Mps perde in Tribunale, Mussari e Vigni dovranno essere risarciti
Ci sono storie che finiscono con una sentenza. E poi c’è la storia di Monte dei Paschi di Siena, che da oltre un decennio continua ad aggiungere capitoli a una vicenda che ormai assomiglia più a una serie tv infinita che a una normale controversia giudiziaria e finanziaria.
L’ultima puntata la racconta Milano Finanza: Mps ha perso la causa civile con cui chiedeva un risarcimento danni agli ex vertici Giuseppe Mussari e Antonio Vigni e, come se non bastasse, dovrà anche pagare le spese legali. Un esito che arriva dopo che le assoluzioni degli ex manager sono diventate definitive con la pronuncia della Cassazione del 2023, che ha confermato il ribaltamento della sentenza di primo grado deciso dalla Corte d’Appello di Milano.
La domanda, a questo punto, è semplice: chi ha vinto davvero? Perché, se si osserva la vicenda nel suo complesso, la sensazione è quella di un gigantesco cortocircuito. Per anni l’opinione pubblica italiana ha identificato Mussari e Vigni come i simboli del disastro Mps, della sciagurata acquisizione di Antonveneta e delle operazioni Alexandria e Santorini. Nel 2019 erano arrivate pesanti condanne in primo grado. Poi il ribaltone in appello. Infine la Cassazione che ha reso definitive le assoluzioni.
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Ora arriva un altro tassello: la banca che aveva promosso l’azione di responsabilità si ritrova non solo senza risarcimento ma anche con il conto delle spese da saldare. Siamo davanti a uno di quei casi in cui la realtà supera la fantasia. Perché mentre negli anni si sono succeduti governi, amministratori delegati, aumenti di capitale miliardari e interventi pubblici, il processo mediatico aveva già emesso la sua sentenza molto tempo prima. Quella giudiziaria, invece, ha raccontato una storia diversa.
Naturalmente questo non cancella il fatto che Antonveneta resti una delle operazioni più disastrose della storia bancaria italiana. Né elimina le responsabilità manageriali e strategiche che portarono Montepaschi sull’orlo del baratro. Ma una cosa sono gli errori industriali, altra cosa sono le responsabilità penali e civili accertate in tribunale.
Ed è proprio qui che emerge il paradosso. Dopo tredici anni di battaglie, ricorsi, assoluzioni e azioni risarcitorie, il risultato finale sembra quello di un gigantesco gioco dell’oca. Si torna quasi al punto di partenza, con la differenza che nel frattempo la banca è stata salvata dai contribuenti, ha cambiato pelle, è tornata a distribuire dividendi e oggi è addirittura protagonista della partita per il riassetto del sistema bancario italiano.
La vicenda assume così contorni quasi grotteschi. Mps fa causa agli ex vertici. Gli ex vertici vengono assolti. La banca perde la causa. E nel frattempo gli stessi Mussari e Vigni hanno avviato iniziative per ottenere risarcimenti e rimborsi delle spese sostenute durante gli anni delle inchieste.
Sembra la trama di un romanzo di Kafka ambientato tra Piazza Salimbeni e il Palazzo di Giustizia. Forse la vera lezione è un’altra. Quando una vicenda finanziaria diventa anche una battaglia politica, mediatica e simbolica, il rischio è che la ricerca dei colpevoli finisca per durare più della ricerca delle soluzioni. E Mps, da questo punto di vista, rappresenta probabilmente il caso più emblematico dell’Italia degli ultimi vent’anni.
L’ennesima pagina di una storia surreale, appunto. Con una sola certezza: chi pensava che il capitolo Mussari-Vigni fosse definitivamente chiuso, ancora una volta, dovrà ricredersi.

