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Culture
Lidia Sella: "Una legge salva-poeti? Dolciastra come le quote rosa"

Di Lidia Sella

In Italia non mancano poeti geniali. E case editrici serissime ne pubblicano le opere.

Se però la poesia non vende, nessuno la legge, e in libreria ammuffisce negli scaffali più nascosti, la colpa è soprattutto di certe raccolte senza nerbo, oscure, agonizzanti.

Poetastri e scribacchini organizzano raduni autoreferenziali, ma la loro parola rachitica non raggiunge il profano.

Ci sono editori che, per soldi, danno alle stampe sillogi ignobili. Il mercato della poesia è anche questo.    

Una legge a salvaguardia della poesia? La proposta ha un sapore dolciastro. Ricorda le quote dipinte di rosa. O i provvedimenti verdi a tutela delle specie in via di estinzione. Illusorie, demagogiche dighe contro l’ineluttabile.

Iris Murdoch, in un saggio del 1972 intitolato “La salvezza che viene dalle parole”, ha affermato: “L’artista è veicolo di verità, formula idee che altrimenti rimarrebbero vaghe e attira l’attenzione su fatti che, di conseguenza, non possono più essere ignorati. Il tiranno persegue l’artista riducendolo al silenzio, cercando di sminuirlo oppure di comprarlo. E’ sempre stato così, tuttavia si può dire senza tema di esser smentiti che, nella nostra epoca, l’arte sembra avere più nemici del solito.”  E più avanti aggiunge: “La natura di una civiltà dipende dalla sua capacità di discernere e rivelare la verità, e questa capacità dipende dalla portata e dalla purezza del suo linguaggio. I dittatori cercano di degradare il linguaggio perché così facendo spianano la strada alla mistificazione.”

Ecco, il potere costituito non ha in effetti alcun interesse a difendere la poesia. I due ambiti, in termini concettuali, risultano anzi antitetici.

Dalla poesia, semmai, dovrebbe alzarsi un grido di denuncia contro la nostra società corrotta e decadente.

La poesia potrebbe piuttosto spingere a riflettere, indicare la via per scrollarsi di dosso il destino di umiliazione, e morte, che incombe sull’Occidente.

Pavidi, miopi, prigionieri della “rete”, nutriti a spazzatura intellettuale, “scemeggiati” televisivi e falsi miti… Italiani, europei: tutti immersi in una nebbia creata ad arte.

Cassandra è un personaggio scomodo, tuttavia la sua figura tragica ci insegna che solo chi possiede una visione più ampia è capace di prevedere il futuro. O può almeno tentare di modificare l’avvenire.

Una poesia non allineata potrebbe assolvere a tale compito, se la sua voce diventasse una fiaccola di rinascita, e i suoi versi un pungolo a combattere con coraggio la dittatura delle cose, e del denaro, suoi nemici naturali.

La ciclicità dei corsi e ricorsi storici ci induce a sperare che nemmeno il primato dell’economia durerà in eterno. Sarebbe un vero peccato se alla fine la spiritualità dovesse soccombere alla materia.

Le idee hanno sempre contribuito a plasmare il mondo. E molte di esse sono cresciute proprio sul sacro terreno della poesia.

Dante ha persino dato vita a una sorta di palingenesi della lingua.

A confermare la vocazione creativa della poesia, l’etimo greca, che rimanda al verbo poiein, cioè fare, fabbricare... Lo sguardo poetico, affidato alla parola, cela in sé il potere di trasfigurare la realtà e, nell’indagare insoliti angoli dell’essere, si apre a dimensioni di conoscenza inesplorata.

Il sapere illuminato rappresenta il carburante della nostra civiltà, un propellente spirituale millenario che, nell’agire sul profondo, innesca reazioni a catena: il pathos si trasforma in ragionamento, che poi sfocia nella parola ispirata, fonte a sua volta di altre riflessioni, da cui scaturiscono emozioni neonate, che tornano pensiero… oppure si traducono in azioni.

L’immaginazione tratteggia scenari irreali. Eppure il coinvolgimento che proviamo lungo i più diversi sentieri narrativi si dimostra autentico.

Di recente la scienza ha chiarito come l’esercizio della fantasia si riveli utilissimo nel suggerire soluzioni a problemi concreti. Il fantasticare equivale a una  ginnastica intellettiva, mette in moto le sinapsi, ne accende di nuove, sortisce l’effetto di un sasso lanciato nello stagno del cervello.

Onde di energia ad alta intensità, sintetizzate nel reattore nucleare della mente, oltrepassano la calotta cranica, si propagano all’esterno e vanno così a incidere sul mondo, ne modificano forma, struttura, concetti.

Per scuotere animi troppo rassegnati, incapaci ormai di slanci e splendore, perché non puntare allora sull’invenzione poetica? “Sa sedurre la carne la parola/prepara il gesto, produce destini…” Così ha scritto Patrizia Valduga.

Ebbene, l’ombra si potrebbe dissipare. Con la luce che è in noi. Con la linfa che ancora sale dalle nostre radici greco-romane.

La cultura come arma da opporre al declino della nostra civiltà. Un’opportunità straordinaria. Sebbene tanti intellettuali sembrino ignorarlo.

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