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Culture
La mostra Sforza-Visconti fa parlare
Benedetto Briosco, Medaglione con il profilo di Ludovico Sforza (1490-1494) marmo; 60 x 96 cm Washington, National Gallery of Art, Andrew W. Mellon Collection

di Raffaello Carabini

Avete presente quando un "top player" vuole lasciare la supersquadra in cui milita per trasferirsi in un'altra un po' mediocre e in difficoltà di gioco? Lo fa per due motivi, che in genere si sommano: un ruolo che ama di più e un carico imponente di denaro.
Noi umani, che non vedremo mai i bastioni di Orione e neppure le porte di Tannhäuser, rimaniamo un po' sempre gli stessi. E già ci conosceva perfettamente Ludovico il Moro, l'ultimo grande Sforza, che cambiò in vita mille alleanze e ordì altrettante congiure. Quando decise di svecchiare il clima artistico del ducato pensò a un cavallo di razza, un personaggio di altissima caratura: il toscano Leonardo da Vinci.
Lo coglie in un momento di umiliazione (non era stato inserito nella quaterna dei big fiorentini proposti per la decorazione della Cappella Sistina a causa della lentezza del suo "modus operandi") e ne solletica l'orgoglio. Dapprima proponendogli di cimentarsi come scultore per il monumento equestre del padre Francesco (il leggendario "cavallo di bronzo") e, a seguire, di assolvere agli altri, numerosi incarichi della famosa richiesta d'impiego stesa dal vinciano come una sorta di memorandum. Tutti, inutile aggiungerlo, profumatamente pagati, tanto che nel 1499, dopo poco più di 15 anni di impegno, Leonardo invia a Firenze in deposito il tesoretto di 600 fiorini d'oro, in un periodo in cui con 10 si affittava per un anno un palazzo intero.
Perché questo prologo? Per dire che solo con Leonardo arriva a Milano un personaggio all'altezza di portare veramente la corte al livello delle maggiori d'Europa e di dare all'arte di Lombardia una spinta innovativa e propulsiva. Non era successo con Giotto (arrivato quasi settantenne e con nessuna voglia di rimanere), con Michelozzo (l'allievo prediletto di Lorenzo Ghiberti, costretto a troppi compromessi con la tradizione), con Bramante (passato una prima volta nel 1478, ma destinato a diventare "il" Bramante solo dopo il 1491 proprio a fianco del vinciano).
Insomma per confermare che aveva ragione la critica d'arte quando considerava l'"ouvraige de Lombardie" - marchio di fabbrica di quanto realizzato nel Ducato di Milano durante i secoli XIV e XV - in sottordine rispetto alle contemporanee esplosioni artistiche di Venezia, Roma, Firenze, Mantova, per restare esclusivamente in Italia. Non perché meno magniloquente o priva di valori, ma solo perché di retroguardia, di conservazione, di "tradizione": per usare un termine attuale e sgradevole, "provinciale", rispetto agli autentici poli propulsivi dell'arte europea del tempo.
Ed è questo che palesa, nonostante l'idea di fondo voglia essere contraria, l'importante e corposa rassegna "Arte lombarda dai Visconti agli Sforza" allestita a Palazzo Reale, formidabile introduzione alla grande mostra leonardesca che presto sarà visitabile nelle sale attigue.
Roberto Longhi, uno dei maggiori critici che l'Italia abbia mai avuto, curatore nel 1958 di un'esposizione con lo stesso titolo nel medesimo palazzo appena restaurato dai danni bellici, asserì che Milano alla fine del Medioevo e nel Rinascimento visse "l'affermazione di un'identità, la dimostrazione della grandezza di una tradizione culturale e artistica, finalmente liberata dagli ultimi residui del lungo complesso d'inferiorità che l'ha ostinatamente tenuta in soggezione al confronto di altre regioni d'Italia".
Impossibile dargli torto seguendo il cronologico susseguirsi delle circa 240 opere, che pulsano di continui rimandi anche a ciò che sta fuori le sale, nel tessuto connettivo artistico cittadino, e che fanno assaporare appieno il clima culturale di quell'evoluzione, di quell'età dell'oro rimasta nella memoria milanese quale primo momento di compiuta realizzazione in città di una civiltà di corte dal respiro europeo.
Dipinti su tavola, disegni, affreschi, vetrate, sculture in marmo, legno, pietra, oggetti di oreficeria, miniature, bronzi, ricami, arazzi... Ogni opera lascia emergere una vitalità espressiva potente, che si nutre del confronto tra l'esangue eleganza del tardo gotico, l'abbondanza e varietà della lezione fiamminga (molto amata dagli umanisti) e la sobrietà severa e razionale del carattere lombardo (di cui maestro indiscusso fu Vincenzo Foppa).
Esiti di qualità eccelsa e di straordinari talenti esprimono un'arte milanese significativa, elegante, avvincente, ordinata, per certi versi anche drammatica, eppure sempre retta da un'idea conservativa, resistente, goticheggiante. Dalla statuaria ottusamente medievale di Bonino da Campione e di molte sculture del Duomo alla sostanziale assenza di una partecipata ricerca spirituale (ovvero della lezione giottesca) prima e di sensibilità ai valori coloristici della luce e dell'atmosfera poi, da un miniaturismo trionfante ma che Giovannino de Grassi fatica a far convergere verso le novazioni oltremontane agli sfondi d'oro di Zanetto Bugatto (il definitivamente identificato Maestro della Madonna del Cagnola, polittico riunito in mostra nelle parti rimaste) che a metà Quattrocento sono decisamente "old fashion".
I Visconti e gli Sforza diedero prosperità economica, artistica e culturale, resero navigabili i canali e imposero un piano urbanistico alla città, incrementarono l'agricoltura e la produzione manifatturiera, istituirono la più efficiente e moderna struttura assistenziale del tempo, la Congregazione di pietà e del Monte di Pietà. Non riuscirono oppure non vollero, per gusto o per casualità di incroci interpersonali, dare la stessa propulsione innovativa e sperimentale all'arte, di cui furono mecenati generosi.
In fondo, chi lo dice che l'essere conservatori e un po' passatisti, ovvero il fidarsi delle certezze della propria tradizione, non può identificarsi come un solido valore?

 

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