Cos’è il Fondo Safe, il prestito (non il regalo) con cui l’Ue finanzia il riarmo europeo
Il governo italiano ha deciso di attingere al fondo europeo per la difesa Safe, chiedendo un intervento da 14,9 miliardi di euro entro la fine dell’anno. Ad annunciarlo è stato il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, intervenendo alle Commissioni Affari Esteri e Difesa riunite di Camera e Senato, nel dibattito seguito all’informativa sugli esiti del vertice Nato di Ankara, presentata insieme al ministro della Difesa Guido Crosetto. Ma prima ancora di parlare di come verranno spesi, va chiarito cosa sono davvero questi 14,9 miliardi: non un contributo a fondo perduto dell’Unione europea, bensì un prestito. Bruxelles anticipa le risorse, l’Italia le utilizza, e poi le restituisce – con tanto di interessi – secondo le condizioni fissate dal programma. È un’operazione di debito, seppure a condizioni più vantaggiose di quelle che l’Italia otterrebbe emettendo titoli propri sul mercato.
“Abbiamo deciso di utilizzare il Safe chiedendo un intervento di 14,9 miliardi entro la fine dell’anno”, ha detto Tajani, precisando che il governo formulerà ora la propria proposta a Bruxelles. Sarà poi compito di Crosetto stabilire, nel corso del prossimo anno, come impiegare concretamente le risorse ottenute.
Cos’è il fondo Safe
Safe è l’acronimo di Security Action for Europe, lo strumento con cui la Commissione europea mette a disposizione degli Stati membri fino a 150 miliardi di euro in prestiti a lungo termine, destinati a investimenti nella difesa. Il regolamento istitutivo è entrato in vigore alla fine di maggio 2025. Le risorse sono finanziate attraverso l’emissione di obbligazioni comuni europee e vengono erogate agli Stati beneficiari come prestiti, non come trasferimenti a fondo perduto. I fondi sono pensati per finanziare, in particolare, acquisti comuni tra Paesi europei in settori come la difesa aerea e missilistica, i sistemi anti-drone, le munizioni, la cybersicurezza, le capacità navali e più in generale il rafforzamento della base industriale e tecnologica della difesa europea.
Una delle condizioni più rilevanti riguarda la produzione: per accedere ai fondi, almeno il 65% del valore di un sistema d’arma deve essere realizzato in uno Stato membro dell’Unione, in Ucraina o in un Paese dello Spazio economico europeo. Solo alcuni partner strategici – Regno Unito, Norvegia, Corea del Sud e Giappone – possono partecipare in misura maggiore, ma solo con un accordo bilaterale specifico. È la cosiddetta “preferenza europea”, pensata per ridurre la dipendenza dell’Ue da forniture extra-continentali. L’Italia rientra nel secondo gruppo di Paesi che hanno ottenuto il via libera di Bruxelles per accedere ai prestiti Safe, con una dotazione assegnata pari, appunto, a 14,9 miliardi di euro. Il governo ha comunque più volte fatto sapere di essere ancora al lavoro sulla valutazione definitiva dell’importo da richiedere e sulle priorità di spesa.
Il contesto
Lo strumento nasce nel quadro del più ampio riarmo europeo avviato dopo l’invasione russa dell’Ucraina e in un clima di crescente incertezza sull’affidabilità dell’ombrello di sicurezza statunitense. Il Libro bianco della Commissione europea sulla difesa, che ha accompagnato il lancio di Safe, sintetizza il cambio di fase con una frase diventata quasi uno slogan: l’era dei “dividendi della pace” appartiene ormai al passato. Resta da vedere come il governo italiano tradurrà questa disponibilità di credito in scelte concrete di spesa, e quale sarà l’impatto sui conti pubblici di un debito che, per quanto agevolato, andrà comunque restituito nei prossimi decenni.

