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Culture

Sottoimpiegati, sottopagati, sottorappresentati. Ecco l'impietosa fotografia di una fetta significativa dell'Italia del nuovo millennio, composta prevalentemente (ma non solo) di giovani. Un esercito senza armi, voce, tutele, prospettive, santi in paradiso. Un esercito di ricattabili. Sul ricatto si regge infatti oggi una grossa fetta del mercato del lavoro italiano: è accettabile che l'incontro tra domanda e offerta di occupazione oggi si basi sul principio «O ti mangi questa minestra o salti dalla finestra»? Forse non dovrebbe esserlo, ma a quanto pare è così.

Il fenomeno è una livella che accomuna trasversalmente varie fasce di lavoratori — incurante di settori, livelli di istruzione, investimenti in formazione — uniti da un fil rouge: non ricevere abbastanza denaro per la propria prestazione professionale, non riuscire a mantenersi con il proprio stipendio. Il che si trasforma in frustrazione, malessere individuale, ingiustizia sociale. Definire 'schiavi' gli uomini e le donne che vengono pagati meno del dovuto è un'esagerazione? Schiavo è chi è privato della libertà di scegliere e di agire. L'enciclopedia Treccani spiega che in un senso figurato politico e sociale l'aggettivo può essere usato anche per indicare una persona «che non ha la possibilità o la capacità di disporre liberamente di sé e delle proprie azioni; che non ha o ha perso la libertà e l'indipendenza, che è limitato nei propri diritti».

Tecnicamente in Italia e in tutto il mondo occidentale contemporaneo nessuno è schiavo: i diritti, almeno a livello formale, sono garantiti a tutti. Non ci sono uomini 'padroni' di altri uomini, così come avveniva fino a pochi secoli fa. Nessuno può obbligare nessuno a lavorare gratuitamente, arricchirsi sulla fatica di un altro senza corrispondergli un giusto compenso e garantirgli condizioni dignitose per svolgere le sue mansioni. Se attraverso il proprio lavoro ci si mette al servizio di qualcuno, lo si fa di propria spontanea volontà —firmando un contratto o quantomeno stabilendo un accordo senza coercizione. Concretamente, però, le cose stanno diversamente. La legge della giungla impera.

La situazione di subordinazione di milioni di persone, per la maggior parte 'giovani' (se ha senso definire tali i trentenni e i quarantenni che vivono sempre più numerosi in questa condizione), spinge al ribasso le condizioni generali, rinchiudendo una parte sempre più consistente di lavoratori nella gabbia di una cattiva occupazione.
Certo, la maggior parte degli schiavi italiani di oggi è giovane davvero. Il perché è facilmente intuibile: si tratta di persone che hanno minore esperienza e che quindi vengono considerate non sufficientemente esperte da meritare un compenso per le loro prestazioni professionali. L'abnorme allungamento della 'gavetta' — che per numeri e statistiche assomiglia più a uno sfruttamento generalizzato — affonda le sue radici anche nella propensione tutta italiana a fare delle famiglie gli ammortizzatori sociali privati dei figli. Esse sono chiamate non solo dal mondo imprenditoriale ma più in generale dalla cultura dominante al dovere di mantenere i pargoli ben oltre l'età della formazione.

In Italia i cittadini tra i 19 e í 35 anni sono dodici milioni. Come vivono, cosa fanno, come si mantengono? Uno su sei fa l'università: i dati statistici del ministero dell'Istruzione, sommando tutti gli iscritti agli atenei pubblici italiani, censiscono infatti poco meno di un milione e 800 mila iscritti. Durante il periodo universitario la stragrande maggioranza dei giovani viene mantenuta dai genitori; chi svolge lavoretti part-time di solito lo fa per arrotondare, ma il grosso delle spese — tasse universitarie, libri, vitto e alloggio per i fuori- sede — viene coperto dalle famiglie. Stando alle rilevazioni di AlmaLaurea, un consorzio cui aderisce la maggioranza degli atenei italiani e che elabora dati sulla condizione dei laureati, meno di un quarto degli studenti riesce a usufruire di una borsa di studio: e come se non bastasse tra coloro che ne beneficiano uno su tre ne giudica insufficiente l'importo. Ci sono poi gli altri dieci milioni di giovani: quelli che scelgono di smettere di studiare dopo la maturità, quelli che si laureano e da quel momento in poi cercano di collocarsi nel mercato del lavoro, quelli che scappano dall'Italia. Secondo alcune proiezioni, che partono dai dati Aire — l'anagrafe degli italiani residenti all'estero —, e che vengono integrate considerando anche coloro che emigrano senza spostare formalmente la loro residenza, ogni anno almeno in 50 mila partono in cerca di migliori opportunità.

Il grosso però resta — e resta a condizioni sempre più difficili. Un'analisi realizzata nel 2011 dall'ufficio studi della Cgia, l'associazione delle piccole imprese di Mestre, svela che i precari di età compresa tra i 15 e i 34 anni in Italia percepiscono una retribuzione mensile netta di 1068 euro — un quarto in meno rispetto ad un lavoratore che svolge le stesse mansioni assunto, però, con un contratto a tempo indeterminato'. Per questa ricerca la Cgia ha considerato 'precari' tutti i lavoratori dipendenti a tempo determinato involontari, i part-time involontari, i collaboratori e le partite Iva (con tre vincoli: monocommittenza, rispetto di orari di lavoro prefissati, effettuazione delle prestazioni lavorative prevalentemente o esclusivamente nel sito del committente). Sommando tutti questi sottogruppi il numero dei precari italiani arriva a quattro milioni, di cui la metà ha meno dí 35 anni. Ma purtroppo il nostro sistema non è programmato per sostenere adeguatamente i lavoratori atipici, che restano quasi sempre fuori dalle misure di welfare e dai sussidi di disoccupazione: l'Italia anche da questo punto di vista non è un paese per giovani.

E pensare che i contratti precari, anche se brevi e malamente pagati, sono già un passo avanti rispetto al gradino più basso, costituito da stage e praticantati. Ogni anno vengono infatti attivati circa 500 mila stage, per due terzi nelle imprese private e per un terzo negli enti pubblici: qui in oltre la metà dei casi gli stagisti non ricevono nemmeno un euro di rimborso spese'. Gli stagisti si vanno a sommare ai 200 mila praticanti che aspirano a entrare in una di quelle professioni che richiedono un periodo di pratica (ora definita «tirocinio per l'accesso alle professioni regolamentate») per accedere all'esame di Stato ed essere iscritti all'albo. Anche qui nella maggioranza dei casi il compenso è raro, malgrado vi siano addirittura codici deontologici che ne professano l'obbligatorietà.

Su tutta questa situazione grava una spessa nube di incertezza, e infatti trovare i dati per questo libro è stato peggio che andar di notte. La cosa non sorprende: è molto raro che si indaghino fenomeni quando è debole l'intenzione — politica, culturale — di risolverli. Il miglior modo per tenere sotto-traccia un problema è non parlarne e non scriverne, non discuterne, evitare accuratamente di renderlo reale facendone conoscere proporzioni e caratteristiche. Quanti sono i medici sfruttati negli ospedali, laureati in medicina che ogni giorno ci accolgono nei pronto soccorsi e nei reparti di tutta Italia, ci visitano, ci curano, e a fine mese non percepiscono un soldo? Non è possibile saperlo. Quante sono le cattedre a zero curo, vale a dire gli insegnanti che nelle università si occupano gratis dei nostri giovani — di quella che domani dovrà essere la classe dirigente — impartendo nozioni, condividendo saperi, stimolando la crescita intellettuale? In quale altra democrazia evoluta la gente studia e poi si ritrova per mesi o addirittura anni a dover prestare la sua opera gratuitamente?

Numeri, ricerche, stime ufficiali su questi problemi scottanti mancano quasi del tutto. Chiamate in causa, le istituzioni si trasformano in muri di gomma più o meno cortesi rimandando invariabilmente ad altri soggetti. Vi sono persone, aziende, amministrazioni, fette di società e di politica che a vario titolo beneficiano di questo status quo e non vogliono metterlo in discussione. Poter disporre di personale a basso costo fa comodo a quei datori di lavoro che puntano tutta la loro strategia sul contenimento della spesa per il personale anziché su fattori più lungimiranti come la ricerca e l'innovazione, lo sviluppo di metodologie produttive più efficaci, il miglioramento della qualità dei prodotti o dei servizi offerti. Ma porre tutto il peso sulle spalle di qualche imprenditore con pochi scrupoli sarebbe ingeneroso e anche poco aderente alla realtà; bisogna sforzarsi di guardare più in alto, e chiedersi: cui prodest, a chi giova?

Giova a chi sa che un paese ín cui i cittadini vengono pagati il giusto è un paese libero. Chí si sente le spalle coperte da una situazione economica dignitosa ha più voglia di partecipare alla vita politica e sociale, più coraggio nell'esporre le proprie idee e nel denunciare malaffari e illegalità, più forza nel pretendere che governo e istituzioni diano risposte alle istanze, realizzino azioni concrete, diano conto del proprio operato, mantengano le promesse. Un paese che investe sul futuro dei suoi giovani, a cominciare dalla formazione, e permette loro di trovare sbocchi professionali adeguati è un paese dove c'è dibattito politico e critica, dove le azioni dei decisori vengono passate al microscopio, dove la demagogia non attecchisce. È un paese dove i giovani sono più attivi e dove il ricambio generazionale è continuo, perché continuamente emergono nuovi talenti in tutti i campi, e trovano il modo di affermarsi grazie alle proprie capacità, affiancando e poi sostituendo i predecessori senza che ciò sia visto come un reato di lesa maestà. È un paese dove non si rimane figli in eterno, per sempre subordinatí ai genitori, bensì si diventa il prima possibile economicamente indipendenti e dunque artefici del proprio destino. È un paese più democratico e con più mobilità sociale, dove ad andare avanti sono i più bravi, quelli che hanno più voglia e più capacità, indipendentemente dalla classe sociale e dalle conoscenze della famiglia nella quale sono nati.

Mantenere la situazione immutata giova a chi sa che un paese in cui i cittadini vengono pagati il giusto è un paese libero, e per qualche motivo — nella maggior parte dei casi economico — non vuole che l'Italia sia un paese libero. Tenere nell'indigenza un'intera generazione — anzi ormai due o tre — ha il preciso risvolto di annientare il peso di quella generazione, ridurla al silenzio, svuotarla di ogni capacità ed energia per ribattere, criticare, proporre alternative. In questo modo lo status quo è salvo, la casta mantiene i suoi privilegi, i grandi vecchi le proprie rendite dí posizione, gli orticelli, le alleanze spartitorie e predatorie. Le ingiustizie vengono perpetuate, fingendo che non ci si possa far nulla, acconsentendo di tanto in tanto a qualche miglioria cosmetica per dare l'illusione di qualche innovazione.

Paradossalmente anche il preoccupante riflesso psicologico che porta all'aumento dei neet3 , cioè delle persone che non studiano e non lavorano, finisce per fare gioco a quei governi che desiderano minimizzare alcuni indicatori, come per esempio quello della disoccupazione. Le rilevazioni infatti non possono contare tra i «disoccupati» le persone che non rispettano determinati requisiti (aver cercato attivamente un lavoro, essere disponibili ad accettare una proposta, ecc.)

Quindi il disagio sociale e la disperazione delle famiglie salgono, ma il dato sulla disoccupazione magicamente scende: tutto va bene, madama la marchesa.

Negare gli elementi su cui ragionare, tenere i problemi nell'ombra, mantenerne indefiniti i contorni, non svolgere approfondimenti e rilevazioni ufficiali è dunque funzionale a un certo tipo di politica. In questo libro invece alcuni numeri ci sono, perché resistono voci fuori dal coro, istituzioni píù o meno indipendenti che mettono a disposizione il loro osservatorio, costruiscono stime, propongono riflessioni e talvolta anche soluzioni.

E ci sono anche storie di vita vissuta, perché qualche coraggioso che si incaponisce a non farsi zittire fortunatamente c'è ancora. Ma tanti, troppi hanno paura di essere riconoscibili, e quindi riconosciuti, e di rischiare ritorsioni. Paura di perdere il lavoro, o di non riuscire a trovarne uno nuovo. Paura, come ha scritto una giornalista che alla fine non ha voluto che la sua storia apparisse, di «ricadute devastanti e definitive».

Nelle pagine che seguono abbiamo ricostruito tante storie accomunate da un comune denominatore: la negazione — vissuta sulla propria pelle — dell'articolo 36 della nostra Costituzione, che prescrive che ogni lavoratore abbia diritto a «una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa». Anche una sola ora, un solo giorno di lavoro non pagato, o pagato con una cifra palesemente non proporzionata, è un furto non solo ai danni del singolo lavoratore sfruttato: così si ruba la crescita di un'intera nazione. È un furto di futuro.
 

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