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Economia
Obbligazioni, la bolla è tornata. Ma il Toro fa un favore ai Btp
LaPresse

Incoraggiate da dati macro migliori del previsto persino per il “grande malato” d’Europa, l’Italia (che in febbraio ha visto i consumi salire dello 0,1% contro il previsto calo dello 0,2%, dopo il dato di gennaio rivisto a +0,6% dall’iniziale stima di +0,5%), le borse europee, Milano compresa, tornano a salire riportandosi sui massimi visti ai primi di ottobre dello scorso anno. Il clima positivo sfrutta l’attesa di un accordo tra Stati Uniti e Cina che eviti una guerra commerciale, e la convinzione che sia la Federal Reserve sia la Bce (ma anche Bank of England e Bank of Japan) non muoveranno un dito, ossia non rialzeranno i tassi né dreneranno liquidità, ancora per molti mesi.

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Di fatto, anzi, in Europa si è ormai diffusa la sensazione che il primo rialzo dei tassi non solo non porterà la firma di Mario Draghi, il cui mandato scadrà a fine ottobre prossimo, ma probabilmente non si registrerà prima del 2020. Questo sempre che nel frattempo Donald Trump non abbia piegato la resistenza della Fed ottenendo un nuovo calo del costo del denaro negli States che in presenza di tassi anche solo stabili in Europa finirebbe con l’indebolire il dollaro nei confronti dell’euro, cosa che potrebbe danneggiare l’export del vecchio continente già alle prese con una fase delicata di domanda interna che resta debole quasi ovunque e di export che da qualche mese va a strappi, condizionato dai rischi di nuove tensioni commerciali anche tra Stati Uniti ed Unione europea.

Se il “toro” ha già portato Piazza Affari a recuperare nei primi tre mesi dell’anno il 17,5%, ora molti investitori guardano con crescente interesse anche al mercato del debito. Da settimane quello emergente è fatto oggetto di ripetuti “inviti all’acquisto” da parte dei principali broker mondiali, convinti che venendo meno il rischio di un rialzo dei tassi americani gli investitori si metteranno nuovamente alla ricerca di buoni rendimenti anche a costo di un rischio leggermente maggiore.

A guardare bene questo scenario potrebbe favorire finalmente una compressione dello spread tra Btp e Bund, visto che chi accetta di comprare a questi livelli di prezzo/rendimento i decennali tedeschi accetta di cristallizzare il proprio capitale per i prossimi dieci anni, correndo due rischi: anzitutto che prima o poi un poco di inflazione si manifesti, erodendo il capitale stesso, poi di perdere una consistente rivalutazione che garantiscono i titoli italiani.

Al momento infatti i Btp italiani rendono il 2,62% (con uno spread pari al 2,61% visto che un Bund paga, si fa per dire, un euro di interesse ogni mille di capitale investito); può sembrare poco ma significa un 1,6% di rendimento reale, contro un rendimento reale negativo dell’1,3% nel caso del titolo tedesco dato che in Italia l’inflazione è ferma all’1% annuo mentre in Germania è attorno all’1,3%. Non solo: su base decennale significa che chi investe mille euro in un Btp italiano otterrà 172 euro di interessi complessivi, reinvestendo ogni anni anche gli interessi guadagnati, ritrovandosi a fine decennio con 1172 euro ogni mille investiti.

Chi invece investe in un Bund perderà circa 138 euro ogni mille, ritrovandosi a fine decennio con 862 euro ogni mille, ossia con 310 euro in meno che nella prima ipotesi sempre ogni mille euro investiti. Non è dunque da escludere che, elezioni politiche europee permettendo, se il governo gialloverde varerà un aggiornamento del Def credibile, magari con alcune misure in grado di supportare la crescita ma al tempo stesso ridefinire e ridurre la spesa pubblica, favorendo così un calo del rapporto debito/Pil e del deficit/Pil come auspicano i mercati, lo spread possa anche ridursi, favorendo un’ulteriore rivalutazione delle quotazioni dei Btp italiani che porterebbe a guadagni in conto capitale di cui potrebbero approfittare gli investitori che non volessero detenere i titoli sino alla scadenza. 

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