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Quest'agile scritto di Flavio Sottrici affronta un tema di cui mi sono occupato ripetutamente nel corso della mia vita accademica: la necessità di sottrarre il saldo del bilancio pubblico all'arbitrio delle decisioni politiche, per sottoporlo all'imperio di regole predeterminate. Si tratta di un tema che ha molte sfaccettature, le più importanti delle quali a me sembrano l'avversione per le scelte arbitrarie e la preferenza per la certezza che può dare solo il rispetto di regole fisse e quindi note agli interessati, che vengono in tal modo messi in condizione di assumere decisioni a lunga scadenza con minori rischi.

In parte la mia preferenza ha origini ideologiche: i liberali classici hanno da sempre rifiutato che sia saggio affidare il futuro del paese alla superiore saggezza dei politici e che, ovunque possibile, sia preferibile la sovranità delle regole all'aleatorietà delle scelte politiche. In parte, invece, questa mia inclinazione riflette la mia formazione accademica: sono un "Chicago boy'', allievo di Milton Friedman, il quale, come noto, preferiva l'impiego di regole alla saggezza di scelte politiche anche in campo monetario. Quell'impostazione era dovuta all'ovvia considerazione che le informazioni necessarie a scegliere bene non sempre sono disponibili, che le conseguenze delle scelte si manifestano spesso con un ritardo di durata ignota, che le previsioni, specie quelle di medio-lungo periodo, sono scarsamente affidabili, e che, quindi, anche le decisioni assunte con i migliori intenti producono conseguenze per nulla conformi alle intenzioni.

Un'accelerazione della politica monetaria ispirata alla necessità di impedire un rallentamento dell'economia può benissimo finire con l'aggravare, quando i suoi effetti si produrranno, una situazione di segno opposto: invece di aiutare la crescita, determina l'aumento dei prezzi. Ancora maggiore l'avversione nei confronti della discrezionalità nella gestione del bilancio pubblico, sia per l'inefficacia dell'utilizzo del saldo come strumento di politica economica, sia per gli effetti che la possibilità di manipolare a piacimento il bilancio ha sul volume complessivo delle spese, sia infine per le conseguenze che la formazione di larghi disavanzi ha sulla stabilità dell'economia nazionale.

Nei miei studi ho illustrato ripetutamente le motivazioni etico politiche che spinsero la Destra storica a decidere coscientemente di suicidarsi perseguendo una politica di intransigente risanamento del bilancio, perseguendone il pareggio. Il 16 marzo 1876 Marco Minghetti annunziò trionfalmente alla Camera il raggiungimento dell'agognato obiettivo; il 18 marzo la "rivoluzione parlamentare"fece cadere il governo e alle successive elezioni la Destra storica scomparve per sempre dalla scena politica. Minghetti e i suoi colleghi erano consapevoli dell'impopolarità della "tassa sul macinato" ma la mantennero per riportare in pareggio il bilancio. Il pareggio, per quegli uomini, non era desiderabile per contingenti ragioni di politica economica, ma perché presupposto essenziale della trasparenza e correttezza nella gestione della cosa pubblica; ciò che valeva per le persone, le famiglie e le imprese, valeva anche per lo Stato, che non doveva poter spendere ciò che non aveva, e che era tenuto a finanziare correttamente le spese senza indebitarsi.

Analogamente, il liberale e liberista Einaudi e il cattolico e statalista Vanoni concordavano sulla desiderabilità di pareggiare il bilancio sia per ragioni di prudenza finanziaria sia per ben più importanti motivi di moralità della politica. Spendere di più in termini di popolarità conviene, tassare di più è impopolare; non bisogna quindi consentire politiche spendaccione volte ad acquisire consenso, "senza nemmeno preoccuparsi del problema del finanziamento delle spese".

Thomas Jefferson auspicava un solo emendamento che avrebbe salvato l'America: togliere al Governo federale il potere di indebitarsi. La cosa è particolarmente significativa perché proprio il grande Padre fondatore a veva sostenuto: "In questioni di potere si smetta di parlare di fiducia negli uomini, ma s'impedisca loro di nuocere grazie alle catene della Co-,1 i luzione».

In un certo senso, i termini del problema sono oggi assai diversi di quanto fossero in passato. Il pareggio del bilancio è certamente desiderabile quando le spese pubbliche totali non superano il 10% del Prodotto interno lordo, come ai tempi di Minghetti, o il 30%, come ai tempi di L i naudi e Vanoni, ma non lo è necessariamente quando il settore pubblico pende ben oltre la metà del Pil, come accade oggi. Oggi, l'imperativo è di ridurre il totale delle spese, anche perché mai nessun paese ha avuto crescita economica quando la spesa pubblica supera il 40% del Pil.

Lo scritto di Sottrici si occupa correttamente di questi temi e giunge all'ineludibile conclusione che solo un cambiamento delle regole può risolvere il problema. Una regola che gli consiglierei di prendere in considerazione per futuri lavori sull'argomento è quella, favorita anche da Friedman, del -13alanced Budget Tax Limitation Amendment", una proposta di imporre il pareggio del bilancio assieme a un tetto massimo al prelievo tributario. I due vincoli equivarrebbero all'introduzione di un limite massimo alla pubblica spesa, conseguendo i vantaggi auspicati da Minghetti, Einaudi e Vanoni, cioè a un livello di spesa compatibile con lo sviluppo economico e le libertà personali. Nessuno di questi obiettivi può, invece, essere rea-I izzato quando il settore pubblico, tracimando, finisce con l'occupare in misura esorbitante la società e l'economia.
settembre 2013    Antonio Martino

 

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