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Culture
De Pisis e Boldini a Ferrara

di Raffaello Carabini

Le iniziative intelligenti vanno segnalate e plaudite. Quella di Ferrara Arte che ha messo di fronte Giovanni Boldini e Filippo de Pisis nelle sale fastosamente decorate al piano nobile (l'uno) e nei Camerini di Alfonso I (finora chiusi al pubblico, l'altro) lo è. Mostra temporanea, ma senza data di chiusura, intitolata "L'arte per l'arte", dà ancor più lustro al Castello Estense, che si erge possente nel centro della città emiliana, equidistante dalla stupenda cattedrale romanica e dall'altrettanto unico Palazzo dei Diamanti.
Il tragico terremoto del maggio 2012 ha danneggiato Palazzo Massari che ospita le Gallerie di Arte Moderna e Contemporanea, da allora chiuse in attesa dei fondi necessari a restauri e "restyling". La decisione di dare nuovamente visibilità al principale "opus" pittorico lì conservato è scattata con un certo ritardo, ma ha prodotto un allestimento riuscito, per buona parte in sale sontuose e riccamente affrescate.
Si tratta di una novantina di opere - solo una parte ma assai eloquente dei fondi posseduti dalle Gallerie - dei due maestri ferraresi vissuti a Parigi: Boldini dalla Belle Époque fino alla morte (1931); De Pisis dal 1925 fino alla Guerra Mondiale, quando tornò in Italia già con le avvisaglie della malattia nervosa che lo portò al decesso poco più di una decina di anni dopo. Quindi tra i più vicini degli italiani alle evoluzioni delle avanguardie artistiche di cui pulsava allora la capitale francese, ma allo stesso tempo tra i più legati a una cifra personalissima e inconfondibile.

Ritrattista per eccellenza dell'alta società, richiestissimo e superpagato, Boldini è stato anche capace di cogliere le frenetiche trasformazioni della vita contemporanea e di intime immersioni nel proprio spazio pittorico. Formatosi a Firenze nel clima macchiaiolo, ne seppe connettere la pennellata veloce e la combinazione coloristica con l'estro e la raffinatezza che gli erano congeniali. A Parigi, gli impressionisti fecero il resto, mettendolo in condizione di acquisire brillantezza e mobilità nel tocco.
A Ferrara, dopo il suo busto bronzeo scolpito da Vincenzo Gemito (e il celebre "Autoritratto a 69 anni"), se ne può ammirare tutto il percorso espressivo, con un andamento cronologico che termina in una grande bacheca piena di oggetti personali, strumenti di lavoro e documenti. Molti i capolavori, dai ritratti de "La signora in rosa" (la nobile cilena Concha de Fontecilla, cui il pittore si rifiutò di rimettere il quadro perché lo riteneva troppo importante nella propria evoluzione artistica; al suo posto, per onorare la commessa, ne consegnò uno più piccolo) a quello de "Il piccolo Subercaseaux", da "La cantante mondana" a "Il pittore Joaquin Araujo y Ruano", dalle incisive acqueforti alle raffigurazioni di un "Notturno a Montmartre" oppure dello studio oppure dell'"Uscita da un ballo mascherato".

De Pisis, di oltre cinquant'anni più giovane, fu artista molto più tormentato e "poetico". Fra l'altro autore letterario di spessore: "La città delle cento meraviglie" (1921), "Poesie" (1940), tra gli altri volumi un po' crepuscolari, un po' impressionistici. Dall'iniziale influsso metafisico di Carrà e De Chirico, a Ferrara negli anni Dieci, passò presto, attraversando anche un breve periodo cubista, a una vena libera, senza preconcetti, gioiosa, dal tocco rapido e impreveduto, quasi un "pointillisme post-espressionista".
Negli spogli - se si eccettua la Sala delle Geografie, con affreschi cartografici di inizio 700, e la Sala degli Stemmi, con una doppia decorazione pontificia - Camerini estensi il colore dei paesaggi del maestro brilla di luce propria, le sue nature morte sono più vive di quanto si riesca a immaginare, le sue pennellate incisive e spregiudicate arrivano ogni volta innovative e uniche, perfino nell'intensità del bianco invasivo degli ultimi anni, fatto "di semplicità e di brivido".
Un percorso che dimostra come De Pisis sia rimasto coerente per tutta la vita, colto e raffinato, capace di guardare con ironia e garbo alle avanguardie: dalla giovanile "Natura morta col martin pescatore" alla quasi monocroma in bruno "Bottiglia tragica", dai capolavori paesaggistici ("I grandi fiori di casa Massimo", "Strada di Parigi", "La Coupole") e non ("Ritratto di Allegro", "Il gladiolo fulminato") fino al definitivo "La rosa nella bottiglia", un quadro da ascrivere tra i più belli e misconosciuti del XX secolo.

 

Dida:
1)    Giovanni Boldini, "Ritratto del piccolo Subercaseaux", 1891, olio su tela
2)    Giovanni Boldini, "La signora in rosa (Ritratto di Olivia Concha de Fontecilla)", 1916, olio su tela
3)    Filippo De Pisis, "I grandi fiori di casa Massimo", 1931, olio su cartone
4)    Filippo De Pisis, "La rosa nella bottiglia", 1950, olio su tela

 

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