Altri 3.200 esuberi, produzione annuale destinata a non superare i 6 milioni di tonnellate annue, investimenti rinviati a partire dall’altoforno 5 (se mai sarà possibile e conveniente riavviarlo, essendo ormai spento da 5 anni). Più che un “aggiornamento” del piano industriale quello di ArcelorMittal sembra la classica proposta fatta per indurre la controparte, ossia il governo italiano, a rompere e sfilarsi da una situazione fattasi mesi dopo mesi sempre più spinosa. Ma come si è giunti all’ennesimo braccio di ferro sul futuro dell’ex Ilva?

Mentre Boston Consulting Group è al lavoro per verificare “numero per numero” le tesi di ArcelorMittal sulla crisi del mercato dell’acciaio (peraltro basate sullo scenario elaborato un altro “big” della consulenza mondiale, McKinsey) ed eventualmente confutare il nuovo piano, è utile ripercorrere come sia cambiata la situazione di ArcelorMittal dal momento della presentazione dell’offerta vincente per l’ex Ilva ad oggi. Quando Am Ivestco Italy (la cordata costituita da Arcelor Mittal e dal gruppo Marcegaglia) nel giugno 2017 vinse la gara per l’ex Ilva battendo la cordata concorrente Acciaitalia (composta da un altro gruppo indiano, Jindal, oltre a Cdp, Arvedi e Leonardo Del Vecchio tramite Delfin), lo fece grazie a un’offerta di 1,8 miliardi ritenuta migliore per prezzo, impatto ambientale e occupazionale.
All’epoca si prevedeva che l’organico calasse nell’arco del piano da 9.407 addetti nel 2018 (rispetto ai 14.200 dipendenti dell’amministrazione straordinaria) a 8.480 occupati costanti, mentre la produzione avrebbe dovuto salire dai 6 milioni di tonnellate previste per il 2018 a 8 milioni di tonnellate (grazie in particolare al raddoppio della produzione di laminati a caldo, da 2 a 4 milioni di tonnellate annue), grazie a investimenti per 2,3 miliardi di euro.
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Arcelor Mittal in quel momento era in salute: in euro il 2017 si chiuse con 68,7 miliardi di fatturato, un Ebitda (risultato operativo lordo) di 8,4 miliardi (pari a un Ebida margin del 12,24%), un Ebit (risultato operativo netto) positivo per 5,4 miliardi e un utile netto di 4,57 miliardi. Per contro lo scorso anno a fronte di un fatturato salito a 70,6 miliardi (+2,82% rispetto a due anni prima), l’Ebitda era crollato a 2,4 miliardi (Ebitda margin del 2,46%), l’Ebit era passato in rosso (-627 milioni) e il risultato d’esercizio è stato pari a una perdita netta di 2,4 miliardi circa.

Detto in altri termini, in due anni la redditività del capitale investito (Roi) è crollata di 11,9 punti percentuali al -1,26% mentre la redditività del capitale (Roe) è caduta di ben 17,10 punti al -5,91%. Unico segnale positivo, il rapporto debito/patrimonio netto (debt/equity), indicatore di rischio noto anche come leva finanziaria, si è leggermente ridotto da 0,25 a 0,23 grazie a un indebitamento finanziario netto di 9,345 miliardi a fronte di un patrimonio netto di 40,48 miliardi. Un risultato ottenuto tagliando senza pietà costi e investimenti e avviando disinvestimenti per oltre 2 miliardi di euro.
A chi va attribuita la colpa di questa autentica debacle? Una data può fare da spartiacque ed essere rivelatrice: il primo giugno 2018. Quel giorno infatti entrarono in vigore i dazi fortemente voluti da Donald Trump sulle importazioni di prodotti di acciaio e alluminio, rispettivamente al 25% e al 10%. Una decisione presa per favorire l’acciaieria americana per metterla al riparo dalla concorrenza europea, russa, indiana e asiatica ma che di fatto fu la prima “bordata” sparata nella guerra commerciale tra Usa e Cina, cavallo elettorale di Trump che rischia nei prossimi mesi di tornare prepotentemente sotto i riflettori con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali di novembre.

Prima vittima dello scontro: la britannica British Steel (5 mila dipendenti, 20 mila posti di lavoro nell’indotto, ossia quanto restava dei 310 mila lavoratori del settore degli anni Settanta del secolo scorso), posta in amministrazione straordinaria dal governo di Theresa May, poi ceduta ai cinesi Jingye Group (l’acquisizione è stata completata nel marzo scorso) che a fronte di 2 mila esuberi si sono impegnati a investire 1,35 miliardi di euro nell’arco dei prossimi 10 anni e a mantenere 3 mila dipendenti al lavoro.
Da notare che British Steel era già passata di mano negli anni precedenti (prima agli indiani di Tata, poi nel 2016 al Greybull Capital che l’acquistò formalmente per 1 sterlina) e che anche nel caso inglese si prevede che il governo dovrà intervenire offrendo un ulteriore sostegno, sotto forma di protezione dal rischio ambientale. Che sarebbe poi il “famoso” scudo penale chiesto da Arcelor Mittal dopo essere stato inopinatamente abolito dal governo nel novembre dello scorso anno con la conversione del decreto “salva imprese”.
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La crisi di British Steel, come quella dell’ex Ilva e della stessa Arcelor Mittal, non è dovuta al caso ma a un mix diabolico che da anni perseguita l’industria dell’acciaio: gli alti costi della materia prima (minerale di ferro) e una domanda molto debole che pesa sui prezzi di vendita. Ora il governo accusa Acelor Mittal di non tener conto delle “magnifiche sorti e progressive” legate alle misure di sostegno e rilancio dell’economia europea che la Ue (e i singoli stati al suo interno) stanno varando.
Peccato che queste misure per ora non abbiano avuto ancora alcun impatto sulla domanda e rischino di non averne ancora per molti mesi, tanto che l’associazione mondiale dei produttori (la World Steel Association) proprio a inizio mese pur segnalando come gradualmente le industrie di molti paesi stiano riaprendo dopo la serrata generale di aprile e maggio dovuta all’emergenza coronavirus, “i settori dei macchinari meccaniche e automobilistico sono fortemente esposti a uno shock della domanda prolungato, nonché all’interruzione delle catene di approvvigionamento globali” e questo gioca contro una possibile ripresa del settore dell’acciaio.
Non solo: anche le misure di sicurezza anti-Covid19 rischiano di portare “potenzialmente a una minore produttività e ad un prolungato ciclo di produzione”, che di nuovo non gioca certo a favore di una ripresa. Morale: quest’anno la domanda di acciaio rischia di calare del 6,4% (ma nei soli paesi sviluppati si teme un crollo del 17,1%), mentre nel 2021 la domanda di acciaio dovrebbe crescere del 3,8% rispetto a fine 2020 (+7,8% per i soli paesi sviluppati), ma il risultato netto sarà una domanda inferiore ai livelli 2019 per almeno un altro biennio se non più.
Arcelor Mittal sta certamente provando a ottenere il massimo risultato col minimo sforzo, e l’analisi di Boston Consulting Group potrà contribuire a definire meglio gli eventuali margini di trattativa, ma illudersi che si tratti solo di una tattica negoziale da parte di un gruppo leader di un mercato in salute, o che ci siano decine di altri compratori pronti a lanciarsi in un’asta al rilancio pur di mettere le mani sull’ex Ilva rischia di essere l’ennesimo abbaglio le cui conseguenze saranno pagate dai lavoratori del gruppo e probabilmente dai contribuenti italiani tutti.
Luca Spoldi

