Bce verso il rialzo dei tassi, il commento di Sansone (IbanFirst Italia)
Nella riunione di questa settimana, la Bce dovrebbe diventare la quattordicesima banca centrale a inasprire la politica monetaria in risposta alle pressioni inflazionistiche alimentate dalle tensioni in Medio Oriente, portando il tasso di riferimento dal 2,00% al 2,25%. E il percorso potrebbe non fermarsi qui: i mercati monetari prezzano già almeno un ulteriore rialzo di pari entità entro la fine dell’anno, con settembre indicato come l’appuntamento più probabile.
La svolta restrittiva della Bce arriva però in un momento peculiare. L’economia dell’Eurozona sta perdendo slancio: il Pil si è contratto nel primo trimestre e l’inflazione, pur risalita al 3,3% annuo a maggio, resta ben lontana sia dai picchi del 2022 sia dall’attuale livello registrato negli Stati Uniti, pari al 3,8%.
LEGGI ANCHE: Bce tra l’incudine e il martello, solo tre giorni al verdetto sui tassi. Rialzo in arrivo
Per comprendere l’orientamento di Francoforte è necessario guardare alle radici della sua cultura monetaria.
Sotto molti aspetti, la Bce resta l’erede della Bundesbank. Il suo approccio continua a riflettere la storica avversione all’inflazione che ha caratterizzato la banca centrale tedesca. Dopo lo shock petrolifero del 1973, la Bundesbank reagì più rapidamente e con maggiore decisione rispetto a molte altre autorità monetarie, contribuendo a contenere l’aumento dei prezzi meglio di quanto riuscirono a fare numerose economie avanzate.
Oggi la Bce sembra voler seguire quello stesso precedente. Resta però da capire quanto il paragone sia davvero appropriato. A differenza della spirale inflazionistica degli anni Settanta, esistono infatti ragioni concrete per ritenere che l’attuale aumento dei prezzi possa avere natura prevalentemente temporanea. L’inflazione potrebbe raggiungere un picco estivo intorno al 3,7% per poi avviarsi gradualmente verso una fase di rientro.
A questo si aggiunge una possibile evoluzione geopolitica che potrebbe accelerare il processo di disinflazione. Un accordo, anche limitato, tra Washington e Teheran, accompagnato da una parziale riapertura dello Stretto di Hormuz, potrebbe tradursi in una rapida diminuzione dei prezzi dell’energia. In questo scenario, il petrolio potrebbe perdere tra il 20% e il 25% del proprio valore.
Significherebbe che la Bce ha reagito in modo eccessivo? Non necessariamente. L’istituto potrebbe sostenere di aver agito in via preventiva per evitare effetti di secondo impatto, soprattutto nel settore dei servizi, dove le pressioni sui prezzi hanno mostrato segnali di rafforzamento negli ultimi mesi. Eppure, osservando il quadro in prospettiva storica, le dinamiche inflazionistiche restano lontane da livelli particolarmente preoccupanti. Una giustificazione che potrebbe non convincere tutti gli osservatori, ma che offrirebbe comunque alla Bce una solida linea di difesa.
Sul fronte valutario, infine, difficilmente l’euro troverà un sostegno duraturo in tassi di interesse più elevati. I mercati dei cambi sembrano infatti reagire soprattutto alle prospettive relative di crescita economica, più che a variazioni marginali dei differenziali di rendimento. Finché l’economia statunitense continuerà a mostrare una maggiore capacità di crescita rispetto a quella europea, il dollaro dovrebbe mantenere un vantaggio competitivo, limitando i benefici che la moneta unica potrebbe trarre da un ulteriore aumento del costo del denaro.
Commento a cura di Michele Sansone, Country Manager di iBanFirst Italia

