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Creval, Dumont molla Lovaglio. Agricole a un passo dal successo

Il ritocco della struttura dell’offerta (con proroga) da parte dei francesi ha trovato l’apprezzamento dei soci,tanto da far arrivare le adesioni all’Opa al 52%

Creval, Dumont molla Lovaglio. Agricole a un passo dal successo

Ha sbagliato chi pensava che il Covid avrebbe costretto a vendere – o, per meglio dire, a svendere – i gioiellini della nostra economia. Prova ne sia che il Crédit Agricole, che aveva messo sul piatto 737 milioni totali per acquistare (a 10,5 euro per azione) il Credito Valtellinese ha avuto vita dura e ha dovuto rialzare due volte l’offerta prima di poter ottenere – ormai pare acclarato – il definitivo sì.

Dunque, quando si è deciso di portare la valutazione degli stock a 12,5 euro, con una clausola però che imponeva il pagamento di 30 centesimi solo al raggiungimento della soglia del 90% di adesioni (altrimenti ci si sarebbe fermati a 12,2) si è levata una pioggia di crtiche. In effetti, si diceva, il valore dovrebbe essere ulteriormente elevato fino a toccare i 13 euro, in linea con la fairness opinion di Bank of America e di Mediobanca, advisor della banca di Luigi Lovaglio per l’operazione. Si noti che mai, negli ultimi mesi, si è sforata quella quota. 

Luigi Lovaglio AD Creval presentazione
Il Ceo del Creval Luigi Lovaglio

Ma il mercato, per l’appunto, pretende di essere ben remunerato. E non si capiva per quale motivo si sarebbe dovuto accettare un prezzo sostanzialmente poco vantaggioso.

Poi però è successo che le borse hanno ripreso a tremare per il progredire della pandemia che non accenna a togliere il suo morso d’acciaio dall’economia. A quel punto le azioni del Creval sono scese sotto la quota dell’offerta, causa una contrazione di Piazza Affari prossima al 2,5%. 

La Banque Verte non ha potuto fare altro che ritoccare per l’ultima volta la sua offerta, confermandola a 12,5 euro totali, senza “split” in caso o meno di adesione e tutti si sono convinti. Dumont, che aveva portato avanti una battaglia a spada tratta per evitare la vendita, si è improvvisamente ricreduto e ha accettato. L’offerta è stata prolungata al 23 e 24 aprile, ma già oggi siamo sopra il 52% di adesioni (secondo fonti finanziarie, avrebbero già detto sì anche i fondi ex oppositori Petrus Advisers, Hosking Partners, Macquarie e Alta Global che è uscito allo scoperto con una nota), una percentuale che può arrivare al 66% in vista di un’assemblea che aveva bocciato le proposte di Crédit Agricole.

Le lezioni che si possono ricavare da questi avvenimenti sono sostanzialmente due: la prima è che chiunque abbia in mente di avviare ulteriori aggregazioni nel mondo bancario non potrà farlo con una logica da “squalo”. Troppo frammentato l’azionariato, troppo alta la presenza di fondi che vogliono massimizzare gli investimenti per pensare di arrivare e di usare la logica del “pesce più grande”.

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Non sarà facile, quindi, per Andrea Orcel, che si troverà comunque nella scomoda posizione di trovare delle banche con cui fondere la sua UniCredit sapendo che le “offerte che non si possono rifiutare” devono essere veramente imperdibili, altrimenti si rischia soltanto di tirare avanti le cose per molto tempo. Ne sa qualcosa Intesa-Sanpaolo con Ubi, lo sa a maggior ragione Crédit Agricole, che ha dovuto aumentare l’offerta di quasi il 20%, ovvero quasi 150 milioni in caso di adesione totale.

La seconda lezione, che è opposta ma anche complementare alla prima, è che non esiste più la possibilità di resistere all’urto. Le banche e le aziende hanno un prezzo, e il tempo della resistenza a ogni costo è terminato. Ne sa qualcosa il numero uno del Creval Lovaglio, che ha visto aderire in blocco l’ex nocciolo duro dei sostenitori della lista dell’attuale Cda nel giro di una notte. Non è più dunque una questione di “se”, ma di “quanto”.

Chi aveva definito inadeguata l’offerta di Crédit Agricole si è ricreduto nel momento in cui le condizioni rialziste che imperversavano dall’arrivo di Mario Draghi si sono arrestate. A quel punto, il rischio sarebbe stato davvero troppo elevato. L’ultima possibilità a cui si sarebbe potuti giungere era quella del “carta contro carta”, ovvero uno scambio di azioni sulla falsariga di quanto fatto da Intesa con Ubi. Ma evidentemente nessuno aveva intenzione di tirare troppo la corda. È il mercato, bellezza.