
Sarà un caso, ma nel giorno in cui gli analisti del Credit Suisse in una ricerca dedicata allo studio delle condizioni necessarie perché i “PIIGS” europei tornino a registrare tassi di crescita “decenti” e sostenibili negli anni a venire segnalano come in Italia si siano avuti finora “miglioramenti troppo timidi” e come l’Italia resti l’unico paese dove il costo del lavoro “resta sostanzialmente oltre i livelli a cui si trovava prima dell’ingresso nell’euro“, due distinti emendamenti alla legge di Stabilità, proposti uno dalla senatrice Anna Cinzia Bonfrisco (Pdl), l’altro dal senatore Giancarlo Sangalli (Pd), mirano a rimodulare il taglio del cuneo fiscale (a cui si va attribuito buona parte dell’incremento del costo del lavoro di questi ultimi anni), attraverso un’estensione della “no tax area” (ossia dell’esenzione dall’Irpef) a tutti i soggetti che dichiarano un reddito complessivo inferiore ai 12 mila euro annui.
Al momento sono esentati dall’Irpef tutti i redditi inferiori alla soglia degli 8 mila euro annui nel caso di lavoratori dipendenti, ovvero di 7.500 nel caso di pensionati. Costo dell’intervento, che tutelerebbe maggiormente i redditi bassi: 1,8 miliardi di euro, da reperire attraverso tagli di spesa delle amministrazioni pubbliche inserite nel conto economico consolidato della Pa e delle società controllate dalle stesse amministrazioni che non potrebbero “effettuare spese per consumi intermedi di ammontare superiore al 70% della spesa sostenuta” nel 2012. Una copertura che peraltro non considera “la perdita di gettito dei Comuni e delle Regioni per effetto della riduzione delle entrate relative alle addizionali comunali e regionali all’Irpef” e dunque rischia di essere alquanto traballante.
Considerando che la tassazione Irpef attualmente prevede per i redditi fino a 15 mila euro un’aliquota del 23%, elevare da 8 a 12 mila la “no tax area” significa non prelevare 920 euro annui, che per lavoratori con uno stipendio di 15 mila euro (ossia un netto di circa 970 euro mensili) significherebbe un aumento del netto in busta di circa 75 euro al mese, decisamente più marcato dei 172 euro annui (attorno ai 13 euro mensili) che deriverebbero dalla leggera limatura del cuneo fiscale finora ipotizzata dal governo Letta. Un’altra proposta di modifica, avanzata dal presidente della commissione Lavoro del Senato, l’ex ministro del Lavoro Maurizio Sacconi (Pdl) propone di rendere strutturale dal 2014 la tassazione al 10% sulla parte variabile del salario (il cosiddetto “salario di produttività”).
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In questo caso l’imposta sostitutiva si applicherebbe solo al settore privato e per i titolari di reddito da lavoro dipendente non superiore a 40.000 euro su una retribuzione lorda non superiore ai 6.000 euro, confermando il massimale di reddito (già elevato dal governo Monti per il 2013 rispetto ai 30 mila euro annui fissati fino al 2012) mentre più che raddoppierebbe la retribuzione annuale massima agevolabile rispetto al limite attuale di 2.500 euro (fermo ai livelli 2012).
Anche nel caso della proposta di Sacconi i principali beneficiari sarebbero i lavoratori con reddito inferiore, posto che le aliquote ordinarie attualmente prevedono una tassazione al 23% del reddito sino ai 15 mila euro, al 27% tra i 15.001 e i 28.000 euro e al 38% tra i 28.001 e i 55.000 mila euro, ma complice la ridefinizione dei limiti a beneficiare maggiormente rispetto alla situazione attuale sarebbero quei lavoratori con un reddito vicino alla soglia dei 40 mila euro, sinora esclusi dal regime agevolato: per loro si prospetterebbe una minore tassazione fino a 1.300 euro annui, ovvero oltre un centinaio di euro al mese.
Luca Spoldi
