Ilva alla cordata Marcegaglia-Arcelor-Mittal, ma l'ultima parola è di Calenda - Affaritaliani.it

Economia

Ilva alla cordata Marcegaglia-Arcelor-Mittal, ma l'ultima parola è di Calenda

Luca Spoldi

L'Ilva verso la cordata ArcelorMittal-Marcegaglia, Messina (Intesa Sanpaolo) si prende una rivincita su Leonardo Del Vecchio

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Nuovo passo in avanti per far uscire Ilva dalla crisi in cui versa da anni, dopo che negli scorsi giorni i commissari straordinari del gruppo tarantino, Corrado Carruba, Pietro Gnudi ed Enrico Laghi, avevano annunciato di aver individuato "i termini e le condizioni" per un accordo con la famiglia Riva, ex proprietaria del gruppo siderurgico, che frutterà a Ilva  1,33 miliardi di euro da utilizzare in gran parte (1,1 miliardi) per il risanamento ambientale e più limitatamente (altri 230 milioni) per "supportare la gestione corrente di Ilva e le iniziative assunte ai fini della prosecuzione dell'attività d'impresa".

Un accordo importante, messo peraltro in forse dalla decisione del giudice per le indagini preliminari di Milano di respingere la richiesta di patteggiamento avanzata da tre membri della famiglia Riva, nell'ambito dell'inchiesta sul presunto trasferimento all'estero di denaro delle casse del gruppo siderurgico, richiesta che pure aveva avuto l'avvallo della Procura di Milano, dopo i Riva si erano accordati con lo stato italiano per rinunciare ad ogni contenzioso proprio sul "tesoretto" di 1,3 miliardi di euro, sottoposto a sequestro giudiziario in Svizzera su richiesta dalla giustizia italiana.

Oggi invece sempre i commissari di Ilva hanno stilato la graduatoria delle offerte per aggiudicarsi l'Ilva, con la cordata Am-Investco Italy formata dagli indiani di Arcalor Mittal, all'80%, e dal gruppo Marcegaglia, al 20% (col sostegno finanziario di Intesa Sanpaolo pronta a mettere a disposizione sino a 5 miliardi di euro di linee di credito), che avrebbe avanzato un'offerta di 1,8 miliardi (200 milioni in più della cifra circolata a meta marzo), battendo nettamente il concorrente AcciaItalia guidata da un gruppo indiano, Jsw Steel della famiglia Jindal (al 35%), in cordata con CdP (27,5%), Leonardo del Vecchio (27,5%) e Giovanni Arvedi (10%), che avrebbe offerto 1,2 miliardi.

La classifica è stata definita in base, nell'ordine, al prezzo, al progetto industriale e al programma di risanamento ambientale, ma la decisione finale spetta al ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, che si pronuncerà nei prossimi giorni e non possono essere ancora escluse sorprese, visto che Am Investco Italy nella sua offerta prevede meno investimenti di Acciaitalia, ovvero 2,3 miliardi (di cui 1,1 miliardi per bonifiche ambientali e 1,2 miliardi di investimenti industriali) per arrivare a produrre 9,5 milioni di tonnellate di prodotti finiti, oltre all'impegno a realizzare un centro di ricerca e sviluppo a Taranto e a implementare nuove tecnologie per la produzione di acciaio a bassa emissione di anidride carbonica.

Acciaitalia metteva invece sul piatto 3 miliardi di euro (1 per l'ambiente, 1 di investimenti industriali e 1 in innovazione) per arrivare a produrre 10 milioni di tonnellate di produzione, in parte prodotti col gas. Cifre che dovrebbero tornare a generare nuovi posti di lavoro, ma non nell'immediato visto che la cordata aveva avanzato l'ipotesi di "qualche riduzione dei posti di lavoro" nell'immediato da concordare coi sindacati, subito scesi sul sentiero di guerra. Entrambe le cordate si erano poi impegnate a riattivare l'altoforno numero 5, spento ormai dal marzo 2015, mentre non escludevano la chiusura degli altri, giudicati troppo piccoli ed antieconomici.

Aiutata dalla ripresa del mercato dell'acciaio, l'Ilva commissariata è passata da un Ebitda negativo per 546 milioni a fronte di 2,1 miliardi di fatturato del 2015 a circa 210-220 milioni di perdita a livello di Ebitda su 2,2 miliardi di fatturato quest'anno,  con una produzione risalita da 4,7 a 5,8 miliardi di tonnellate grazie anche al riavvio dell'altoforno 4 dallo scorso settembre (mentre si sta ultimando la manutenzione dell'altoforno 2 con l'intenzione di riavviarlo appena possibile e far ripartire anche il treno lamiere nelle prossime settimane).

In attesa che il governo si pronunci e che la magistratura revochi il sequestro con facoltà d'uso in essere ormai da cinque anni, Carlo Messina numero uno di Intesa Sanpaolo, può sorridere pensando alle parole al vetriolo che Leonardo Del Vecchio gli aveva rivolto, definendolo "un ragazzino al bar" per l'atteggiamento tenuto nel tentativo di aggregazione, poi sfumato, di Intesa Sanpaolo e Generali. Ora il "ragazzino" potrebbe prendersi una rivincita sul patron di Luxottica (ed azionista di Generali col 3,163% del capitale).
Questo sempre che Calenda, che nelle prossime settimane dovrà sciogliere anche i nodi relativi alle acciaierie di Piombino (e ad Alitalia), non decida di ribaltare la decisione giudicando che per il futuro di Ilva sia più promettente l'offerta di Sajjan Jindal (e del tandem Costamagna-Gallia), dettosi in questi mesi fiducioso circa la possibilità di far tornare in pareggio entro tre anni e in utile poi il gruppo tarantino, al punto da pronosticarne uno sbarco in borsa nei prossimi anni.