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Culture

di Simonetta M. Rodinò

Le immagini in bianco e nero di Gianni Berengo Gardin sono uno spaccato della vita politica, sociale, economica e culturale dell’Italia dagli anni del boom a oggi, sia nei suoi risvolti felici, sia nelle sue pieghe drammatiche e a volte tragiche. Una selezione di 183 straordinari scatti del fotografo, delicato e poetico e dalla naturale predisposizione alla narrazione, una delle figure più rappresentative della fotografia italiana, è ospitata nella mostra “Gianni Berengo Gardin. Storie di un fotografo”, al Palazzo Reale di Milano. La superba antologica, da non perdere, non segue un percorso cronologico, ma tematico, che si arricchisce, dopo la rassegna tenutasi a Venezia, di un segmento dedicato proprio al capoluogo lombardo. Nato a Santa Margherita nel 1930, ma trasferitosi in seguito a Roma, Venezia e Parigi, l’autore che ama definirsi “non un artista e nemmeno un grande oratore. Preferisco che a parlare siano le mie immagini”, ha sempre letto molto e, per sua ammissione, il lato di “fotografia sociale” gli viene dalla lettura dello scrittore americano dal grande impegno civile e politico John Dos Passos. Con la sua morbida erre moscia, spiega che l’obiettivo migliore è il grandangolo perché permette di avvicinarsi al centro della scena e riprendere l’ambiente intorno al soggetto senza isolarlo dal contesto; solo così si può garantire l’autenticità storica. Fermamente convinto della superiorità della pellicola, per lui meno metallica e fredda del digitale, sostiene da sempre la profonda differenza tra belle e buone fotografie: le prime possono essere tecnicamente perfette, ma prive di significato, le seconde raccontano una storia. Ecco allora il percorso delle sue storie, che inizia proprio da una sezione dedicata a Milano, all’interno della quale, sotto il titolo “gente di Milano” due omaggi speciali: uno scatto che ritrae il grande Ugo Mulas – con cui cominciò la sua carriera – mancato 40 anni fa, e uno dolcissimo a Gabriele Basilico, morto il febbraio scorso. Poi la sua Venezia, con le calli, i locali, i vaporetti, le piazze ammantate di neve… Un segmento è dedicato ai riti religiosi e tra questi una processione in spagna del 1960, “che Henry Cartier-Bresson gli chiese come foto di scambio, perché più vicina alla storia dei due grandi interpreti”, spiega il curatore della mostra Denis Curti. Un altro segmento “Dentro le case” diventa una sorta di reportage condiviso con le persone riprese. Una sala ospita poi le immagini dei “baci”, in cui è presentata l’unica foto realizzata in digitale, sempre in bianco e nero.  Sì, perché secondo l’artista il colore disturba: “Un fotografo come uno scrittore, ha il suo stile e va avanti con quello”, sostiene.  In una stanza, montate a specchio, gli scatti sulle comunità Rom e sugli ospedali psichiatrici, denunciandone la drammatica condizione dei ricoverati. La mostra si chiude con un segmento dedicato al lavoro e uno riepilogativo della sua carriera artistica. “Ciò che m’interessa è essere testimone di un’epoca”, afferma Berengo Gardin. Che ha creato un archivio di oltre 1milione500mila foto e realizzato oltre 200 libri.

Venezia, in vaporetto, 1960Venezia, in vaporetto, 1960 ©Gianni Berengo Gardin / ContrastoGuarda la gallery

“Gianni Berengo Gardin. Storie di un fotografo”
Palazzo Reale - Piazza Duomo 12 - Milano
14 giugno – 8 settembre 2013
Orari: lunedì 14.30 - 19.30; martedì, mercoledì, venerdì e domenica 9.30-19.30; giovedì e sabato 9.30-22.30
Ingressi: € 8 intero; € 6,50 ridotto
Infoline: 02/54917
Catalogo: Marsilio Editori
www.mostraberengogardin.it


 

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gianni berengo gardin
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