Culture
Sorrentino e un nuovo capolavoro: “La Grazia” non delude le aspettative
La responsabilità, il dubbio, l’attesa, ma soprattutto la nostalgia del passato e quel grande amore tra idealizzazione e tormento

«Ho bisogno di un ulteriore tempo di riflessione». La frase, ripetuta come un mantra dal protagonista, non è soltanto una battuta di La Grazia, ma la sua vera architettura morale: un film che fa del dubbio una postura etica e della responsabilità una forma di amore.
Affaritaliani.it ha visto presso il Cinema Gabbiano di Senigallia, dove è ancora in proiezione, il nuovo film scritto, diretto e co-prodotto da Paolo Sorrentino, La Grazia, uscito nelle sale dopo una serie di anteprime tra Natale e Capodanno; il lungometraggio è stato presentato in apertura all’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove ha concorso per il Leone d’Oro.
Toni Servillo – alla settima collaborazione con il regista – è affiancato da Anna Ferzetti, Milvia Marigliano e Massimo Venturiello, mentre la produzione è firmata Fremantle, The Apartment e Numero10, con la distribuzione italiana curata da PiperFilm.
Roma. Mariano De Santis è il Presidente della Repubblica, giurista di fama, vedovo, cattolico, uomo di rigore al punto da essere soprannominato “Cemento armato”; all’inizio del film è appena entrato nel semestre bianco e il suo mandato sta per volgere al termine. Nelle giornate sospese del Quirinale, scandite da rituali e silenzi, emergono tre questioni destinate a incrinare ogni certezza: due richieste di grazia per omicidio e una legge sull’eutanasia da promulgare.

Le decisioni pubbliche si intrecciano con un’inquietudine privata mai risolta: il ricordo della moglie Aurora, amata oltre la morte e segnata da un tradimento rimasto senza nome; il rapporto con la figlia Dorotea, giurista come lui, presenza vigile e al tempo stesso forza critica; l’amicizia con Coco Valori, critica d’arte anticonformista, unica vera evasione emotiva del Presidente. Il dubbio, da strumento giuridico, diventa una condizione esistenziale.
Nato a Napoli nel 1970, Paolo Sorrentino ha costruito una filmografia riconoscibile e insieme mobile, oscillante tra il grottesco del potere e l’intimità della perdita. Da Il divo a La grande bellezza, fino ai più recenti È stata la mano di Dio e Parthenope, il suo cinema ha progressivamente abbandonato l’eccesso per cercare una forma di nudità emotiva. La Grazia si colloca in questa fase matura: non un film sull’autorità, ma sull’uomo che la esercita quando l’autorità sta per svanire.
Come afferma lo stesso regista: “La Grazia è un film d’amore”, intendendo l’amore come forza generatrice di dubbio, gelosia, tenerezza, responsabilità. In un’intervista a Radio Deejay, Sorrentino ha ribadito che il suo interesse non è offrire risposte, ma abitare le contraddizioni, rivendicando il valore della riflessione in un’epoca di decisioni urlate e affrettate.
L’amore per la moglie scomparsa attraversa il film come una presenza fantasmica: Aurora ritorna nei ricordi, nelle visioni, nei dettagli di un guardaroba che diventa reliquia. È un amore che non consola ma interroga, perché legato a un passato imperfetto e a una ferita mai rimarginata.
Accanto a questo sentimento assoluto si colloca il rapporto con Coco, amica di una vita, incarnazione di una leggerezza che non è superficialità ma resistenza. Coco è lo specchio deformante che costringe Mariano a guardarsi senza la corazza istituzionale, fino alla rivelazione finale, ambigua e forse pietosa, che libera e insieme rilancia il dubbio.
La grazia, nel film, non è solo un atto giuridico. È eleganza morale, capacità di assumersi il peso di una scelta senza la protezione della certezza. Sorrentino lo chiarisce esplicitamente parlando con Lucy sulla cultura: “La Grazia è un film sul dubbio. E sulla necessità di praticarlo, soprattutto in politica. Il regista richiama apertamente l’eredità di Kieślowski e del Decalogo come modello di cinema fondato sul dilemma etico.
Visivamente più sobrio rispetto ad altre opere, La Grazia affida molto ai primi piani di Servillo, a una recitazione in sottrazione che trasforma l’immobilità in tensione. Il cavallo Elvis, lasciato agonizzare nell’attesa di una decisione, diventa metafora tangibile dell’indecisione morale; l’intervista finale, concessa non a un giornale politico ma a Vogue Italia, scardina i ruoli e restituisce al Presidente una voce privata, finalmente libera dall’ufficialità.
Alla Mostra di Venezia 2025 il film ha ottenuto la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile a Toni Servillo, oltre ai Premi Brian e Pasinetti, e ha concorso per il Leone d’Oro. Nel 2026 è stato candidato agli European Film Awards per il miglior attore e la miglior sceneggiatura. L’incasso complessivo ha superato i 6,4 milioni di euro, confermando un’ottima tenuta al botteghino italiano, mentre la ricezione internazionale – dopo le proiezioni festivaliere e la distribuzione estera – ha sottolineato la dimensione universale del racconto.
La Grazia è un film che rinuncia alla spettacolarità per inseguire una verità più fragile. Non celebra il potere, ma lo espone al rischio dell’errore; non offre soluzioni, ma rivendica il coraggio di scegliere. Nel cinema di Sorrentino rappresenta un punto di equilibrio raro: un’opera in cui la forma si mette al servizio dell’etica e il dubbio diventa, paradossalmente, l’unica certezza possibile.
