I primi mesi di attività del Movimento Italiano Diritti Detenuti ETS
Il tempo della detenzione è quello che, usando un’espressione forse abusata, quasi per antonomasia si definirebbe un tempo sospeso, rispetto al passato. La detenzione interrompe, infatti, il corso di una biografia, ne modifica i ritmi e separa le persone dai luoghi e dalle relazioni della precedente quotidianità. Per altro verso, è un tempo dell’attesa e della speranza: una sospensione declinata al futuro, rivolta a ciò che potrà accadere una volta riconquistata la libertà.
La possibilità di mantenere o costruire un legame affettivo, di prendersi cura della propria salute, di acquisire competenze e trovare un lavoro riguarda, però, anche il presente. Sono speranze individuali che chiamano in causa diritti della persona e principi costituzionali che occorrerebbe affrontare in modo collettivo e la cui effettività si misura nelle condizioni degli istituti e nelle opportunità che si preparano durante il tempo della detenzione. È in questa intersezione tra presente e futuro che si concentra l’impegno del Movimento Italiano Diritti Detenuti ETS, fondato da Giulia Troncatti nel maggio scorso, con il sostegno della Fondazione Laura e Alberto Genovese.
Nei primi mesi di attività, il Movimento ha attraversato territori e realtà penitenziarie differenti: dalla Sicilia alla Sardegna, dalla Puglia all’Emilia-Romagna, fino a Genova e alla Valle d’Aosta. La presenza negli istituti è stata il punto di partenza di un viaggio che si è posto, sin da subito, l’obiettivo di toccare con mano le condizioni della detenzione e confrontarsi con chi lavora negli istituti.
In questo percorso si inserisce la collaborazione con Nessuno tocchi Caino, realtà che da anni visita gli istituti penitenziari nello spirito di quell’opera di misericordia laica evocata da Marco Pannella. Un’attività, quella della visita, che permette di riportare nel dibattito pubblico esigenze e difficoltà spesso lontane, o per meglio dire allontanate, dallo sguardo della società. Entrare, ascoltare le voci di chi vive il carcere e documentare ciò che accade senza mistificazioni significa portare all’attenzione dell’opinione pubblica e dei decisori, situazioni che altrimenti rimarrebbero chiuse nei perimetri degli istituti, in uno spazio di rimozione collettiva.
Queste visite nei diversi territori sono costruite attorno a un impegno che tiene insieme l’attenzione alle singole realtà e una domanda trasversale: quali condizioni rendono possibile un percorso di reinserimento e quali ostacoli continuano a limitarlo?
La risposta passa anche dai bisogni più immediati. Nel mese di agosto, il Movimento ha consegnato trenta ventilatori al padiglione sanitario del carcere Lorusso e Cutugno, a Torino, e ha effettuato un’ulteriore consegna alla casa circondariale di Brissogne, in Valle d’Aosta. Due interventi nati dall’ascolto delle necessità degli istituti, che hanno portato l’attenzione sulle condizioni materiali della detenzione nei mesi estivi. Gli spazi, già di per sé angusti, con il caldo diventano ancora più difficili da abitare. La possibilità di affrontare la quotidianità in condizioni dignitose incide in maniera decisiva sul benessere delle persone, soprattutto nelle situazioni di fragilità, e si lega direttamente al tema della salute.
Un ulteriore nucleo rilevante dell’attività del Movimento, in questi mesi, ha riguardato l’accesso agli strumenti digitali, che possono contribuire a ridurre le distanze affettive e rendere più comprensibile il percorso della pena. In questa direzione si collocano ZeroMail e FinePena.it, già operativi e sostenuti dalla Fondazione Laura e Alberto Genovese.
ZeroMail permette alle persone detenute di comunicare con i propri cari attraverso un servizio che collega la corrispondenza cartacea alla posta elettronica. Le lettere scritte a mano vengono ritirate, scansionate e inviate via e-mail ai destinatari; le risposte dei familiari vengono stampate e consegnate in istituto. Un meccanismo che rende più rapido lo scambio e favorisce la continuità delle relazioni.
FinePena.it interviene invece sul bisogno di orientarsi nel tempo della detenzione. Si tratta di uno strumento utile a calcolare la pena residua e a individuare le possibili scadenze per richiedere benefici e misure alternative, come permessi premio, semilibertà e affidamento in prova. La piattaforma aiuta le persone interessate, i familiari e chi le affianca a leggere e a cadenzare un percorso spesso difficile da decifrare. Chiarire queste tappe significa rendere il futuro più comprensibile e offrire riferimenti attorno ai quali cominciare a costruire un progetto.
Il lavoro costituisce un ulteriore snodo cruciale. Valorizzare le proprie competenze, acquisirne di nuove e incontrare un’impresa disponibile ad assumere può dare maggiore solidità alla prospettiva di un rientro in società. Ma ad oggi si tratta di una prospettiva difficile.
Per ridurre questa distanza occorre costruire relazioni tra gli istituti e le aziende, accompagnando l’incontro tra le persone detenute e i potenziali datori di lavoro. A questo obiettivo guarda la Job Fair in programma a ottobre in Piemonte, anch’essa in collaborazione con Nessuno tocchi Caino. L’iniziativa punta a favorire il contatto diretto con le imprese e a valorizzare esperienze, capacità e aspirazioni delle persone coinvolte. Parte di questo lavoro riguarda la costruzione di un curriculum pensato per chi vive o ha vissuto un’esperienza detentiva: uno strumento capace di rendere leggibili le competenze maturate prima e durante la pena e la formazione svolta in regime detentivo. Ricomporre questi elementi e renderli disponibili a chi svolge funzioni di selezione, significa aiutare la persona a presentarsi e mettere le aziende nelle condizioni di riconoscerne le capacità, individuando opportunità coerenti con le esigenze di entrambe le parti.
Immaginare il domani fuori dagli istituti penitenziari richiede di cominciare dalle condizioni di oggi: dalle relazioni che si riescono a mantenere, dalle cure a cui si può accedere, dalle occasioni di formazione, di valorizzazione del talento e di lavoro. È in questi spazi che il reinserimento prende forma e che la responsabilità della società incontra il futuro di chi tornerà a farne pienamente parte. Costruire concrete possibilità di reinserimento significa anche contribuire a rendere la società più sicura.
Accompagnare il ritorno alla libertà, offrire prospettive di autonomia e rafforzare i legami sociali contribuisce a ridurre il rischio che una persona torni a commettere reati. La tutela dei diritti e la sicurezza collettiva si incontrano, dunque, evitando che la fine del periodo della pena coincida con una nuova condizione di abbandono. Perché anche il tempo della detenzione, pur nel suo essere sospeso, possa rappresentare un tempo di costruzione.


