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Economia
Carige, tutti in coda per l'assemblea. I Malacalza rischiano l’irrilevanza

Che l’avventura del gruppo Malacalza in Banca Carige non fosse andata come sperato era da tempo evidente, ma le ultime notizie in arrivo dal capoluogo ligure fanno presagire una fine piuttosto ingloriosa della stessa. Finora azionista di riferimento col 27,55%, in grado di bloccare per mesi ogni ipotesi di ennesima ricapitalizzazione, il gruppo Malacalza rischia l’irrilevanza con la prossima assemblea straordinaria del 20 settembre prossimo se, come pare, l’affluenza sarà oceanica.

Secondo alcune fonti potrebbero partecipare fino a 1.500-2.000 partecipanti a fronte di una capienza della sala in cui si dovranno tenere i lavorio assembleari, presso il Tower Genova Airport Hotel, di soli 1.000 posto. Proprio per questo la stessa Banca Carige in una nota ha chiesto ai soci di “presentarsi in anticipo rispetto all’orario di inizio dell’assemblea, in modo da agevolare le operazioni di ammissione (sarà possibile registrarsi a partire dalle 8.30, ndr) e, conseguentemente, il puntuale inizio dell’adunanza”.

Il meccanismo della delega di voto (possibile tramite conferimento di una delega al Rappresentante Designato entro la giornata di oggi, ovvero ovvero tramite rilascio di delega a Proxitalia Srl entro le 10.30 di domani) rende peraltro possibile che i soci decideranno di presentarsi fisicamente siano meno di mille, in ogni caso sembrerebbe possibile che un 70%-80% del capitale possa deliberare in merito al piano di salvataggio per l’istituto proposto dai Commissari Straordinari che prevede un rafforzamento patrimoniale da 900 milioni, di cui 200 milioni tramite l’emissione di un bond e 700 milioni attraverso un aumento di capitale.

Il quorum costitutivo dell’assemblea, il 20%, non è più un problema essendo stato superato ieri il tetto del 60% delle azioni depositate per partecipare all’assise, compreso il 22,55% di Malacalza. Perchè il piano venga varato occorre tuttavia che esso sia approvato dai due terzi dei voti. Finora astenendosi Malacalza ha potuto bloccare tutto, ora se oltre ai fondi (che sono apparsi da tempo orientati a votare a favore) anche tutti o la gran parte dei piccoli azionisti (in tutto pari al 42% del capitale) si esprimessero favorevolmente, l’operazione potrebbe passare.

Di fatto per ogni voto contrario (o astensione) occorrono infatti due voti positivi, quindi servirebbe poco più del 45% dei votanti a favore del piano. Come dire che a votare dovrà essere il 67,6%-68% del capitale, coi soli Malacalza contrari. O percentuali più elevate ove vi fossero altri soci dissenzienti, come potrebbero essere i 100 piccoli azionisti capeggiati da Franco Corti che negli scorsi giorni hanno presentato un esposto a Consob invocando l’assenza di trasparenza sulla proposta di aumento di capitale, lamentando l’esclusione del diritto di opzione e criticando la determinazione del prezzo di emissione.

Dal canto loro i Commissari Straordinari per incentivare i piccoli azionisti hanno previsto un bonus in azioni per un totale pari a circa 10 milioni, da assegnare in base ad alcuni criteri tra cui la partecipazione all’assemblea di venerdì prossimo. A Malacalza, dopo aver già investito 420 milioni di euro nell’istituto negli ultimi anni, non resta molto in cui sperare: l’aumento di capitale azionario avverrà infatti in tre tranche di cui una riservata allo Schema volontario del Fitd (per la conversione del bond a suo tempo sottoscritto per 320 milioni), una a Cassa centrale banca (destinata a diventare il nuovo socio industriale) e una da soli 85 milioni riservata ai soci attuali.

Se anche votassero a favore e sottoscrivessero pro-quota i Malacalza sborsando 23 milioni di ritroverebbero in mano non più del 5,1% del nuovo capitale (gli azionisti attuali arriverebbero in tutto non oltre il 12%). Astenendosi o comunque non sottoscrivendo, la quota si ridurrebbe ulteriormente a poco più di un residuo 2%. L’unica speranza per l’imprenditore piacentino è dunque che il mercato possa gradire l’operazione e la capitalizzazione di mercato di Banca Carige, quando fosse riammessa in borsa (da cui è sospesa a tempo indeterminato da inizio anno) possa risalire sopra gli 84 milioni dell’ultimo prezzo ufficiale di 0,15 centesimi per azione.

A quel livello corrispondeva infatti una residua valorizzazione della quota dei Malacalza di soli 23 milioni; se dopo l’operazione la capitalizzazione di borsa corrispondesse almeno al valore del solo aumento di capitale il 5,1% potrebbe valere circa 36 milioni, mentre un 2% varrebbe meno di una quindicina di milioni, del tutto equivalente al recupero di valore “netto” derivante dalla partecipazione alla ricapitalizzazione stessa.

Se però poi le quotazioni, e la capitalizzazione di mercato di Banca Carige, tornassero a salire (cosa non del tutto scontata, vedi Mps, e legata all’andamento del business del gruppo ligure), avere in mano un 5% farebbe recuperare più del doppio delle perdite rispetto a una quota del 2%. La questione non è dunque come voteranno i Malacalza, ma se il piano di salvataggio avrà successo, consentendo agli azionsti grandi e piccoli di inziare a veder tornare indietro una parte dei capitali evaporati in questi anni.

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