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Culture

di Francesca R. Recchia Luciani
Filosofa (Università di Bari)

Il linguaggio del cinema è fatto di immagini, e Terrence Malick dimostra ancora una volta, con la sua ultima opera, non soltanto di essere un insuperato autore  della più autentica arte cinematografica, ma anche di contribuire con le sue "visioni" alla costruzione dell'immaginario contemporaneo e ad alimentare con la bellezza delle sue rappresentazioni l'immaginazione degli spettatori. Nella sua totale fiducia nel linguaggio delle immagini e nel privilegiare la vista, rispetto agli altri sensi, per comunicare e consentire la percezione del mistero e della "meraviglia", lo scarno eppure profondo racconto è coraggiosamente affidato per lo più alla voce off, che offre le parole di un privato dialogo mentale a personaggi colti in momenti particolari della propria esistenza, quando essa si mostra dolente attraverso crepe e ferite aperte. Dopo l'intenso The Tree of Life, il regista-filosofo ci regala ancora un film non facile proprio perché profondamente filosofico, in cui risuonano alcune tra le grandi domande archetipiche che hanno interrogato la riflessione umana sin dai suoi esordi, ma sulle quali troneggia la domanda sull'amore così originalmente riformulata: "che cos'è questo amore che ci ama?". E di lì si avvia un viaggio nell'animo umano e nelle sue sofferenze amorose che percorre sia la strada umana che quella divina, poiché l'amore per l'altro (il simile, elemento del mondo naturale) riflette come in uno specchio l'amore per l'Altro (il trascendente, abitatore del mondo soprannaturale) e chiede in cambio, in entrambi i casi, di essere riamato.

Eppure, in questo film visionario, vibrante e luminoso, c'è anche uno spazio, seppure rarefatto, per il linguaggio verbale, per le parole dell'amante, dell'amata, dell'amore perduto. Esso occupa l'altezza inusitata e la torreggiante articolazione di una vera e propria Babele dell'amore, il quale si esprime nella lingua di ciascuno dei protagonisti, poiché ognuno parla in cuor suo la sua lingua madre. E infatti il diradato parlato in questo film ha la forma e la sostanza del monologo interiore, del dialogo tra sé e se stessi sulle cose dell'amore, sul suo pieno e sul suo vuoto. Un dialogo cui indulgono per lo più le donne che, come già in The Tree of Life, sono il nucleo attivo e pulsante della visione-riflessione del regista, nel loro misurare lo spazio naturale con lo sguardo ampio e a passo di danza, una danza che segue il ritmo vitale del cuore, che fa da stridente contrappeso al mutismo sentimentale e all'analfabetismo affettivo dell'algido protagonista maschile.
A questo scandaglio gettato nel fondo oscuro e segreto dell'animo umano corrisponde, nell'affresco di Malick, lo sguardo mobile di un'irrequieta cinepresa che coglie spazi immensi, luci vivide e sconfinati cieli nordamericani che fanno da contraltare all'io interiore messo a nudo nella scoperta di un sentimento potentissimo che inondandolo, lo travolge. È lì la meraviglia, il thaumazein platonico ("È proprio del filosofo essere pieno di meraviglia: e il filosofare non ha altro cominciamento che l'essere pieno di meraviglia" Platone, Teeteto, 155 D) e aristotelico ("Gli uomini, all'inizio come adesso, hanno preso lo spunto per filosofare dalla meraviglia…" Aristotele, Metafisica,  I, 2, 982 b), la luce accecante del nuovo, dell'inatteso, da cui tutto il pensiero occidentale ha avuto inizio. Nella poetica di Malick essa si mostra nel suo contatto con l'eros, quel trascinante eros socratico che guida gli umani lungo tutto il corso della vita accendendo lungo il loro percorso i fuochi della passione e del desiderio per gli esseri e per le cose.

"Risvegliate l'amore che è in voi, in ogni uomo, in ogni donna" suggerisce al suo gregge disilluso il prete cattolico che intanto si interroga disperatamente sul posto che occupa l'amore di Dio nella sua vita e in quella di coloro che gli si rivolgono, senza riuscire a risvegliare in sé il sentimento che lo aveva guidato sin lì, ma avvertendo distintamente che tanto per sé quanto per gli altri "l'amore non è un sentimento…è un dovere". Anche se l'amore in questione è umano più che divino, è l'eros greco più che l'agape evangelico (o la caritas cristiana) - l'ispirazione del regista è in questo film filosofica, molto più che religiosa -, tanto che la natura vandalizzata, violata, contaminata che circonda le nostre vite, come quella dell'ispettore ambientale protagonista, non è che la testimone, muta, devastata e sanguinante, della nostra boria, della nostra disattenzione, della nostra assenza d'amore per il mondo intorno a noi. Eppure, sembra suggerire Malick, optando col suo film e col suo pensiero per l'amore tout court - tanto quello della carne quanto quello dello spirito, sia quello umano che quello divino -, all'amore non possiamo e non dobbiamo rinunciare perché l'amore ci ama, e ci chiama, continuamente.

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