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Culture
80 anni fa le leggi della vergogna. Viaggio nell'Italia senza memoria


Mettiamola subito sul ridere. Se fossero state ancora in vigore, Marco Tronchetti Provera (italiano) non avrebbe potuto sposare Afef Jnifen (tunisina). Per non parlare dei calciatori, che sarebbero tutti - o quasi - orfani delle loro compagne. Già perché, una delle cose che le Leggi razziali chiarirono fin dalla prima apparizione, fu l'impossibilità di contrarre matrimoni misti. Un modo per scongiurare ogni possibile "contaminazione".

L'anniversario della vergogna
In questi giorni si celebra - per così dire - la più grande vergogna di cui questo Paese si sia reso protagonista. Talmente grande che l'opinione pubblica, l'informazione generalista, il mondo politico e l'intero apparato persuasivo preferisce far finta di niente. In questi giorni si celebra - si fa sempre per dire - l'80esimo anniversario dell'entrata in vigore, anche in Italia, delle Leggi razziali. Il 5 agosto 1938 sulla rivista La difesa della razza fu pubblicato il famigerato manifesto, un prologo alla promulgazione vera e propria. Attenzione però, poiché l'anniversario della vergogna cade in questi giorni non a caso. I "puristi" della materia considerano come esordio il 17 novembre 1938, quando venne promulgata la Legge 1728 sulla Difesa della razza italiana (la cui adozione era stata annunciata dal Corriere della Sera nell'edizione dell'11 novembre 1938). Si diceva dei puristi, perché la Legge 1024 del 13 luglio 1939 ammise l'esistenza di "ebrei arianizzati": un compromesso dovuto perlopiù al fatto che, escludendo gli imprenditori ebrei dalla vita industriale del Paese, si rischiava il tracollo delle industrie belliche e l'espulsione di esponenti dell'alta società. Un correttivo che i "puristi" non riuscirono mai a digerire, ragione per cui - per loro - le Leggi razziali restano quelle del 1938.

Difetto di memoria
Fa specie questa memoria a orologeria degli storici e della classe formatrice del Paese, università, scuole, chiese, parrocchie, centri sportivi ed educativi. Fa specie perché è come se si volesse soprassedere a una macchia senza rimedio, come se si volesse edulcorare il risultato di una cultura dell'odio e della differenza su cui il Fascismo ha fondato la sua propaganda. L'odio verso i vicini, così inferiori e indegni che sono stati invasi. La differenza delle razze, così impercettibile da rendere necessarie delle Leggi per poterla focalizzare meglio. Ovvero per sempre. Fa specie perché ci sono stati altri Paesi d'Europa che hanno sostanzialmente appoggiato il Nazismo e la follia di Adolf Hitler, senza però macchiarsi di un'onta così grave da non poter essere mai più cancellata. Nemmeno dalla storia, soprattutto dalla storia. Si pensi alla Bulgaria, ad esempio. Che fornì tutto il proprio sostegno - logistico ed alimentare - per l'aggressione nazista all'Ungheria, mica roba da poco. Ma quando si trattò di adottare strumenti formali per la distinzione tra uomini e donne, tra eterosessuali ed omosessuali, tra puri e stranieri, se ne guardò bene e decise di proteggere la propria malconcia indipendenza di pensiero.

corriere leggi razza
 

Il nuovo razzismo
Che Paese è oggi l'Italia? In quale humus culturale e politico vengono celebrate le manifestazioni - più dovute che sentite - per ricordare quelle Leggi? E' un Paese in cui si avverte sempre più nitidamente uno strisciante razzismo di ritorno, verso i meridionali e gli emigranti. E' un Paese in cui la spirale di violenza e odio di quegli anni sembra non aver insegnato niente, perlomeno non nel senso in cui avrebbe dovuto. Ci sono città intere - in Lombardia, Veneto e Liguria - piene di offese e insulti razziali espressi nei confronti dei meridionali, invitati testualmente a "lavarsi prima di farsi chiamare italiani". Figurarsi come può reagire, un Paese così, a uno dei più grandi fenomeni migratori della storia dell'umanità: l'esodo dai cosiddetti Paesi in via di sviluppo verso l'Europa, che entro il 2050 dovrebbe portare fino a 100 milioni di persone dall'emisfero australe a quello boreale. E qui veniamo al secondo dato - forse il più importante - su cui l'informazione generalista non si sofferma mai abbastanza, per pigrizia - ci piace pensare - e per sciatteria. Gli stessi lombardi, veneti, liguri e piemontesi che imbrattano le proprie città con manifesti per la difesa della razza post moderni rivolti ai terroni del loro stesso Paese, ignorano che i loro avi sono stati protagonisti della più grande emigrazione della storia dell'umanità che fino ad ora sia mai stata registrata. Già, non è quella in corso. Che così tanto spaventa le nostre certezze di cartone. Ma quella di cui si resero protagonisti gli italiani tra il 1870 e il 1960, spostando 29 milioni di persone dal nostro Paese agli Usa, al Canada, Brasile, Argentina, Cile, Venezuela, Germania, Francia, Inghilterra, Spagna e Australia. Ergo, gli italiani stanno sviluppando un razzismo di ritorno verso sé stessi, verso la loro storia, che evidentemente nulla ha insegnato loro.

A che serve ricordare?
«Noi siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo per le sue contorsioni, per le sue conversioni. Ma l’Italia è un paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è. In cui tutto scorre per non passare davvero». Questo scriveva Pier Paolo Pasolini poco prima di essere ammazzato, e questa forse potrebbe essere la più lucida analisi che si può improvvisare (di fronte a Pasolini si può solo improvvisare!) di fronte al revisionismo storico che avvolge, da sempre, l'adozione delle Leggi razziali in Italia. Non si tratta di non prendere sufficientemente le distanze, da parte di una classe politica o intellettuale. Si tratta semmai di sopportare, con una leggerezza imbarazzante, una vergogna che non è mai stata elaborata alla stregua di un lutto (di questo si tratta), mai analizzata a fondo, per il semplice fatto che l'Italia, nel suo magma piccolo borghese, è rimasta un Paese profondamente razzista, ideologicamente portato a esaltare le differenze. A evidenziarle, nella convinzione - a malapena celata da occasionali rigurgiti di patriottismo - che gli italiani in fondo siano migliori di tutti. E che alcuni siano anche migliori dei migliori, meglio degli altri insomma. E che una memoria storica e civile, per ricordarsi di essere gli eletti, non serve.

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