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Economia
“Alzare i tassi? Un errore macroscopico. Ecco cosa avrebbe dovuto fare la Bce"

Intervista all'ex funzionario del Ministero del bilancio e della programmazione economica Nino Galloni

“Se uno studente in economia politica confondesse inflazione da costi con inflazione da domanda verrebbe rimandato a casa. Eppure è quanto successo con l’aumento dei tassi portato avanti per fermare l’inflazione. Quella vissuta nel 2021 era una inflazione da costi, non da domanda. E la cura da attuare doveva essere l’esatto contrario”. Nino Galloni, economista, ex funzionario del Ministero del bilancio e della programmazione economica, dà una visione macro che ci porta dalla BCE diretti alla guerra in Ucraina, passando per gli Usa.

Perché alla fine, nell’economia globale, tutto si lega: anche il debito di 31 trilioni di dollari che ha appena indotto l’a.d di Bank of America Brian Moynihan a dichiarare a CNN “ci stiamo preparando al default del debito Usa”.

Andiamo per ordine: da cosa dipende la dinamica inflattiva?

Si tratta di una inflazione da costi legata alla riduzione degli investimenti in seguito al lockdown: con il calo della domanda sono crollati i Pil, intorno al 10% in media. Poi, con una ripresa del 5, massimo 6%, a metà fra il rimbalzo tecnico e la ripresa vera e propria, il sistema delle infrastrutture e della logistica -bloccato dalla pandemia- ha avuto oggettivi problemi e non è riuscito a farvi fronte.

Non mancavano le materie prime: quello che mancava era la possibilità di trasportarle sulle piazze di utilizzo!

Cosa avrebbero dovuto fare le istituzioni deputate, invece di alzare i tassi?

Loro hanno applicato lo strumento che si mette in campo quando l’inflazione è guidata dalla domanda. Invece, avrebbero dovuto fornire agevolazioni monetarie e abbassamento dei tassi. Bisognava investire in infrastrutture, logistica, trasporti e importare meno dalla Cina, ad esempio.

Secondo lei perché è stato fatto questo macroscopico errore?

Questa crisi è molto simile a quella del 2009, dietro queste manovre ci sono ambienti che ritengono l’espansione monetaria vertiginosa un fenomeno da fermare. Nel 2008 vi era stata l’immissione di mezzi monetari illimitati da parte delle banche centrali per sostenere le banche commerciali e le istituzioni finanziarie in difficoltà. Però nessuna di queste misure era arrivata all’economia reale e infatti il mercato ha reagito con le cripto, con le monete complementari e forme finanziarie alternative.

Ha contribuito a questo disastro l’effetto guerra?

Certo, ma anche questo è stato affrontato in modo completamente sbagliato a mio avviso: le sanzioni hanno rafforzato Putin, spingendolo a vendere prodotti a paesi geo politicamente più vicini come Cina e India.

Inoltre non dimentichiamo che questa guerra determinerà il destino del dollaro: buona parte dell’enorme debito Usa, 31,6 trilioni di dollari, è in mano cinese e russa.

Perché Cina e Russia non ne approfittano?

Se volessero distruggere il dollaro potrebbero farlo, basterebbe immettere sul mercato questa quantità di valuta e creerebbero spread insostenibile. Ma ad esempio i cinesi tengono dollari e titoli Usa a controvalore dello yuan e stampano tutta la moneta che vogliono.

Per ricomprarsi i loro titoli gli americani potrebbero emettere moneta non a debito, ma non risolverebbero il problema della massa monetaria in circolazione. Potrebbero altresì coniare monetoni di platino da mille miliardi ciascuno con corso legale e darli ai cinesi a scadenza, la loro normativa lo consente.

Gli Usa sono ancora in grado di imporre il corso legale internazionale del dollaro dal momento in cui fu sganciato dall’oro. Ma imporre il corso legale della propria valuta all’estero in una condizione simile stampando a costo zero è qualcosa che puoi fare solo con l’uso delle armi… Hanno puntato sulla guerra, illudendosi di rafforzarsi con la sconfitta di Putin.

In termini di politica economica pura, al di là di implicazioni di potere e controllo planetario, quale sarebbe la soluzione vincente?

La soluzione vera potrebbe essere un accordo internazionale per la gestione di titoli tossici a cui partecipino Usa, Cina, Russia, India, Europa, Giappone. Obiettivo: togliere di mezzo migliaia di trilioni e congelarli.  Ma non può essere attuata per ovvie ragioni geo-politiche.

A proposito di debito pubblico, il quantitative easing, che sosteneva i debiti sovrani, sta rallentando. Che implicazioni vede per il nostro paese?

L’Europa sta effettivamente rallentando il quantitative easing. Se lo rallentasse al massimo, laddove si scatenasse una speculazione internazionale contro il nostro debito pubblico, potremmo venderlo agli italiani e uscire dall’euro. È una soluzione possibile.

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