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PansaRizzoli

di Antonio Prudenzano
su Twitter: @PrudenzanoAnton

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Basta non fermarsi ai pregiudizi (e al titolo e al sottotitolo): l'ultima fatica di Giampaolo Pansa"la Repubblica di Barbapapà - Storia irriverente di un potere invisibile" (in libreria per Rizzoli dallo scorso 13 febbraio e subito premiato dai fedeli lettori del giornalista nato a Casale Monferrato nel 1935) non è solo il tipico libro che diverte i giornalisti perché svela i dietro le quinte sul rapporto tra stampa & potere (in questo caso Pansa si confronta con la storia del quotidiano Repubblica e del suo fondatore, Eugenio Scalfari - affettuosamente soprannominato Barbapapà dalla propria redazione -, riempiendo le pagine di retroscena, curiosità, testimonianze dirette e indirette, e pure di qualche "cattiveria"...) e non è neppure soltanto un perfetto manuale di storia del giornalismo (l'autore descrive, dal suo punto di vista ovviamente parziale, gli ultimi tribolati quarant'anni della stampa italiana, e oltre che a Repubblica dà spazio anche a fasi cruciali e assai difficili della storia del Corriere della Sera - vedi lo "scandalo P2" -, ad esempio...).

Giampaolo Pansa

"La Repubblica di Barbapapà"  è la conferma che Pansa scrive meglio di gran parte dei suoi colleghi, giovani e meno giovani. La sua narrazione ha un ritmo superbo, inconfondibile. Non esistono pagine  "saltabili". Il lettore, anzi, finisce inchiodato al testo, e spesso ride nei non pochi passaggi tragicomici. Siamo al cospetto di uno scrittore che con "la Repubblica di Barbapapà ci ha regalato uno dei "romanzi storici" (e a tratti le atmosfere sono quasi "da thriller") più avvincenti degli ultimi anni.

Romanzo (scritto in prima persona, e non potrebbe essere altrimenti), ma anche saggio storicole pagine più lucide sono infatti quelle dedicate agli anni terribili del terrorismo, che Pansa ha raccontato da molto vicino (tanto da finire nel mirino dei terroristi rossi, salvandosi inconsapevolmente da un possibile attentato grazie a una chiamata di "Eugenio" tanto improvvisa quando provvidenziale, quando a inizio anni '80 Giampaolo Pansa era vicedirettore di Repubblica). E così, nella parte centrale de "La Repubblica di Barbapapà",  si legge di Walter Tobagi (e della cena in un ristorante romano tra i due colleghi-rivali,  due mesi prima dell'assassinio di Tobagi, in cui Pansa e l'amico parlarono proprio dei rischi che stavano correndo scrivendo ogni giorno di terrorismo), e delle tante altre morti dimenticate di quegli anni folli (che tutti faremmo bene a ristudiare), ma pure del rapimento di Moro e della linea della "fermezza" sostenuta da Scalfari che, tra le altre cose, fece fare il definitivo balzo a Repubblica, in termini di copie, autorevolezza e centralità nel dibattito pubblico. Si arriva al presidente della Repubblica Pertini, amico personale di Scalfari, che una volta, addirittura, in preda all'ira "rapì" Pansa in una stanza della redazione di Repubblica...

Oltre alle tante pagine dedicate a Eugenio Scalfari, è giusto segnalare anche quelle finali, in cui l'autore affronta il suo rapporto con Ezio Mauro. Qui Pansa spiega anche come l'assai discusso bestseller del 2003 "Il sangue dei vinti" -  che racconta i crimini compiuti dagli ex partigiani verso fascisti e presunti tali, dopo il 25 aprile '45 -  abbia fortemente "condizionato" la sua collaborazione con Repubblica e l'Espresso.

In fondo, il bello di questo libro è che l'autore non ci tiene a passare per buono a tutti i costi. E' consapevole dei suoi umanissimi difetti, e in questi libro di ricordi, in cui parla e fa parlare amici ed ex tali, non fa nulla per nasconderli.

Un'ultima curiosità: all'inizio de "La Repubblica di Barbapapà" Giampaolo Pansa (che a Scalfari riconosce diversi meriti, ma non quello di indovinare le previsioni sul futuro della politica italiana...) arriva ad anticipare il trionfo del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo alle ultime elezioni (che nessuno ha previsto in queste proporzioni) e la difficoltà, per un "giornale-partito" come Repubblica, di gestire questa fase...

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