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Economia
Aston Martin, Bonomi decuplica i soldi. Ma il modello Ferrari affossa l'Ipo

Un banchiere d’affari di successo deve avere due doti fondamentali: saper fiutare l’affare e comprare al giusto prezzo e sapere quando è il momento di passare all’incasso, riuscendo a vendere al prezzo giusto. Andrea Bonomi con l’Ipo di Aston Martin Lagonda ha dimostrato di possedere entrambe le qualità. Il suo fondo di private equity, Investindustrial, era entrata nel capitale del produttore britannico di auto sportive di lusso (famose per essere state utilizzate più volte nella saga di James Bond, l’agente 007 cinematografico) tra il 2012 e il 2013 rilevandone il 37,5% del capitale per 150 milioni di sterline.

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Dopo il debutto odierno sul listino della City di Londra a 19 sterline per azione, pari ad una valutazione di 4,33 miliardi di sterline per il 100% del capitale, quella partecipazione vale virtualmente 1612,5 milioni di sterline, ossia oltre dieci volte quanto pagato sei anni or sono. Certo, ora il titolo sta perdendo terreno a Londra (oscilla a 17,55-17,60 sterline per azione, il 7,5% al di sotto del prezzo di collocamento), perché gli investitori trovano che i multipli a cui implicitamente tratta, 20,7 volte gli utili attesi per il 2018, in linea con quelli della più grande e profittevole Ferrari, debbano trovare conferme nei numeri delle prossime trimestrali.

Ma anche ipotizzando uno storno ulteriore che riporti il titolo attorno alle 16 sterline (un 15% abbondante sotto i prezzi di collocamento), considerando che il 27,5% collocato è stato messo in vendita in parti uguali da Bonimi e dagli investitori kuwaitiani Primewagon, Asmar e Adeem (in tutto al 54,5% prima dell’Ipo), mentre non hanno ceduto titoli né il management (8%) né Daimler (4,9% ottenuto nel 2013 in cambio della fornitura di motori e componenti elettroniche), il 23,75% che rimarrà in mano al gruppo italiano varrebbe attorno agli 870 milioni di sterline, dopo un incasso di circa 590 milioni, per un totale di 1460 milioni, ossia oltre 9,7 volte quanto investito.

Insomma, il collocamento di Aston Martin Lagonda Global Holdings (questo il nome completo della società che ha riportato sul listino di Londra un produttore britannico, a 34 anni dal debutto di Jaguar, poi passata solo 5 anni dopo sotto il controllo di Ford e da questa venduta a Tata Motors durante la crisi del 2008) è stato un vero colpo da maestro per Bonomi, nonostante la società avesse da ultimo ridotto la forchetta di prezzo a cui si sarebbe potuto collocare il titolo e dunque avesse implicitamente ridotto le pretese (quest’estate si era ipotizzata una valutazione fino a 6,4 miliardi di sterline), a fronte di una risposta degli investitori buona ma non buonissima durante il road show che ha preceduto l’Ipo vere e proprie.

Del resto Investindustrial, cui è spettata finora la gestione di Aston Martin, da quando è entrata non solo è riuscita a gestire con successo la transizione dalla vecchia alla nuova gamma di veicoli, investendo ogni anno in media 130 milioni di sterline nello sviluppo di nuovi modelli, ma è anche riuscita a espandere i margini e a rafforzare l’identità del gruppo nell’alto di gamma. Una trasformazione che è destinata a proseguire grazie a modelli come la DB11, la Vanquish e la Vantage. Bonomi e gli altri soci, vecchi e nuovi, di Aston Martin Lagonda possono dunque sperare che il meglio debba ancora venire, tanto più se il titolo come probabile sarà inserito negli indici Ftse e dunque diverrà appetibile per tutti i maggiori fondi d’investimento al mondo.

I soli incidenti che potrebbero mettere i bastoni tra le ruote sarebbero dovuti a una crescita di fatturato e utili inferiore alle attese, ad esempio a seguito di un’eventuale chiusura del mercato europeo dovuta ad una “hard Brexit”, o di una difficoltà superiore al previsto nel perseguire la strategia di espansione della presenza sui mercati emergenti, magari a seguito di ulteriori tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina. Ipotesi che da questa sera saranno, come altre, oggetto di un costante scrutinio da parte degli analisti finanziari di tutto il mondo, ma che per ora non scalfiscono la giusta soddisfazione di Bonomi per l’operazione condotta in porto con successo.

Luca Spoldi

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