2,8 milioni di anni di vita in buona salute a causa della depressione. Ma i social sono anche uno specchio del malessere: nei primi sei mesi del 2026 si contano oltre 138mila post dedicati al tema. Per richiamare il messaggio, la Sip accende di verde palazzi e monumenti in tutta Italia. A Roma, in Campidoglio, si chiude il festival Ro.Mens, con la mostra di 180 autoritratti di pazienti e operatori, come il numero della legge del 1978 che portò alla chiusura dei manicomi. Attenzione infine alle parole: il vademecum “Informare sulla salute mentale”, presentato all’Istituto superiore di sanità, invita a evitare espressioni che alimentano stigma e stereotipi.


