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Culture
Alba, il nulla del dadaismo e il sogno surrealista in mostra
René Magritte, La casa di vetro, 1939

di Raffaello Carabini

 

Ci sono diverse maniere per fare una mostra. La più semplice, il termine va letto relativamente, è quella di prendere in affitto le opere di un museo in fase di chiusura per ristrutturazione oppure cambio sede o quant’altro. Il problema per queste iniziative è che di solito si presentano abborracciate e piuttosto disomogenee, con giustificazioni espositive “tirate per i capelli” e problematici salti discorsivi nel percorso.

Queste pecche ci sono in forma molto contenuta nella riuscita Dal nulla al sogno. Dada e surrealismo dalla Collezione del Museo Boijmans Van Beuningen, aperta alla Fondazione Ferrero di Alba, proprio durante la stagione del tartufo, fino al prossimo 25 febbraio. Infatti la prestigiosa istituzione di Rotterdam sta ampliando la sede, per proporre al meglio le sue opere magnifiche, che vanno dal Beato Angelico a Van Gogh, dal “Venditore ambulante” di Bosch a “Grey, Orange and Maroon” di Rothko, per circa 151.000 pezzi. E ha deciso di privarsi – temporaneamente e dietro lauto compenso – di parte del corpus dedicato al surrealismo e alla sua principale matrice, il dada (dadaismo fu sempre rigettato dal gruppo come uno dei detestatissimi “ismo”).

Una preziosa carrellata sul primo 900, quella olandese, che si presenta compatta e molto ben articolata, grazie all’acquisto di una sezione della collezione di Edward James, ricchissimo poeta eccentrico, forse rampollo del re d’Inghilterra, che comprò molte opere di Dalì, di cui diventò anche mercante, e di Magritte, per poi capricciosamente rivendere tutto in blocco. E grazie alle integrazioni operate nel corso del secolo scorso dai diversi responsabili del Museo con numerose acquisizioni.

Ad Alba se ne ammirano oltre 70 (supportate con intelligenza da cinque opere, un particolare Arp “nero su nero”, un De Chirico, un Magritte, un Mirò e il “Telefono-astice”, perché tale forma ha la cornetta, di Dalì) per la prima volta in Italia, secondo un itinerario stimolante, un po’ cronologico, un po’ per argomenti.

Si inizia con Marcel Duchamp, quello dell’orinatoio sporco e usurato (venne fatto togliere alla sua prima esposizione per motivi igienici) elevato a opera d’arte, con le foto e i quadri di Man Ray e l’astrattismo evocativo di Francis Picabia, inserite con i vari oggetti dada, dal ferro da stiro con i chiodi allo stivale d’oro “Pozzo dei desideri”, in una sorta di tunnel che introduce come un cordone amniotico oppressivo, in cui echeggia il coup de theatre della voce di Kurt Schwitters, che declama puri fonemi non sense, né lirici né gradevoli, che vengono dall’al di là della storia alla maniera degli spettacoli del Cabaret Voltaire zurighese di inizio secolo scorso.

Il dada si sviluppa in quel locale, dove spettatori e artisti si scambiano i ruoli, si insultano, orinano sul pubblico, dicono poesie incomprensibili, si scambiano le partner a più riprese. Eppure la corrente è misogina, le donne non sono ammesse alle riunioni, anche se gli artisti sono molto amati, hanno tre o quattro mogli, amanti, hanno rapporti a tre, sono ossessionati dal sesso, dall’eros, tema di un’altra sala dell’esposizione.

Il viaggio nel nulla programmatico del dada si apre nel sole, nel sogno surrealista, con il paradigmatico “Paesaggio con fanciulla che salta la corda” di Dalì e con il fascinoso “La riproduzione vietata” di Magritte, ritratto completamente di spalle, seppure allo specchio, proprio del mecenate James. Il rapporto con la psiche e le sue divagazioni – determinante nella nascita del surrealismo – è ben presente anche nell’altro capolavoro di Dalì, “Impressioni d’Africa”, mentre il sesso esce lampante dal fallo di Picabia titolato “Egoismo”, molto meno da “La coppia” di Max Ernst, che rappresenta i suoi amanti, il poeta Paul Eluard e Gala, moglie di Dalì (il terzetto convisse finché Paul, l’unico con qualche soldo perché faceva l’impiegato, uscì da un ristorante alla ricerca di un fiammifero senza mai tornare: i due, rimasti in miseria, dovettero vendere per non molti franchi i loro sei Picasso, da cui oggi avrebbero ricavato almeno una decina di milioni di euro).

L’esposizione prosegue affrontando le altre tematiche surrealiste, dal rapporto con la classicità – “La città rossa” di Paul Delvaux, “Il trovatore” di De Chirico – a quello con la cultura di massa, ancora le foto di Ray e le opere di Picabia, da quello con la  nuova visione del mondo einsteiniana – “Paesaggio con nuvole rosa” di Yves Tanguy, “Il veleno” di Magritte – alla finale fuga per la libertà, in un confronto con il male assoluto della guerra, una sorta di nuovo nulla. Di chiusura del cerchio.

 

 

Info mostra

Dal nulla al sogno. Dada e surrealismo dalla Collezione del Museo Boijmans Van Beuningen

Fondazione Ferrero – via Vivaro n.49, Alba (CN)

fino al 25 febbraio 2019

orari: da lunedì a venerdì 15/19; sabato e festivi 10/19; martedì chiuso

ingresso gratuito, prenotazione consigliata

catalogo SilvanaEditoriale

info e prevendite tel. 0173/295259; www.fondazioneferrero.it/Mostra-Dal-Nulla-al-Sogno/

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