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Culture

PRESENTAZIONE
Mario Perniola


Il volume di Peter Sloterdijk, Critica della ragion cinica, pubblicato in Germania nel 1983 e salutato da jfirgen Habermas co-n-le un'opera fondamentale del pensiero contemporaneo, è l'e-sempio di un best-seller filosofico, venduto a decine di migliaia li esemplari, che suscita ricerche che si interrogano sulle ragioni di questo successo e ne sviluppano le prospettive.' Esso tuttavia non nasce dal nulla: infatti sul rapporto tra il cynismus antico (in tedesco Kynismus) e il cinismo moderno (in tedesco Zynismus) si era già soffermata nel corso dei decenni precedenti l'attenzio-ne dí molti autori, da Paul Tillich2 ad Arnold Gehlen,3 da Klaus Heinrich4 a Irving Fetscher.5 È tuttavia allo studio di Heinrich Niehues-Próbsting, Der Kynismus des Diogenes und der Begriff Zynismus,che è debitore Sloterdijk, in particolare per ciò che - ncerne la documentazione sul cynismus antico e l'esame della senza di Diogene di Sinope nella letteratura tedesca.

Nel linguaggio moderno tuttavia il termine "cinismo" ha assun-to un significato differente: è diventato sinonimo di insensibilità, di rassegnazione, di connivenza con l'insensatezza, di perenne di-sponibilità a farsi complice di qualunque cosa a qualunque prezzo. In questa accezione il cinico moderno sembra proprio l'opposto del cynicus antico: mentre quello era una forma estrema di affer-mazione della dignità e della sovranità della filosofia, il neocinismo sembra esprimere soltanto la rassegnazione, la frustrazione, l'av-vilimento morale. L'analisi di Sloterdijk tuttavia va oltre questo significato corrente e tende a considerare il cinismo contemporaneo come un fenomeno molto più complesso e non privo di una sua dignità paradossale di "falsa coscienza illuminata". Questa defini-zione è a prima vista una contraddizione in termini: come può la " falsa coscienza" essere "illuminata"? L'originalità dell'analisi di Sli4idijk sta proprio in questo paradosso: i neocinici non si fan-'iii illusioni 
nismo si rivelano spuntate, perché il neocinico sa benissimo come stanno le cose: anzi lo sa meglio di chiunque altro, perché è privo di illusioni e perché è pronto a cogliere le occasioni al volo, sotto qualsiasi aspetto e in qualsiasi modo si presentino. Come già rile-vava Klaus Heinrich, il punto di arrivo del cinico moderno non è la botte di Diogene, bensì un'ordinata carriera.

Il volume di Sloterdijk reca un prezioso contributo alle moti-vazioni segrete che stanno alla base del comportamento cinico e di quello neocinico: cynísmus antico e cinismo moderno presen-tano affinità e divergenze che possono essere comprese solo con riferimento alla situazione storico-sociale che il filosofo si trova costretto ad affrontare. Entrambi costituiscono una risposta alla catastrofe politica della filosofia.

Nell'antichità questa catastrofe è rappresentata dalla condanna a morte di Socrate nel 399 a.C. da parte della restaurata democrazia ateniese. Il fatto che la polis abbia giudicato colpevole di non cre-dere negli dei, di introdurre nuove divinità e di corrompere i gio-vani il suo cittadino più saggio e più giusto costituisce il punto di partenza del cynismus, di cui lungo il 1 secolo a.C. Antistene, Dio-gene di Sinope, Cratete e Ipparchia furono í principali esponenti.

All'accusa di empietà il cynismus antico risponde assumendo [rade come modello di vita; lo stesso nome della scuola filosofi-ca deriva dal ginnasio Cinosarge, dedicato all'eroe divino, dove si esercitavano coloro che, come Antistene e Diogene, non erano di origine ateniese. Morto Socrate, costoro partono perciò dal pre-sitpposto che la polis ha dichiarato guerra alla filosofia. Il filosofo
diventato per la città uno straniero e un nemico: egli non è più colisiderato il successore di quei sapienti, di quei maestri di verità i- re di giustizia che nelle arcaiche società indoeuropee deteneva-! to una sovranità magico-religiosa e un immenso potere spirituale. Niiu è nemmeno il portatore di un sapere che abbia valore corn-i i terciale, come pretendevano i sofisti. Il filosofo è piuttosto per I vunci un uomo solo cui tutti sono ostili, un guerriero che deve li ii;nizitutto difendersi. Perciò la virtù è considerata da Antistene 4 mie un'arma, la prudenza come un muro saldissimo, la pratica i li i la filosofia come una lotta, un esercizio, una fatica.
Se Apollo è il protettore dell'esperienza socratica, è al suo nemi-i i. I Iracle, che si rivolge l'attenzione dei cynici antichi. Il proces-,, i • la condanna di Socrate hanno costretto la filosofia a entrare,
III un orizzonte da cui essa si era precedentemente

A quest'attitudine puramente difensiva si combina, a partire da Diogene, una componente aggressiva che si manifesta non sul piano della giustizia, della dike, ma sul piano del rispetto umano, dell' aidos: è la famosa anaideia, l'impudenza e sfrontatezza, che costituisce la caratteristica più appariscente del comportamento di questi filosofi. Aidos e dike erano la coppia di concetti che nella Grecia arcaica regolava i rapporti sociali: in Esiodo essi sono con-siderati come divinità e ancora nel discorso tenuto da Protagora nel dialogo platonico che porta il suo nome sono ritenuti le basi di ogni ordine politico. Mentre il secondo termine indica la giustizia, come essa si manifesta soprattutto nel giudizio e nella sentenza, il primo termine designa un sentimento di rispetto e di obbligo nei confronti di qualcuno al quale si è legati da rapporti di parente-la e di amicizia a causa dei benefici ricevuti o in ragione dell'emi-nente dignità che rappresenta:7 sull' aidos sono fondati tutti i lega-mi sociali che riguardano relazioni non strettamente giuridiche, i t i cui cioè si prescinde da ciò che a ciascuno è dovuto secondo la legge. Perciò esso è sembrato agli studiosi moderni come affine al rapporto sociale instaurato dal dono, dal potlatch, dallo scambio ,er eccesso, o più in generale da un dare mosso non da costrizio-i le, i i la da liberalità.


Ora il comportamento dei cynici antichi infrange l' aidos. A par-tire dal momento in cui la città ha fatto ingiustizia al suo figlio più giusto, essa non merita più rispetto. Inoltre l'importanza assegnata alla forza induce questi filosofi a perseguire un ideale di autarchia e di autosufficienza, che spezza ogni legame familiare e sociale. Nella Grecia arcaica anche il guerriero era animato dall' aidos: con questa esclamazione egli infatti incitava i suoi compagni attizzando così il sentimento di coscienza collettiva e solidarietà del gruppo per cui combatteva.' Ma il cinico è come Eracle un guerriero so-lo, che non vuole fare assegnamento su null'altro che sulla propria forza, che spezza il patto politico basato sulla distinzione tra amici e nemici, che non si fida dell'altrui alleanza, ospitalità e generosità. Una psicoanalisi di Eracle ha considerato questo atteggiamento co-me la negazione dell'ostilità materna;9 e, certamente, tanto Eracle, sempre errante di luogo in luogo, quanto i cinici, per definizione senza patria, sono costretti all'esercizio di una costante diffidenza nei confronti di tutti. Già Eracle è in fondo il prototipo del guer-riero anaides, senza aidos: l'esercizio esagerato, illimitato e deliran-te della forza lo induce ad ammazzare i propri figli, scambiandoli per i figli del suo nemico, a sopprimere suo malgrado Ifito che gli era alleato e che l'ospitava, infine a uccidere il padre della propria concubina, Iole. Il suo destino di sventura, di malattia e di morte sarebbe l'espiazione di questi tre peccati compiuti contro 1' aidos, che si deve alla propria discendenza, al proprio ospite e alla pro-pria famiglia."'

Il rifiuto della scuola si accompagna molto significativamen-te col rifiuto della cultura letteraria, artistica e scientifica. I cinici ritengono perfino la dimensione speculativa della filosofia come qualcosa di estraneo che distoglie dall'essenziale. Vi è in questa esclusione della paideia un aspetto non privo di connessione con il loro privilegiare la forza rispetto all'incanto della parola poetica e all'entusiasmo del conoscere. I cynici spezzano la connessione tra dreté e paideia, tra eccellenza e sapere che, implicita nell'esperienza i;reca arcaica, si era venuta manifestando pienamente nel corso del v secolo a.C.:12 la virtù è per loro indipendente dalla conoscenza e dal sapere. Vi è nel loro modo di essere qualcosa di esagerata-! nenie rigido, statico e sclerotico che impedisce l'emergenza del li rovo, il sempre nascente schiudersi della vita: la loro concezione nella natura risente di questi limiti. Quel che basta a se stesso e di i i i I li ha bisogno è l'inorganico, la pietra. L'esclusione del mondo tonico, di ciò che incessantemente muta e si trasforma, preclude in ultima analisi la possibilità dell'esperienza.

Anche all'origine del cinismo moderno c'è una catastrofe poli-tica della filosofia. Ma questa, a differenza di quella antica deter-minata dalla condanna di Socrate, non può essere individuata in un singolo evento. Nei tempi moderni la filosofia non è condan-nata a morte, ma soppiantata da una copia che pretende di pren-dere il suo posto, l'ideologia. Quest'ultima, presentandosi come un complesso dottrinario che fornisce una risposta a ogni doman-da e che risulta dotato di una grande effettività pratica, rimpiazza la filosofia senza per lo più venire con essa a un conflitto aperto. Ancora una volta il filosofo si trova costretto, come nell'antichità, a una guerra per la propria sopravvivenza; questa volta tuttavia il conflitto non ha il carattere di una lotta vis-à-vis, ma fin dall'inizio è invischiato nella logica tendenziosa e subdola delle rivalità mi-metiche. Il neocinismo nasce dalla scelta di combattere l'avversa-rio con le sue stesse armi: se l'ideologia vince facendosi portatrice dei valori e degli ideali, la filosofia avrà qualche possibilità di con-i rastarla soltanto attraverso una buona coscienza della menzogna e la costruzione di apparati di simulazione. Alla verità, al bene, al bello non è più possibile arrivare direttamente, ma attraverso i in percorso tortuoso e ambiguo: nel capitolo dedicato alla storia li ist oevskijana del Grande Inquisitore, Sloterdijk ci fornisce una ct lente   illustrazione del carattere indiretto e paradossale tipico H ct ti portamento neocinico.

Nel concepire il filosofo come un guerriero, il pensiero mo-derno è la continuazione del cynismus antico. La preoccupazio-ne fondamentale che anima Nietzsche è la stessa che determina il comportamento di Diogene: il problema della forza della filo-sofia. L'imperativo è lo stesso: vincere a ogni costo e nonostante tutto. L'appello dei cynici antichi alla natura intesa come massima forza reale è uguale all'appello nietzscheano alla vita, intesa come massima potenza reale. Tuttavia, mentre la natura fornisce una sola indicazione, la vita può suggerire tutto e il contrario di tutto.

Comincia con Nietzsche un gioco strategico a tutto campo, nel quale gli opposti si rincorrono e si capovolgono l'uno nell'altro: Za-rathustra è insieme il fondatore della morale e lo spirito libero; Dio-niso e Gesù Cristo, il paganesimo e il cristianesimo sono entrambi manifestazioni di una volontà di potenza che può assumere qualsiasi aspetto. L'essenziale è usare, contro l'ideologia, il meccanismo stra-tegico che le ha consentito di trionfare sul pensiero filosofico: il mi-metismo. Quanto più ci si dissimula sotto i valori e gli ideali opposti ai propri, tanto più si ha la possibilità di vincere: il criterio della forza — dice Nietzsche — è riuscire a vivere sotto il dominio dei valori con-trari e volerli sempre di nuovo.'4 In Zarathustra è già implicito Zelig!

L'avere colto l'aspetto neocinico del pensiero heideggeriano è ancora uno dei meriti di Sloterclijk. Esso risulta evidentissimo nel rapporto di Heidegger con il nazismo: ma in questa circostanza il neocinismo non deve essere interpretato come sinonimo di con-formismo, di opportunismo, di servilità. Alla sua base c'è una vo-lontà di opposizione che tuttavia non si manifesta come lotta, ma mediante un rapporto di rivalità mimetica con il nemico. Heideg-ger stesso spiega molto chiaramente questo tipo di relazione: esso non è rissa, alterco, dissenso, ma Auseinandersetzung, esposizio-ne reciproca che implica un confronto caratterizzato da rivalità. Molto significativo è il fatto che per Heidegger il concetto di po-lemos, guerra, voglia dire eris, contesa, che appunto rimanda al-lo ze/os, cioè alla gelosia, al rapporto competitivo nel quale i due contendenti si confrontano in un gioco di emulazione e di simula-zione reciproca.15 C'è da chiedersi se l'intero pensiero heideggeria-
li, t itti issa essere interpretato come un gigantesco apparato di thiplicazi(me concorrenziale della filosofia classica, nel quale ogni mio' te proposta come alternativa (per esempio, l'essere, l'anto-10;i t , l'essenza della tecnica...) nasce dalla necessità di soppianta-re Li i iozione tradizionale (rispettivamente l'en
te, la metafisica, la scienza). L'appello all'origine serve appunto a legittimare le prime rispetto alle seconde.

I orse non è un caso che con Nietzsche e con Heidegger la filo-so i i a diventi estremamente prossima all'arte, la quale già nell'espe-rienza della Grecia antica contiene aspetti cinici. Nel protoartísta della mitologia greca, Dedalo, sono già presenti i caratteri della rivalità mimetica e della sagacità simulatoria. Dedalo inizia la sua carriera gettando dall'Acropoli il nipote, che lo superava in abilità tecnica, e la continua inventando una serie di macchine ingegno-se (come la famosa vacca di legno che consente a Pasifae di unirsi al toro) o di astuti artifici (come il Labirinto). Pronto a mettersi al servizio di tutti i padroni e privo di qualsiasi scrupolo, egli con-duce una propria guerra individuale, fatta di stratagemmi e di tat-tiche, la quale afferma in modo paradossale l'assoluta autonomia e indipendenza della techne
 

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