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Culture
Teatro/ Su Affari i due lavori teatrali di David Mamet

di Lucilla Noviello

Sono due i lavori teatrali di David Mamet contemporaneamente in scena al Teatro Eliseo e al Piccolo Eliseo di Roma: Americani e American Buffalo. Entrambi tradotti da Luca Barbareschi, ma il secondo adattato in napoletano da Maurizio De Giovanni – scrittore eclettico e contemporaneo non solo in senso biografico ma anche per l’attenzione al contesto – vi resteranno rispettivamente fino al 30 ottobre il primo e fino al 23 ottobre il secondo, per poi entrambi partire per una lunga tournè italiana. Diversi per rappresentazione, periodo e anche per allestimento scenico, le due opere del drammaturgo americano mostrano però un’analogia scenica che le regie e gli adattamenti hanno voluto sottolineare. Sono due testi che mettono in evidenza come il denaro - e soprattutto l’ansia esistenziale che questo genera - non sia mai fonte di stabilità sociale. Il denaro è un mezzo freddo; un giocattolino che acquista valore come una monetina – più o meno antica – o può essere tramutato in proprietà immobiliare ancora da costruire, che non serve a nessuno.  Sergio Rubini è regista e interprete di Americani insieme con Gianmarco Tognazzi, Francesco Montanari, Roberto Ciufoli, Gianluca Gobbi e Giuseppe Manfridi.

Gli attori sono tutti bravissimi; lo spettacolo ha un ritmo perfetto, mai una sbavatura. La storia, dall’America portata in Italia - e più precisamente in una Roma succulenta e poco incline al rispetto delle regole legali - acquisisce un valore territoriale e ne perde uno più universale. I venditori di immobili rappresentano, in questa messa in scena, non solo una categoria umana di esseri viventi soli, privi di relazioni concrete, ma anche una classe sociale. Un particolare che David Mamet probabilmente non aveva realizzato e che dà una luce diversa alla rappresentazione. Percorso identico anche in American Buffalo, con la regia e l’interpretazione di Marco D’amore insieme con Vincenzo Nemolato e Tonino Taiuti.

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In questo caso da Chicago l’azione è spostata a Napoli: ma ci troviamo dentro una bottega da rigattiere. Il mondo fuori – una giungla – può essere uguale dappertutto. E’ la lingua a essere differente: il napoletano dona una connotazione storica che l’americano – o la sua traduzione  in altra lingua nazionale – non ha. Il napoletano talvolta riecheggia la sceneggiata o riferimenti di storia particolari – la camorra, per esempio – che fanno di un messaggio di disagio ed di sfiducia, di imbroglio tipico di uomini piccoli ma ugualmente lupi, che rende ogni piccola storia una tragedia – qualcosa di più individuale e circoscritto che un poco corrode e minimizza il messaggio di David Mamet. Anche in questo caso l’interpretazione degli attori è precisa, corretta, a volte persino superba. E la tristezza che ci insorge per le vite che vediamo rappresentate in opere con un aggettivo geografico nel titolo ma che si riferiscono a un mondo occidentale in genere, è data dalla consapevolezza di trovarci davanti a uno specchio.

Americani, di David Mamet. Regia di Sergio Rubini. Con Sergio Rubini, Gianmarco Tognazzi, Francesco Montanari, Roberto Ciufoli, Gianlucas Gobbi, Giuseppe Manfridi. Al Teatro Eliseo di Roma fino al 30 ottobre e poi in tournè in tutta Italia.

American Buffalo, di David Mamet. Regia di Marco D’Amore. Con Marco D’Amore, Tonino Taiuti, Vincenzo Nemolato. Al Teatro Piccolo Eliseo di Roma fino al 23 ottobre e poi in tournè.

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