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Mina sofferenze sul credito popolare-Bcc. Bce in manovra sui patrimoni a rischio

La Bce sembra voler estendere i suoi stress test, dal prossimo anno, anche a un centinaio di banche “non significative” tra cui diversi nomi italiani. Sembra la conferma indiretta dei dubbi che gli analisti continuano ad avere circa la solidità patrimoniale e la redditività prospettica della banche di piccola e medie dimensioni, specie nel Bel Paese. Secondo rumors, il settore va verso cessioni, fusioni e licenziamenti

Che il nodo cruciale per la ristrutturazione del sistema creditizio italiano passi per la sistemazione della partita che riguarda le banche popolari e più in generale le banche di medio-piccola dimensione sono in tanti a crederlo. A sottolinearlo per prima sono state, in tempi non sospetti, il Boston Consulting Group e Bernstein che in uno studio congiunto presentato nell’aprile scorso spiegarono che e le popolari dovevano migliorare il proprio RoTE (Return on Tangible Equity, ossia redditività del capitale tangibile), nel 2014 risultato mediamente pari al 4,1% a livello aggregato. Consolidamento, ripresa economica, bad bank sono secondo gli analisti le leve in grado di favorire tale trasformazione, portando ad un RoTE medio aggregato del 10,5%, il che significa un utile netto complessivo che passerebbe dagli attuali 1,5 miliardi a circa 4 miliardi di euro.

Se da un lato il processo dovrebbe generare risparmi di costi tra gli 1,3 e gli 1,8 miliardi, con la chiusura di un 10%-15% degli sportelli presenti sul territorio (solo le maggiori fusioni potrebbero comportare la soppressione di un migliaio di dipendenze) e lo spostamento di gran parte del personale o fuori dal perimetro dei singoli istituti (a seguito di cessione di attività) o verso figure commerciali (promotori finanziari e private banker), è chiaro che uno dei punti critici rimanga il trasferimento dei crediti “non performanti” (npl, non perfoming loan) in portafogli “non core” da cedere sul mercato o alla futura “bad bank” sistemica. Ma quanto pesano le sofferenze delle piccole e medie banche popolari italiane?

Secondo l’Abi ad agosto l’ammontare dei prestiti alla clientela erogati dalle banche operanti in Italia era pari a 1.825 miliardi di euro, ancora superiore di circa 152 miliardi all’ammontare complessivo della raccolta da clientela (1.673,3 miliardi). Le sofferenze lorde, tuttavia (dati a fine luglio) erano salite a oltre 197 miliardi (il 10,3% degli impieghi totali a fine luglio, contro il 9% di un anno prima), le sofferenze nette erano a loro volta salite a 84,8 miliardi (4,68% degli impieghi totali). A fine marzo, inoltre, il numero assoluto di affidati in sofferenza sfiorava gli 1,2 milioni. Nel nostro Paese le banche popolari rappresentano circa il 28% del credito complessivo ovvero il 40% se si contano anche gli istituti di credito cooperativo. Secondo gli ultimi dati a fine 2013 il totale attivo tangibile delle banche popolari italiane era pari a poco più di 57,16 miliardi di euro contro 51,17 miliardi di “crediti dubbi” e rispetto a 402 miliardi di euro di crediti alla clientela complessivi. Non solo dunque il credito erogato dalle banche popolari italiane appare mediamente più rischioso della media nazionale (il 12,72% degli impieghi totali, ma il dato rischia di essere peggiorato nel frattempo), ma appare anche di dimensioni simili al totale attivo tangibile (pari al totale attivo meno le immobilizzazioni immateriali).

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Un campanello d’allarme che potrebbe essere meglio interpretato se si conoscessero per ogni banca e per il comparto nel suo complesso indici come il “Texas ratio” sviluppato nel 1980 dall’analista Gerard Cassidy della RBC Capital Markets per capire quali banche correvano il rischio di finire travolte dalla “bolla” del mercato immobiliare e pari al rapporto crediti deteriorati netti / capitale tangibile + riserva per perdite su crediti. La sensazione è che molte banche di media e piccole dimensioni possano avere un Texas ratio pari o superiore a uno, livello d’allerta che fa solitamente porta le autorità monetarie di un Paese ad intervenire perché l’istituto in crisi venda asset, accetti di fondersi o, in ultima ipotesi, fallisca. A pensar male si fa peccato, ma sarà forse per questi dubbi che la Bce di Mario Draghi sembra intenzionata, secondo le ultime voci di mercato, a imporre alle banche europee un “supplemento d’indagine” estendendo il prossimo anno gli stress test (i risultati di quelli di quest’anno, eseguiti su 123 banche “significative”, saranno resi noti in ottobre) anche ad un centinaio di istituti “non significativi”, ossia con asset inferiori ai 30 miliardi di euro. Tra i nomi che circolano per l’Italia vi sarebbero Credito Valtellinese, Credem, Banco di Desio e della Brianza, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio.

A queste si aggiungerebbero alcune banche non quotate come Unipol Banca, Banca Sella, Icbpi, Banca popolare di Bari, Volksbank e CR Asti. Insomma, la trasformazione del settore bancario europeo non si arresta e difficilmente l’Italia potrà restare troppo indietro: cessioni, fusioni e licenziamenti rischiano di diventare il prossimo anno il principale tema operativo ed in un Paese come il nostro in cui il credito, specie quello di minori dimensioni e più radicato sul territorio, con numerose commistioni tra azionisti e clienti, rischia di aprire un nuovo fronte di scontro dentro e fuori il governo. -Un governo già impegnato nel tentativo di portare a compimento la riforma delle maggiori banche popolari, che pure in queste settimane hanno mandato più di un segnale di cautela (o se volete di resistenza) all’ipotesi di trasformarsi rapidamente in Spa per poi procedere a integrazioni a tamburo battente.

Luca Spoldi