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Culture
Post-coronavirus, l'UNESCO: bisogna rilanciare la creatività delle città

Il nuovo normale è un mondo più multilaterale. Il dopo-Coronavirus non può essere come prima. Dobbiamo apprendere la lezione di questi mesi e ripensare la società. L’UNESCO, incubatore mondiale di idee, ha organizzato una giornata di scambio di esperienze e contributi tra i rappresentanti collegati online.

Inquinamento, cambiamento climatico, ed emergenza salute vanno affrontati di pari passo. Come il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus ha sottolineato nei giorni scorsi, ci troviamo ad affrontare “una crisi sanitaria, economica, sociale”. Il picco della pandemia non è stato ancora raggiunto nelle Americhe ed il numero di morti si avvicina a cinquecentomila morti. Milioni di persone stanno perdendo il lavoro. Che fare?

Alla piattaforma hanno collaborato UNESCO Creative Cities Network (UCCN), UNESCO Global Network of Learning Cities (GNLC), International Coalition of Inclusive and Sustainable Cities (ICCAR), World Heritage Cities Programme, Megacities Alliance for Water and Climate, Media and Information Literacy (MIL) Cities, UNESCO’s Disaster Risk Reduction and Resilience Programme, UNESCO/Netexplo Observatory.
 

Nascere nel post-coronavirus: rilanciando la creatività
 

Le città sono vittime della pandemia, come i loro cittadini. Da queste comunità può nascere il dopo Coronavirus. Bisogna rilanciare la creatività delle città, di modo che i servizi essenziali siano raggiungibili a piedi, i mezzi di trasporto ecosostenibili – alcuni studi hanno messo in correlazione le particelle sottili di inquinanti nel trasporto aereo del virus, come vettori – ed esistano sufficienti aree di verde. Luoghi non solo per il lavoro o soltanto per lo svago, e dove sia possibile confinare aree (o la città intera) e lasciare opportunità ad altre zone del Paese di continuare la produzione.

Un modello che richiede di certo disciplina e controllo efficace di un organo centrale, altrimenti ognuno re-interpreta a modo proprio le regole, ma non è lo Stato che può gestire direttamente la situazione. Proprio ieri, il professore Didier Raoult, che in Francia è considerato un pioniere della ricerca sulle malattie tropicali e ha ricoperto un ruolo di primo piano nel trattamento di Covid-19 combinando due farmaci, tra cui l’idrossiclorochina, ha sottolineato: “Le malattie infettive sono legate all’ecosistema”. Continuare domani come ieri espone a rischi di salute, comporta costi al servizio sanitario, ed avrà conseguenze, come stiamo osservando, sull’economia generale.

La Cina cita l’esperienza di Wuhan, che ha ridotto la fiscalità alle imprese, come esempio, ed esorta a prepararsi alle emergenze ed a recuperare gli effetti. La cultura inclusiva, non intesa come semplice carità, è il vero strumento della globalità, e dev’essere al centro dello sviluppo. I membri UNESCO hanno evidenziato come la crisi sanitaria provocata dal Coronavirus ha messo i problemi sul tavolo. Alcuni cittadini sono “più uguali degli altri”, nel senso che hanno la possibilità abitativa, economica, per sostenere un confinamento. Diseguaglianze ed ingiustizie sono state sotto gli occhi dell’opinione pubblica. In alcune zone del mondo l’accesso all’acqua ed ai mezzi di protezione sanitaria non sono garantiti. In altre città, come Mumbai o New Delhi, non è facile imporre il confinamento, sia per motivi economici, che organizzativi. Tra le proposte per il futuro, il modello di piccole città connesse.
 

Post-COVID-19: ripensare alla sicurezza


Bisogna anche ripensare la sicurezza. Durante il confinamento sono aumentate le violenze domestiche. L’istruzione è ancora una volta la soluzione. Chiunque può diventare un criminale, ma l’apertura della mente verso nuovi interessi, che accrescono l’esperienza e convogliano l’energia nella costruzione di un percorso di vita più giusto, salva molte vite oggi e domani. Riorganizzare l’abitare: è stato citato il modello giapponese, un ambiente della casa dove ci si leva le scarpe al momento di rientrare. Com’è noto, uno dei consigli degli scienziati è di evitare di contaminare il pavimento con la suola.

Chi lavora nel turismo da trent’anni non avrebbe immaginato che in mesi come aprile, maggio, gli alberghi sarebbero rimasti vuoti, i musei chiusi, i festival annullati. Non è più il caso di recriminare, né di investire su materiale promozionale. Un’altra epidemia, una nuova crisi, ci riporterebbe al punto di partenza. La via è incoraggiare lo sviluppo di un nuovo turismo, coinvolgendo comunità, piuttosto che i tour operator. Re-localizzare il mood, con l’organizzazione di mini-tour locali per la scoperta e valorizzazione delle risorse del territorio, gastronomia compresa.

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