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Culture
Festival cinema Venezia 73: la Cina a Venezia, Marco Polo torna a casa

La Mostra di Venezia, nel passato recente, vanta anche un direttore noto nel mondo come “il cinese”: ai  tempi di Marco Müller (direttore dal 2004 al 2011) un robusto tentativo di mettere in  relazione il gusto del pubblico occidentale con quello asiatico fu perseguito sistematicamente. Ma quella era anche la Cina degli autori non allineati, talvolta fuori dal coro e spesso lontani dal mainstream. Oggi, alla velocità di cambiamento della Cina le cose sono già diverse e quest’anno se ne è avuto una prima dimostrazione per la moltitudine di delegazioni, società private, rappresentanze culturali e istituzionali che hanno movimentato il Lido nei primi giorni di festival. C’erano ragioni oggettive (il “China Film Forum” organizzato ormai da tre anni dalle Giornate degli Autori) e contingenze strategiche come il convegno promosso dal MIBACT su impulso del Ministro Dario Franceschini che oggi guarda con attenzione allo sterminato mercato cinese (il secondo del mondo per i media e un player ormai fondamentale per il comparto turistico) e che aveva già rilanciato il dialogo istituzionale nel suo recente viaggio a Pechino.

Il cinema cinese a Venezia: svolta per Italia ed Europa

Ma più forte ancora si è avvertito l’interesse cinese all’investimento sull’Italia e l’Europa grazie a una scelta programmatica delle società (e del governo) cinesi a favore del nostro paese. In Cina cresce al galoppo una nuova classe sociale in cerca di novità e status symbol alternativi alla sola offerta americana (per l’Occidente) e coreana (per l’Asia); i cosiddetti “immigrati di ritorno” (figli di coloro che hanno cercato fortuna all’estero) sono rientrati in patria con racconti e bisogni legati all’Europa; la capacità di spesa e lo sviluppo crescono ancora a livelli inconcepibili per noi (ogni giorno si aprono quattro nuove sale cinematografiche, soprattutto nelle città di seconda e terza fascia). Questa apertura al nuovo, questo “esotismo asiatico” trova oggi l’Italia in posizione privilegiata anche rispetto all’Europa: un polo d’attrazione incomparabile dove il cinema (oltre alla moda, al lusso, all’arte e al calcio) rappresenta un brand di sicuro successo.

La Cina sbarca in forze al festival del cinema: cosa cambia ora

La prova? Il Presidente della CFCC (l’equivalente governativo imprenditoriale della nostra Direzione Cinema del MiBACT), Miao Xiaotian ha confermato a Venezia che l’Italia e il suo cinema sono oggi una priorità per la Cina a condizione di trovare storie, autori, sensibilità che rinnovino l’antica amicizia tra le due culture. Insomma è sulla Via della Seta, dall’antica capitale cinese Xi’an (quella dell’esercito di terracotta) per arrivare in Laguna fin dai tempi di Marco Polo, che una pacifica armata finanziaria e industriale si muove verso di noi. Tra gli annunci raccolti in questi giorni c’è quello del Fondo Everbright che ha acquisito il controllo della scuola di cinema di Shanghai (Art Film Academy) e programma investimenti importanti (fino a 600 milioni di dollari) per lo sviluppo di progetti rivolti a giovani talenti. Il festival di Shanghai invece porta alle Giornate degli Autori una decina di progetti di film da sviluppare con capitali misti; nel contesto del China Film Forum uno dei promotori, il network produttivo sino-europeo Bridging the Dragon,  annuncia l’ormai prossima partenza di una coproduzione tra la Zentropa di Lars von Trier e la Cina per un film tratto dalle favole di Andersen e sceneggiato da un asso del box office cinese come Shu Huan. Simbolo di questa nuova tendenza è poi il film di Cristiano Bortone “Caffè”, prima coproduzione ufficiale tra Italia e Cina ad aver ottenuto la doppia nazionalità e in procinto di uscire da noi (grazie a Officine Ubu) e poco dopo su almeno 3000 schermi cinesi. “Caffè”, evento speciale alle Giornate degli Autori, apre una strada su cui si è inserito anche il cinema documentario – terreno già oggi fertile di scambi tra le due cinematografie –.  E presto potrebbe essere messo in campo un nome di prestigio come Giuseppe Tornatore, richiesto dal colosso delle vendite online Alibaba di sviluppare un suo progetto “cinese”.
 

Film italiani grazie ai capitali della Cina?

Avremo quindi un cinema italiano ossigenato dai capitali di Pechino e Shanghai come accade adesso alle squadre di calcio di Milano? Il paragone non è poi tanto peregrino se si guarda agli investimenti disseminati ormai in tutta Europa (dalla Francia alla Spagna) da gruppi industriali cinesi interessati alla visibilità garantita dal calcio. Il brand più vantaggioso ed economico dopo lo sport è certamente il cinema che sa essere nazionale e globale al tempo stesso. Si tratta solo di scambiare conoscenze, lavorare insieme, trovare linguaggi comuni. “Si possono fare tutti gli accordi economici del mondo – dice il regista Maurizio Sciarra, che presto girerà proprio in Cina il suo prossimo film – ma se non si mettono al primo posto le storie e gli autori non si va lontano. Il China Film Forum di quest’anno ha segnato una svolta che vorrei definire storica mettendo allo stesso tavolo autori di successo dei due paesi come Francesco Bruni o Paolo Genovese per noi e Shu Huan (il più ricco incasso nella storia del cinema cinese) o Yuan Yuan (sceneggiatrice del candidato all’Oscar) e mettendo per la prima volta proprio il linguaggio comune al centro di quello stesso tavolo. “Perfetti sconosciuti” in salsa cinese? Non è più fantascienza.

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