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L’AI fa paura? La paraculata dei “bullionari” della Silicon Valley

Amodei e gli altri lanciano l’allarme dopo essersi arricchiti con l’AI. Ora vogliono davvero salvarci o chiudere la porta dietro di loro?

L’AI fa paura? La paraculata dei “bullionari” della Silicon Valley
Intelligenza Artificiale

Il commento

C’è qualcosa di francamente insopportabile nell’ascoltare i padroni dell’intelligenza artificiale spiegarci oggi quanto possa essere pericolosa l’AI. Dario Amodei, numero uno di Anthropic, lancia l’allarme. Altri protagonisti della rivoluzione tecnologica, con sfumature diverse, ci raccontano da tempo dei rischi di sistemi sempre più potenti, della possibilità che sfuggano al controllo, della necessità di regole, limiti, cautele. Tutto giusto. Anzi: giustissimo. Ma permetteteci una domanda molto semplice: dove eravate mentre tutto questo accadeva? Perché il rischio che l’intelligenza artificiale potesse modificare radicalmente il mercato del lavoro, concentrare un’enorme quantità di potere nelle mani di pochissime aziende e, nello scenario più estremo, diventare difficilmente controllabile non è stato scoperto giovedì scorso. Se ne parla da anni. Gli stessi protagonisti dell’industria tecnologica ne parlano da anni.

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Eppure, nel frattempo, hanno continuato a correre. Hanno costruito modelli sempre più grandi. Hanno raccolto capitali. Hanno comprato chip e data center. Hanno combattuto per accaparrarsi ricercatori pagandoli cifre che fino a pochi anni fa sarebbero sembrate una barzelletta. Hanno spinto l’AI dentro motori di ricerca, smartphone, aziende, software, pubblicità, eserciti di sviluppatori. E soprattutto hanno partecipato alla più impressionante corsa alla creazione e alla concentrazione di ricchezza della nostra epoca.

In altre parole: del pericolo si sapeva. Ma finché c’era da correre, tutti se ne sono ampiamente fottuti. Adesso arriva la paura. Ed è qui che la faccenda diventa interessante. Perché nel frattempo i vari Mark Zuckerberg, Sam Altman, Elon Musk, Sergey Brin, Larry Ellison e compagnia tecnologica hanno completato una trasformazione antropologica prima ancora che patrimoniale. Non sono più miliardari. Sono bullionari.

Non è un errore di ortografia. Il bullionario è qualcosa di diverso dal vecchio miliardario. È un individuo la cui ricchezza è diventata talmente gigantesca da trasformarsi direttamente in potere: industriale, tecnologico, culturale e, sempre più spesso, politico. Può decidere dove indirizzare miliardi di investimenti, quali tecnologie accelerare, quali aziende comprare, quali infrastrutture costruire. In qualche caso controlla piattaforme attraverso le quali centinaia di milioni, o miliardi, di persone ricevono informazioni, lavorano, comunicano.

Ed è proprio adesso, una volta raggiunta questa posizione, che una parte dell’élite tecnologica comincia a dirci che forse bisognerebbe rallentare. Che coincidenza. Il sospetto – legittimo – è che dietro almeno una parte di questa improvvisa prudenza non ci sia soltanto la preoccupazione per il destino dell’umanità. Ci sia anche qualcosa di assai più terreno: il desiderio di chiudere la porta dopo essere entrati nella stanza.

Perché regolamentare l’intelligenza artificiale è necessario. Ma c’è regolamentazione e regolamentazione. Una cosa è imporre trasparenza, responsabilità, sicurezza, tutela dei lavoratori e dei cittadini. Un’altra è costruire barriere economiche e normative talmente alte che soltanto cinque o sei colossi possano permettersi di superarle. Nel secondo caso la regolamentazione non limita il potere dei giganti. Lo cristallizza.

E qui arriviamo al vero paradosso. L’intelligenza artificiale è certamente una tecnologia capace di distruggere lavori, sconvolgere interi settori e aumentare ulteriormente la concentrazione della ricchezza. Ma potrebbe anche fare esattamente il contrario: abbassare drasticamente il costo di alcune competenze, moltiplicare la produttività di piccole imprese e professionisti, permettere a una persona di fare ciò che ieri richiedeva un’organizzazione molto più grande. Potrebbe, insomma, diventare anche un gigantesco moltiplicatore di capacità economica. Non significa che succederà automaticamente. Sarebbe ingenuo pensarlo. Ma proprio per questo diventa decisivo stabilire chi possiederà gli strumenti, chi controllerà i modelli, chi avrà accesso alla potenza di calcolo e chi potrà raccogliere i benefici economici di questa rivoluzione.

Qualche giorno fa, alla festa di Alleanza Verdi e Sinistra, ho partecipato a un dibattito sull’intelligenza artificiale. E l’ho detto chiaramente: non appartengo alla schiera dei millenaristi. Non penso che domani mattina ci sveglieremo con HAL 9000 che ha preso possesso del frigorifero e deciso di sterminare l’umanità.

Ma sarebbe altrettanto stupido sostenere che il problema non esista. Esiste. Eccome se esiste. Il punto, però, è che abbiamo passato anni a discutere del giorno in cui l’intelligenza artificiale avrebbe potuto prendere il sopravvento senza accorgerci di qualcosa di molto più concreto: nel frattempo una manciata di aziende e di uomini stava prendendo il sopravvento sull’intelligenza artificiale. E questo è già successo. Per questo gli appelli dei nuovi profeti della prudenza meritano di essere ascoltati, ma non venerati. Quando chi ha premuto per anni sull’acceleratore comincia improvvisamente a urlare che la macchina corre troppo, è doveroso chiedersi se abbia davvero paura dell’incidente.

O se tema soprattutto che qualcun altro possa raggiungerlo. Regoliamo l’intelligenza artificiale. Facciamolo seriamente e in fretta. Proteggiamo il lavoro, la democrazia, la concorrenza e la sicurezza. Ma soprattutto non permettiamo ai bullionari di scrivere le regole della tecnologia che li ha resi bullionari. Perché il rischio dell’AI fuori controllo è reale. Ma c’è un rischio molto più immediato: che, con la scusa di impedirle di prendere il sopravvento sull’uomo, qualcuno riesca semplicemente a prendere il sopravvento su tutti gli altri. E quando finalmente ce ne accorgeremo, potrebbe essere tardi. Anche perché, con ogni probabilità, i buoi sono già scappati da un pezzo.

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