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Culture
DavidSantorsola

di Pierfrancesco Pacoda

In un panorama sonoro, quello pugliese, sempre più ricco di proposte ed esordienti che scelgono i linguaggi del pop, Davide Santorsola è una eccezione da seguire. Pianista jazz con una grande attività internazionale, ha collaborato con musicisti come Lee Konitz e Phil Woods. E’ uscito il suo nuovo album, ‘Horizon’, omaggio alla scrittura bop di Jack Kerouak e Charlie Parker

Come nasce la passione per la scrittura bop di Jack Kerouac?
Kerouac è il padre della “beat generation”, una cultura, quella “beat”, che ha rappresentato, nel periodo della mia adolescenza, uno degli ideali cui tendere. Kerouac passò la maggior parte della sua vita viaggiando, attraversando i grandi spazi dell’America, nella costante, travagliata ricerca di trovare il suo posto nel mondo. Kerouac trovò ispirazione per la sua scrittura proprio nel jazz, più specificamente nel genere bebop e nel massimo esponente di questo genere: il sassofonista Charlie Parker. Mi colpisce allora il fatto che il musicista Parker possa influenzare lo scrittore Kerouac, il quale a sua volta influenza un musicista ancora, come me, ad esempio, secondo un processo di trasformazione che travalica i limiti delle diverse categorie e forme espressive del linguaggio.

E come è stata utilizzata per comporre la tua musica?
In realtà, ricercavo una condivisione emotiva con l’ascoltatore. Kerouac, nel suo Scrivere bop, suggerisce: “Evita la “selettività” d’espressione e segui invece la libera deviazione (associazione) della mente dentro i mari di pensiero illimitati e soffia-sul-soggetto, nuotando nel mare […] Soffia forte quanto vuoi – scrivi in profondità, pesca in profondità […] Il lettore non mancherà di ricevere la scossa telepatica e l’eccitazione-significato dettate dalle medesime leggi che operano nella sua mente di uomo.” Ebbene, nel mio nuovo cd “Horizon” ho cercato di “pescare” in “profondità”, tralasciando tutto ciò che mi pareva fosse in superficie.

Perché, a tuo avviso, assistiamo all’uscita di così tanti artisti che usano il pianoforte, da Bollani a Allevi?
Non penso ce ne siano poi così tanti e, poi, a ciascuno il suo. Voglio dire che non è possibile accostare Bollani e Allevi per il sol fatto che suonano entrambi il pianoforte. Sono due personalità estremamente diverse fra loro. E forse, a questo punto, la domanda potrebbe essere se a livello mediatico il panorama musicale italiano è variegato, e credo di no, non ancora.

Quali le tue fonti di ispirazione musicale?
Sono parecchie e trasversali, da Bach a Parker, da Chopin a Bill Evans, ma anche altre suggestioni ancora influiscono, come le arti figurative, la letteratura, ecc.

Che rapporto esiste tra la tua musica e la tradizione popolare pugliese?
Credo nessuna; forse, il fatto che nella tradizione mediterranea ci sia una predilezione per linee melodiche di ampio respiro. Ma questa è una caratteristica comune a molte altre culture ancora, però. È anche vero che la Puglia è sempre stata terra di frontiera e di incontro. In questo, riconosco che la curiosità che mi spinge a cercare sincretismi, convergenze, rapporti lontani, insomma, forse la devo alla mia terra natia. 

Con quale artista pugliese ti piacerebbe collaborare?
In effetti, a pensarci, durante il corso della mia carriera ho collaborato con quasi tutti gli artisti della mia Puglia, con tutti quelli, almeno, specializzati nella musica jazz.

Quale è il tuo parere su una iniziativa come la Notte della Taranta?
È una grande industria dello spettacolo e una grande opportunità mediatica e turistica per la Puglia. Sotto il profilo artistico, il grosso rischio è che quel genere imploda nell’autocelebrazione, avvitandosi su sé stesso. Speriamo ciò non accada, grazie a direzioni aperte e sensibili.

Hai una grande esperienza internazionale, come hai fatto a conquistare tanti paesi stranieri?
Mattone su mattone, contando sulle mie forze e sulle mie competenze.

Tra i tanti musicisti celebri che hai incontrato e con i quali hai suonato, quale ti ha più impressionato?
È difficile rispondere, ce ne sono tanti. Restringendo il cerchio il più possibile, penso a Phil Woods e a Lee Konitz. Comunque, dovendo fare un solo nome,Lee Konitz: una leggenda del jazz e un improvvisatore tra i più creativi e tra i più intelligenti che abbia mai incontrato.

 

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