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Culture
Renato Guttuso e la forza delle cose. La mostra a Pavia
Renato Guttuso "Natura morta con lampada", 1940-41

Aperta a Pavia fino al prossimo 18 dicembre una significativa mostra dedicata alle “nature morte” del maestro siciliano, che ne percorre tutta la carriera da un punto di vista meno spettacolare ma più interiore e personale

di Raffaello Carabini

 

A Pavia le pubbliche raccolte di opere d’arte conservano una sola tela di Renato Guttuso, il maestro della pittura “impegnata” del nostro Novecento: un “Nudo trasversale” del 1962, ora esposto nella rassegna Il 900 nelle collezioni dei Musei Civici, aperta fino al prossimo 27 novembre al Castello Visconteo della città a mostrare le diverse facce delle esperienze artistiche proposte durante il secolo scorso nel territorio submilanese.

Tutt’altro che essere la “punta di diamante” della piacevole esposizione, il nudo del siciliano è uno dei suoi esiti meno riusciti, rimasto a lungo invenduto all’epoca (ne chiedeva tre milioni di lire) e arrivato in città come contributo (retribuito naturalmente) a uno dei pressoché inutili restauri della facciata della basilica di San Michele Maggiore, tuttora molto degradata.

È per contro assai più interessante il percorso proposto da Guttuso. La forza delle cose, una delle eleganti “piccole” mostre che si seguono negli spazi ben organizzati delle Scuderie dello stesso castello. Si tratta di oltre 50 dipinti che attraversano tutta la carriera del pittore di Bagheria e che hanno per tema la “natura morta”, un genere che praticò senza interruzioni e che pertanto ne definisce le evoluzioni stilistiche e le specificità linguistiche.

Pittura pittura dunque, non pittura “civile”, pittura “realista”, tantomeno pittura “comunista”, quella che a Pavia mostra Guttuso come fenomenale colorista, come impagabile costruttore di spazi, come unico immaginatore di simboli. Gli oggetti che rappresenta diventano immediatamente “cose”, si caricano cioè di una valenza connettiva nei confronti del reale che rappresentano, di quello in cui vivono immerse, di quello cui rimandano e insieme di quello con cui entrano in contatto attraverso gli occhi dello spettatore.

Quadri che raffigurano oggetti affastellati in un finto disordine si alternano ad altri composti con pochi e ravvicinati elementi, quadri che, nel tempo, dialogano con Cézanne e i fauves, con Picasso e i cubisti, con Morandi e i metafisici, oppure che si impegnano a rappresentare la fisicità delle cose, drappi rossi, falci e crani d’ariete (simbolo della guerra di Spagna) connotano valenze ideologiche mentre pannocchie, ricci di castagne e girasoli rimandano a una natura pulsante, così come caraffe, cravatte, tubetti di colore alla sua quotidianità intensa.

Guttuso sa esprimere con eguale forza il senso di caducità e di malinconia e palpabili esplosioni di carica vitale, si applica a cromie vivide e vivaci così come a decadenti bianchi e grigi (lo straniante “Cimitero di macchine” del 1978), si intrattiene in leitmotiv personali come la sedia di vimini oppure cerca il nuovo, propone caratterizzazioni ambientali oppure immerge in anonime campiture.

Insomma, riscoprire le nature morte del siciliano è meno spettacolare che ammirarne la produzione teologica (come si può fare a Roma al Palazzo del Quirinale fino al 9 ottobre nella mostra Guttuso. Inquietudine di un realismo) oppure le opere “impegnate” di grandi dimensioni, ma ci rivela un artista che sa esprimere perfettamente come anche quelli che chiamiamo “oggetti naturali” siano in realtà “oggetti sociali”. Tutti per certi versi costruiti dalle nostre credenze e intenzioni.

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