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Culture
David de Juan Marcos e i giovani di oggi: "Ci hanno detto una grande menzogna"

"C'è una 'grande menzogna' che è stata raccontata ai giovani di oggi dalle generazioni precedenti. "i nostri nonni e i nostri padri hanno avuto paura di cosa avremmo potuto fare con i privilegi da loro conquistati e quindi hanno deciso di mostrarci la strada: iscriversi a università utili, cercare un lavoro che fosse per tutta la vita, non rischiare. Ciò ha avuto una conseguenza nefasta: non ci hanno insegnato a cadere, a fallire, a perdere. E quindi non siamo capaci di reinventarci quando veniamo sconfitti. Lì è l’origine di tutti i dubbi, le paure e i pesi emozionali dei giovani di oggi". A raccontarlo ad Affaritaliani.it è David de Juan Marcos.

Lo scrittore spagnolo 37enne esordisce in Italia con il suo romanzo "La migliore delle vite" (Ed. HarperCollins Italia). Sarà presente a "Tempo di libri" giovedì 20 aprile all'incontro "Perché raccontiamo sempre storie d’amore?" (ore 15.30 - Sala Gotham - Pad. 2).

Quali sono i temi principali del libro?

"Il romanzo parla principalmente delle complicate, e a volte devastanti, relazioni famigliari che vivono i tre protagonisti. La storia che leggiamo è quella che Nico racconta a Lei, una ragazza danese di cui inizialmente sappiamo poco. Nicolás è l’unica voce nel romanzo e Lei l’unica persona che ascolta. Il lettore si trasforma così in un testimone non invitato. È un confidente, una spia. Nico ripercorre la sua vita, gli amici e il difficile rapporto con i genitori dopo la scomparsa del fratello minore in circostanze strane. Racconta della relazione singolare con il nonno, dell’amicizia fedele che lo unisce a Pierre, dei bei momenti di gioventù e di presente vissuti in giro per l’Europa. Ma, soprattutto, Nico racconta a Lei cosa provava durante i momenti trascorsi insieme. La storia analizza, attraverso la vita dei protagonisti, il peso irreversibile che l’assenza dell’essere amato comporta (genitori, figli, fratelli, nonni, compagni o amici), approfondisce le ingarbugliate relazioni famigliari dove le persone non arrivano mai nello stesso posto allo stesso momento. Solo così è possibile capire come persone che si amano possano farsi tanto male.

Il romanzo affronta anche in modo molto speciale il tema della maternità attraverso lo sguardo ignorante di Nicolás, affascinato dai lacci invisibili che legano una madre ai figli. Da questa prospettiva, una delle grandi domande che costituisce l’ossatura principale del romanzo è se la biologia sia sufficiente a trasformare una persona in padre o madre, o come ogni padre o madre intrepreta tale responsabilità.

Non voglio dimenticare altri contenuti più complessi in cui sarà il lettore a trarre le proprie conclusioni: fino a dove arriva la libertà di un malato di scegliere il proprio destino, che significato hanno la vittoria e la sconfitta o quali conseguenze ha ognuna delle nostre decisioni sulla vita degli altri.

Infine La migliore delle vite ci parla del regalo della gioventù. Ma dal punto di vista di una gioventù che non trova la propria strada nonostante, apparentemente, abbia tutto a portata di mano. Giovani cosmopoliti, senza pressioni economiche, intelligenti e con un’istruzione superiore, ma confusi e incapaci di dare un senso alle loro vite. Ragazzi cresciuti nella grande menzogna che, se lo vogliono e se si sforzano, possono ottenere tutto ciò che desiderano".

Come definirebbe la sua generazione, che viene raccontata nel libro?

"L’idea era quella di scrivere un romanzo sulla mia generazione e sulle circostanze che abbiamo condiviso con il resto dei giovani europei. Ci hanno sempre accusato di aver avuto tutto. In fin dei conti non avevamo vissuto la guerra, le carestie o grandi minacce alla nostra libertà, e per questo non avevamo il diritto di lamentarci, di protestare, di essere immaturi o di prendere decisioni. La povertà era quella dei genitori e dei nonni. E forse è vero, ma è anche vero che ci hanno raccontato molte bugie su dove era possibile indirizzare i privilegi concessi: devi scegliere un corso di laurea che ti permetta di avere un futuro dignitoso e stabile, comprarti una casa il prima possibile perché è un investimento, non rischiare quello che hai. Ma noi magari volevamo altre cose. Nessuno ce l’ha mai chiesto. E quando abbiamo avuto l’età per farlo era ormai troppo tardi.

Alla fine queste bugie si possono riassumere in una sola: se ti sforzi, se fai dei sacrifici, otterrai quello che vuoi. Ciò dà adito a diverse letture spaventose. La prima lascia intendere che se fallisci è perché non ti sei sforzato abbastanza, magari non ti interessava o semplicemente non vali. Di conseguenza il fallimento, inteso come il non raggiungere un determinato obiettivo (che può anche non essere il tuo), diventa un umiliante motivo di imbarazzo. Bisogna ignorare il fallimento. Non serve. Ti può portare a gettare la spugna, o peggio ancora, a non essere contento di cosa fai perché non sarai mai il migliore. Qualcosa del genere accade ai protagonisti. Hanno avuto tutto: istruzione superiore, formazione nelle lingue, nessuna difficoltà economica e così via. Sembrano esserne consapevoli eppure non trovano il loro posto, la loro strada. Ad alcuni manca l’ambizione, altri devono sopportare i pesi che i genitori si sono tolti e hanno caricato sulle loro spalle.

Per fortuna, ed è questa la ragione per sedersi e scrivere, i protagonisti del romanzo non si arrendono, come non lo fa la maggior parte dei giovani. Tutti, a un certo punto, trovano la forza di battere il pugno sul tavolo ed essere fedeli alle promesse fatte a se stessi. Anche se, ovviamente, questo comporta conseguenze e non alleggerisce il carico emotivo".

Lei parla di una “grande menzogna” in cui vivono le nuove generazioni. Quanto questa situazione li ha resi confusi sulla vita e sul futuro?

"È ovvio che avevo bisogno di una cornice narrativa da cui partire, un’atmosfera e un background che spiegasse perché i protagonisti reagiscono in quel modo. Così una delle idee che penso abbia segnato la mia generazione (quella della fine degli anni ’70, inizio anni ’80) è che la strada che dovevamo seguire era già tracciata. Non si tratta di una critica, ma una realtà che si può spiegare facilmente se ci guardiamo indietro. Le generazioni precedenti alla mia hanno vissuto guerre, a volte fame, molti anni di dittatura. Le libertà e i privilegi di cui godiamo adesso derivano dalla lotta che hanno intrapreso queste generazioni per ottenerli. Accade però che quando otteniamo qualcosa con molta fatica temiamo poi di perderla, e quindi diventiamo conservatori (nel senso apolitico del termine). E quello è il peso che hanno messo sulle nostre spalle. Hanno avuto paura di cosa avremmo potuto fare con i privilegi conquistati e quindi hanno deciso di mostrarci la strada: università utili, cercare un lavoro che fosse per tutta la vita, non rischiare. Ciò ha avuto una conseguenza nefasta: non ci hanno insegnato a cadere, a fallire, a perdere. E quindi non siamo capaci di reinventarci quando veniamo sconfitti. Lì è l’origine di tutti i dubbi, le paure e i pesi emozionali che trascinano i protagonisti a raggiungere l’età in cui devono prendere decisioni. Quell’età in cui conserviamo ancora i sogni giovanili ma siamo ormai abbastanza adulti per sapere che non si avvereranno mai".  

 

Che ruolo ha l’Italia nel libro e quanto è importante per lei?

"L’Italia è molto presente nella storia. Prima di tutto una delle quattro parti in cui il romanzo è suddiviso è ambientata a Roma. La scelta di Roma, come delle altre città, non è casuale. Ogni città funziona, respira e ha un’anima diversa che dona uno stile e un ritmo che vanno di pari passo con la trama. Tuttavia, sono stato molto attento a rendere le città solo un veicolo che mi aiutasse a narrare gli eventi come volevo. I protagonisti non si muovono per le zone più turistiche o iconiche di Roma, perché non sono turisti, ma ragazzi che vivono Roma, camminano per i quartieri di Roma, bevono nei bar poco conosciuti di Roma o che ogni mattina salutano il negoziante all’angolo.

Poi Gennaro, il padrone di casa del protagonista, è napoletano. Sono uno scrittore senza immaginazione. Ciò significa che non posso fare altro che usare le mie esperienze o rubare quelle degli altri. Quindi, la descrizione e gli eventi che accadono a Gennaro sono assolutamente reali dato che fu il mio padrone di casa a Cambridge per un anno intero.

Infine, c’è una misteriosa coppia italiana che inseguiremo per tutto il romanzo e di cui possiamo dire ben poco per non svelare la trama".
 

Come definirebbe la sua scrittura?

"L’essenza del romanzo risiede in come viene raccontata la storia. Fino a quando non ho trovato il tono, lo stile e il ritmo non c’è stato verso che la narrazione fluisse come volevo. Se non ci fossi riuscito il romanzo non sarebbe esistito.

Sapevo di dover esplorare nuovi modi di raccontare una storia. Assumermi dei rischi. Lo stile è ciò che dà senso a questo romanzo. Doveva esserci un ritmo che fosse in sintonia con la narrazione. Il come si racconta che va di pari passo al cosa si racconta. Ma allo stesso tempo doveva essere molto semplice e musicale. Non basta che sia scritto bene o che venga trasmesso il messaggio. Per niente. Ogni frase, ogni paragrafo e ogni capitolo deve avere lunghezza e ritmo, una sua melodia, a volte anche imperfetta. Accettare l’imperfezione rende possibile cercare quella musicalità. L’imperfezione è senza dubbio più bella, sia per una sola riga, sia per il romanzo nel suo insieme. In questo modo però la costruzione di un solo paragrafo mi porta via una grande quantità di tempo, giornate intere e le correzioni sono costanti, alla continua ricerca della massima semplicità possibile".

Quale consiglio darebbe ai lettori che si avvicinano a La migliore delle vite?

"Ognuno trova un racconto e temi diversi che fanno funzionare il meccanismo letterario. Nel romanzo non vengono date soluzioni nella forma o nel contenuto, ma solo domande a cui il lettore dovrà rispondere. È la cosa che più mi interessa, che il lettore completi gli spazi vuoti, se li trova. Che il testo lo porti alla riflessione, al dibattito. Ho incontrato lettori che hanno ventilato ipotesi che io non avevo neanche preso in considerazione. È incredibile. Quindi il mio unico consiglio è che si godano la lettura e che partecipino alla storia".

IL LIBRO - E' autunno quando Nicolás arriva a Cambridge dalla Spagna, e subito avverte qualcosa di magico e inafferrabile, un legame speciale con una città che è come una tavolozza di vetro e pietra, un arcobaleno velato. Conosce Pierre per caso, una domenica mattina, mentre corre tra alberi artritici avvolti in una nebbia azzurrina. Diventano amici. Ed è proprio Pierre a presentargli Lei, una ragazza danese inquietante e bellissima, circondata da un alone di mistero che ne accresce il fascino e rende quasi impossibile starle lontano. Quello che unisce i tre giovani è un rapporto profondo e superficiale al tempo stesso, fatto di segreti svelati a metà, di speranze condivise e di ferite che tuttavia non tolgono loro l'entusiasmo e la voglia di cambiare il mondo.

In un viaggio emozionale ed emozionante tra Cambridge, Roma e Amsterdam, Lei, Nico e Pierre si lasceranno e si ritroveranno, portando alla luce segreti che cambieranno la loro vita e li costringeranno a riflettere su chi sono e chi vogliono essere.

La Migliore Delle Vite
 

Con il suo stile lirico ed evocativo, David de Juan Marcos esplora il dolore di essere separati dalla persona amata, la forza ineluttabile della maternità e la complessità delle relazioni familiari in quella che in fondo altro non è che una straordinaria celebrazione della vita stessa.

L'AUTORE - David de Juan Marcos, nato nel 1980 a Salamanca, in Spagna, ha esordito nel 2012 con il romanzo El baile de las lagartijas, per il quale è stato paragonato a grandi nomi della letteratura come Gabriel García Márquez. Dopo aver insegnato in una scuola superiore, attualmente si dedica alla scrittura a tempo pieno. "La migliore delle vite" è il suo primo romanzo pubblicato in Italia.

Scheda tecnica

Editore HarperCollins Italia

Prezzo 18,00 €

Data di uscita 6 aprile

Genere Literary Fiction

Formato 15.5 x 23 cm

Foliazione pagg. 336

Tags:
la migliore delle vitedavid de juan marcos
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