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di Francesco Riccardi

Fin dove si spinge il bisogno d’affetto di una persona? Quali forme può prendere? Quanto, di questo bisogno, può essere raccontato attraverso il cinema? Una risposta a queste domande la si può trovare vedendo “SMS – Save My Soul”, documentario di Piergiorgio Curzi, giovane regista romano. Lungo un'ora, viene proiettato soprattutto nei festival: l'ultimo, il Mix di Milano (sezione “Extramix”). “SMS” con uno stile forte, privo di retorica, racconta la storia di Nicolino, 70 anni, che consulta gli annunci di ragazze in cerca d'impiego su “Porta Portese” per mandare loro degli sms con frasi sentimentali. C'è chi non gli risponde, chi dice subito che non è il caso, e chi abbocca a quelle che lui chiama “esche d'amore”. Negli anni, Nicolino ha accumulato un migliaio di relazioni, rimaste sempre confinate nella memoria del telefonino (e in un file in cui Nicolino annota ogni conversazione via sms). Oggi ne manda avanti circa 150. Sempre a colpi di sms e telefonate. All'inizio cercava avventure, adesso si sente appagato da una semplice risposta, dal sapere che il legame esiste. Nicolino è convinto di poter separare amore e possesso: una teoria che ha voluto applicare in primis alla sua famiglia. Ma non è andato sempre tutto liscio. Il passato familiare è pieno di ricordi dolorosi. E dal presente, in cui Nicolino trova tutto banale, filtra l'ombra della solitudine, da cui dovrebbero salvarlo gli sms amorosi. Nicolino va avanti per la sua strada, senza curarsi di nessuna convenzione borghese. Ma a film finito, rimane forte il dubbio che l'equazione dell'amore senza possesso sia impossibile o quasi. Specie se si scopre che l'incognita x è la famiglia. Autodidatta che ha imparato da sé latino e greco antico, poeta e compositore di canzoni “a tempo perso”, ex rappresentante commerciale dell'Einaudi, Nicolino è un personaggio sui generis, che non ha seguito né le logiche della cultura dominante né di quella antagonista (nonostante in passato si sia interessato anche alla politica). Abita in un paese poco fuori Roma, nel disordine labirintico di un garage (riadattato come abitazione) pieno di vecchie cose, in cui spiccano per contraddizione tanti bei libri allineati sugli scaffali. C'è poca luce nel garage. E la personalità e la vita di Nicolino presentano non pochi punti opachi. Lui e le donne con cui scambia sms ci appaiono come dei marginali della società. Ma è impossibile restare indifferenti a questa vicenda. “Mi chiedevo che senso avesse fare 'sto film”, dice il regista. Forse, una parte di senso si trova nella risposta alla richiesta che Nicolino esprime davanti alla telecamera: “Vorrei che il tuo affetto per me superasse quello per il tuo film. E' l'unico modo che hai per ripagarmi”.

Come hai incontrato per la prima volta Nicolino?

L'ho visto in un locale di Trastevere. Si esibiva in un contest di poesia. Ricordava un po' il varietà di un tempo. Nicolino superava gli altri partecipanti per qualità e carisma.

Quanto è durata la lavorazione del film?

Mi sono trasferito a casa di Nicolino per due settimane. È stato un pedinamento, ho girato molto. Intanto, mentre riprendevo, elaboravo la struttura narrativa. “SMS” ha preso la forma che ha dalla quattordicesima cassetta in poi. Sono partito dalla storia degli sms alle ragazze di “Porta Portese”. Poi, in un secondo momento, sono comparsi i figli...

Non avevi previsto la presenza dei figli di Nicolino nel film?

No. Con i figli è stato difficile. Spesso mi sono sentito un intruso, ero quasi intenzionato ad abbandonare, ma poi sono andato avanti. I figli Nicolino li ha avuti da due donne. Con entrambe ha messo in chiaro che non avrebbero mai vissuto sotto lo stesso tetto. In particolare la storia con la prima moglie è, per la memoria di Nicolino, un abisso. Il figlio maggiore insegna scacchi: li usa come metodo pedagogico per i bambini. La figlia malata è ricoverata in una clinica di Formia per problemi psichiatrici. Sono diventato amico del più piccolo, che però è quello che mi ha detto le cose più pesanti sul padre. La sua apparizione in “SMS” è ridotta al minimo: non vuole che si parli di lui. Sta scrivendo un'opera teatrale con le poesie di Nicolino.

La casa di Nicolino è, a suo modo, un'altra protagonista del film.

Quando Nicolino dormiva dovevo creare un altro tipo di atmosfera, quella notturna. Allora, a parlare non è Nicolino ma la casa. Il tono visivo è un po’ quello di un museo, perché lì c’è conservato di tutto, compresi affetti e ricordi. Non a caso gli incontri con i figli avvengono sempre lì dentro.

Il film scava in profondità nella vita del protagonista, scoprendo aspetti non sempre felici. Come ha fatto Nicolino ad accettare un trattamento simile?

L'ha presa come una esibizione giocosa. Questo ha facilitato molto le cose. Gli piace raccontarsi. In più, girando e conoscendolo meglio, tra Nicolino e me si è sviluppato un rapporto simile a quello tra padre e figlio. Lui dice di essersi messo a nudo per me.

Nel film si nota, in modo diretto, anche la tua presenza.

Sì. Inizialmente volevo essere assente. Esiste anche un mito dell’invisibilità dell’autore…ma con Nicolino era impossibile. Lui interagiva. Ho girato delle scene quando eravamo insieme a tavola, usando una camera fissa. Ma poi mi sono sembrate situazioni forzate, meno convincenti, e le ho tagliate. Alla fine ho deciso di evitare del tutto il cavalletto. Ho lasciato solo ciò che mi pareva più spontaneo, ripreso con camera a mano. Non so se sia una cifra stilistica ripetibile...

Quanto è costato “SMS”?

Quasi nulla. Ci è voluto il tempo di un’estate. E un migliaio di euro per il montaggio del sonoro e pochi altri interventi.

(“SMS” verrà proiettato a Milano stasera alle 22, alla presenza del regista, nello spazio all'aperto della cooperativa Labriola gestito dalle associazioni Maquis e Cecinepas)

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